«La sanità rischia di ritornare agli anni antecedenti il 1978»
Anelli (Fnmoceo): senza personale le Case di comunità saranno solo guardie mediche di lusso
ROMA «Dobbiamo decidere se vogliamo continuare a considerare la salute un diritto universale e se siamo disposti a fare gli investimenti, le riforme e le scelte organizzative necessari per garantirlo.». Lo afferma Filippo Anelli (presidente Fnomceo), in una intervista a “Quotidiano Sanità” incentrata sui punti chiave richiesti e con le sue citazioni dirette.
La promessa del 1978 a rischio
Nonostante le straordinarie innovazioni tecnologiche e scientifiche, Anelli rileva un arretramento del sistema sanitario verso un’epoca pre-1978, minacciando il principio fondamentale dell’universalismo della cura. «Nel 1978 – ricorda Anelli – venne fatta una promessa straordinaria ai cittadini: nessuno sarebbe più rimasto solo davanti alla malattia. […] A ogni cittadino veniva garantito il diritto all’assistenza, indipendentemente dalle condizioni economiche e sociali. […] Oggi dobbiamo chiederci se quella promessa sia ancora pienamente sostenuta dalle scelte politiche. Perché se una persona non può curarsi, o deve pagare per ottenere tempestivamente una prestazione, quella promessa comincia a indebolirsi».
Le Case di Comunità e il nodo del personale
Gli investimenti strutturali del Pnrr rischiano di rivelarsi inefficaci se non accompagnati da un piano straordinario per il personale sanitario e dal potenziamento dell’assistenza sul territorio. «Se investiamo nelle strutture senza investire sulle persone – afferma Anelli – rischiamo di non raggiungere gli obiettivi della riforma. […] Se non si riesce a ridurre la spesa ospedaliera e contemporaneamente mancano le risorse per potenziare l’assistenza territoriale, il rischio è che a essere sacrificato sia proprio il nuovo modello che stiamo cercando di costruire. E allora le Case di comunità rischiano di trasformarsi in semplici guardie mediche di lusso».
Il ruolo della politica e il futuro della sanità pubblica
I problemi principali risiedono nell’assenza di programmazione, nella burocratizzazione e nell’incapacità della politica di governare il confronto tra le diverse professioni sanitarie. Per Anelli «il problema non è tanto della professione, ma della politica. Dovrebbe innanzitutto decidere quale Servizio sanitario nazionale vuole garantire ai cittadini. […] Dobbiamo decidere se vogliamo continuare a considerare la salute un diritto universale e se siamo disposti a fare gli investimenti, le riforme e le scelte organizzative necessari per garantirlo». (redazione@corrierecal.it)
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