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regionalismo differenziato

Pre-intese sull’autonomia, la partita del Sud senza la Calabria

L’accelerazione del Governo riapre lo scontro. Puglia e Campania puntano a un nuovo ricorso alla Consulta, mentre Occhiuto non scopre le carte. Sanità, personale e risorse al centro delle preoccupazi…

Pubblicato il: 14/10/2026 – 13:16
di Clemente Angotti
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LAMEZIA TERME Un silenzio davvero assordante quello che ha accompagnato, in questi mesi, in Calabria, la questione legata al sì alle pre-intese per l’autonomia tra governo nelle prime quattro Regioni del Nord: Liguria, Piemonte, Lombardia e Veneto, vicenda che, nelle ultime ore, ha subito una decisa accelerazione. E allo stato – al netto delle polemiche dell’opposizione sul “baratto” con la legge elettorale, tesi rilanciata ora a caldo dal senatore Nicola Irto segretario regionale del Pd o prima ancora con il de-commissariamento della sanità – non si muove davvero foglia nella maggioranza di centrodestra guidata da Roberto Occhiuto. Eppure, il tema aveva visto il governatore calabrese, in passato, prendere posizione netta per distinguersi dai colleghi “nordisti” di centrodestra che hanno fatto proprio il provvedimento sull’autonomia da sempre cavallo di battaglia della Lega: «la mia ragione di vita», secondo il ministro degli Affari regionali e Autonomie e delle Autonomie Roberto Calderoli. Lo stesso titolare del dicastero che ha annunciato il via libera del Governo ai disegni di legge sulle pre-intese presentati dalle Regioni pronti ormai a passare al vaglio dei due rami del Parlamento.

La mobilitazione contro la riforma

Sulla questione, che vede impegnato un fronte molto vasto di amministratori del sud, nei mesi scorsi, hanno insistentemente bussato al portone principale della Cittadella regionale di Catanzaro, i presidenti Antonio Decaro (Puglia) e Roberto Fico (Campania) chiedendo il sostegno dell’inquilino pro-tempore, senza, però, ottenere risposta. Con il risultato, secondo quanti osteggiano questa posizione, che i rischi del cosiddetto regionalismo competitivo potrebbero seriamente aggravare la condizione di oggettiva inferiorità degli enti meridionali rispetto a quelli del nord. L’obiettivo della mobilitazione promossa dai governatori pugliese e campano, ma alla quale non sono del tutto insensibili anche larghe parti della maggioranza, è quello di avviare un ricorso alla Corte costituzionale contro il provvedimento sugli schemi d’intesa preliminare su protezione civile, professioni, previdenza complementare e coordinamento della finanza pubblica sulla sanità che ha concluso il suo iter alla Camera. Percorso che è andato avanti sulla scia di 4 diversi disegni di legge per gli schemi definitivi. Decaro ha proposto di appellarsi alla Consulta con un ricorso il più condiviso possibile. «Nel 2024 nove Regioni – ha ricordato il governatore pugliese – si presentarono insieme alla Consulta contro la legge 86, e quel ricorso portò alla sentenza 192, che impone allo Stato di definire prima i Lep e, dopo, trasferire le competenze». Chi si oppone a questa visione rimarca che a tutt’oggi il Governo non ha finanziato i Livelli essenziali delle prestazioni né istituito il Fondo perequativo previsto dall’articolo 119 della Costituzione.

I punti “sensibili”

E la questione, che per strada si è arricchito con il pronunciamento dei Consigli delle Regioni del nord più “oltranziste”, oltre ad un problema di diritti da tutelare a prescindere dalla geografia, chiama in causa diversi punti sensibili. «Primo: le tariffe. Le pre intese – ha rilevato Decaro -permettono alle Regioni di fissarle in autonomia, con soldi propri, e chi ha un bilancio più ricco potrà spendere di più. Secondo: il personale. Con quelle stesse risorse si possono pagare compensi aggiuntivi per attrarre medici, e chi offre di più li porta via a chi offre di meno. Terzo, che è la cifra vera dell’operazione. Di fronte all’insufficienza strutturale del Fondo sanitario nazionale, il governo piuttosto che aumentarlo, avalla un sistema che permetterà ad alcuni di trasferire con la mobilita passiva, risorse dai territori poveri in piano di rientro a quelli più ricchi. Lo dico con chiarezza: meglio nazionalizzare la sanità. Sarebbe più coerente». Così, per fare un esempio, una Regione autonomista del nord avrebbe la possibilità di attirare ai danni delle altre medici bravi del sud offrendo loro stipendi molto più competitivi. Ma anche la scuola potrebbe pagare dazio a questa nuova politica: se infatti l’autonomia si dovesse tradurre nella possibilità di disporre di risorse regionali proprie, è evidente che molti insegnanti potrebbero scegliere di spostarsi dove le condizioni economiche sono più vantaggiose per loro e per le loro famiglie. Ma ci sono anche altri settori particolarmente sensibili come i trasporti pubblici, l’energia e la protezione civile. A discapito diretto in primo luogo delle regioni del Sud, e della Calabria in particolare, che verrebbero tagliate fuori. (redazione@corrierecal.it)

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