Il miracolo del pieno. Quando il Sud protesta, il Governo convoca Milano
Se la protesta nasce nel Mezzogiorno, la soluzione non può certo essere cercata lì
Ammettiamolo: finora non avevamo capito che Salvini fosse un genio. Ha compreso perfettamente una cosa del Mezzogiorno: il Sud è lontano. Non soltanto geograficamente, ma anche dai luoghi in cui si prendono le decisioni, si distribuiscono le risorse e si immaginano le soluzioni. E allora, quando autotrasportatori e agricoltori meridionali alzano la voce contro il caro carburanti, i costi insostenibili e il rischio di mandare a gambe all’aria intere filiere produttive, quale idea migliore può venire al ministro dei Trasporti? Convocare un tavolo a Milano! Geniale. Se la protesta nasce in Sicilia, Calabria, Campania e in Puglia, la soluzione non può certo essere cercata lì, tra le aziende agricole, i porti, le strade dissestate e i piazzali dove gli autotrasportatori fanno i conti con il prezzo del gasolio. Meglio riunirsi nella capitale economica del Nord, magari confidando che la distanza faccia evaporare una parte della rabbia e, perché no, anche del carburante necessario per arrivare all’appuntamento. Ma il vero capolavoro della strategia salviniana sarebbe la promessa destinata a entrare nella storia delle politiche meridionali: l’equivalente di un pieno a testa per i camionisti. Un pieno! Non un piano straordinario per ridurre il costo del carburante, non un intervento strutturale sulla logistica, non un sostegno adeguato alle imprese schiacciate dall’aumento delle spese. Ma, udite udite, lo sblocco della somma di circa 470 milioni di euro che divisa per 475.000 (quanti sono i camion circolanti in Italia) fa la straordinaria cifra di euro 989, 50. Un pieno e passa la paura e la crisi. O almeno quella del momento, perché il giorno dopo il serbatoio torna vuoto, mentre le bollette, i finanziamenti, i pedaggi e le fatture continuano a presentarsi puntuali. L’autotrasportatore, del resto, non consuma carburante per hobby. Non percorre centinaia di chilometri per ammirare il paesaggio, né porta merci da una regione all’altra per allenarsi alla maratona: lavora. Qualcosa che a lui non è mai andata a genio. E quando il gasolio costa troppo, il margine di guadagno si assottiglia fino a scomparire. L’agricoltore, allo stesso modo, non accende il trattore per fare un po’ di rumore e riscaldare l’ambiente: deve seminare, irrigare, raccogliere e portare i prodotti sul mercato. Se i costi di produzione superano i ricavi, anche la terra più fertile rischia di diventare un lusso. Eppure, nella politica degli annunci, sembra che basti un piccolo gesto per trasformare una crisi economica in una festa popolare. Il problema non è Milano, ovviamente, ma trattare il Mezzogiorno – more solito – come una periferia da rassicurare con qualche concessione, anziché come una parte fondamentale del sistema produttivo nazionale. Al ministro dei trasporti si potrebbe, allora, suggerire una proposta alternativa, certamente meno spettacolare ma forse più efficace: convocare gli interessati dove la crisi si manifesta, ascoltarli senza trasformare il confronto in una passerella e presentare impegni verificabili, con tempi, risorse e responsabilità precise. Meno fotografie, più soluzioni. Meno promesse da distributore, più politiche per chi lavora. E magari, per una volta, il viaggio fino al tavolo potrebbe farlo anche il ministro. Non per una comparsata, ma per vedere da vicino cosa significhi mandare avanti un’impresa agricola o una piccola azienda di trasporto quando ogni litro di carburante pesa sul bilancio. Perché il Sud non chiede l’elemosina di un pieno, nonostante gli autotrasportatori siciliani si sono accontentati di questa miseria. Chiede di poter lavorare senza essere costretto a scegliere, ogni giorno, tra pagare il carburante e pagare il futuro della propria azienda e della propria famiglia. Il tavolo di Milano si è chiuso ieri, i comunicati sono stati diffusi, le telecamere spente. I camion tranne in Sicilia non sono ripartiti i trattori non sono tornati nei campi e il gasolio continua a finire, gli scuolabus si fermano e con loro chiudono le scuole, la spazzatura inizia a accumularsi per le strade, gli scaffali dei supermercati si svuotano, fra non molto anche i farmaci dalle farmacie. Restano un paio di domande semplici: quando il pieno sarà esaurito, chi riempirà il vuoto della politica? E la Meloni in tutto ciò cosa fa? Se la prende come al solito con i Magistrati che chiedono gli arretrati degli stipendi e con quelli che rompono le vetrine, volendo passare per colei che tiene ai conti e all’ordine pubblico. Presidente Meloni se i soldi non bastano, bisogna spiegare quali priorità si scelgono e quali soluzioni si offrono: mandare un altro pacchetto di aiuti a Kiev? Destinare 14 miliardi di risorse pubbliche alle armi e 13 miliardi per costruire il ponte sullo Stretto? E se la legge va rispettata, va rispettata sempre: tanto da chi distrugge una vetrina quanto da chi ha la responsabilità di ascoltare cittadini che chiedono di poter continuare a lavorare. Alla fine, il Governo può anche fare il pieno di slogan, distribuire prudenza ai magistrati e indignazione ai manifestanti, ma c’è un dettaglio che sfugge alla regia: le vetrine si possono sostituire, la fiducia dei cittadini no; e il Sud, dopo tante promesse, rischia di restare ancora una volta a secco di futuro. (redazione@corrierecal.it)
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