’Ndrangheta, Pino Scalise cita i nipoti mai imputati e prende le distanze da Gallo: «Non lo conosco». Ma le intercettazioni raccontano altro
Le dichiarazioni spontanee del presunto boss del Reventino. Il riferimento ai familiari mai coinvolti nel processo e quelle conversazioni del 2018 con la moglie
CATANZARO Sono le 10.59 del 6 ottobre 2026. Davanti alla Corte d’Appello di Catanzaro, l’udienza del processo “Reventinum” è ormai agli sgoccioli. Il procuratore generale ha chiesto la conferma della sentenza di primo grado e alcune parti civili hanno già depositato le proprie conclusioni. Ma prima che il collegio disponga il rinvio, Pino Scalise chiede di prendere la parola. È collegato in videoconferenza dal carcere di Secondigliano, dove si trova detenuto per altra causa. Poche frasi, con le quali proclama la propria innocenza e prende le distanze da Marco Gallo e dai rapporti familiari ricostruiti nell’inchiesta. Eppure, tra quelle parole, c’è un riferimento che attira l’attenzione. Perché Scalise, oltre ai figli, tira in ballo anche i nipoti. Familiari che non figurano tra gli imputati del procedimento e che non sono mai stati imputati. Non è l’unica particolarità di quelle dichiarazioni. Perché la sentenza pronunciata dal Tribunale di Lamezia Terme nell’ottobre del 2023 racconta una storia ben diversa da quella prospettata da Scalise sulla conoscenza di Marco Gallo. E contiene anche una conversazione intercettata nel 2018, nella quale era stato proprio il presunto boss del Reventino a parlare con la moglie dei rapporti tra Gallo e il figlio Daniele, ucciso quattro anni prima.
«Non conosco Gallo, né ho avuto rapporti con figli e nipoti»
Le parole di Scalise sono riportate nel verbale dell’udienza del 6 ottobre. «Professo la mia innocenza rispetto ai fatti che mi vengono addebitati e ancor prima rispetto all’associazione mafiosa per la quale pure ho riportato ingiustamente condanna», esordisce davanti ai giudici. Poi arriva il passaggio più significativo: «Non conosco Marco Gallo, né ho avuto rapporti nei termini descritti nelle indagini con i miei figli e i miei nipoti». Scalise conclude richiamando il proprio passato: «Ho solo qualche precedente da minorenne, ma nella mia vita ho sempre lavorato». È soprattutto quella seconda affermazione a meritare attenzione. Non soltanto per la presa di distanza da Marco Gallo, altro imputato del processo, ma per l’allargamento del discorso ai rapporti familiari. Scalise non si limita a contestare la ricostruzione accusatoria che lo riguarda personalmente. Sostiene di non avere intrattenuto con i figli e con i nipoti i rapporti descritti dagli investigatori. Qui emerge una particolarità. Se alcuni dei figli sono stati effettivamente coinvolti nel procedimento, i nipoti non sono mai stati imputati. Persone, dunque, che Scalise introduce spontaneamente nel proprio discorso difensivo, pur senza attribuire loro specifiche condotte illecite. Perché abbia avvertito la necessità di menzionarli non è chiarito nel verbale. Rimane però il dato di una dichiarazione che, nel tentativo di prendere le distanze dai rapporti descritti nell’inchiesta, finisce per estendersi anche a familiari estranei alle imputazioni.
Quella conversazione con la moglie: «Diceva di non conoscere Daniele, invece si conoscevano»
Ma c’è un altro passaggio, forse ancora più significativo, che emerge ripercorrendo le motivazioni della sentenza di primo grado. È il 3 giugno 2018. Pino Scalise parla con la moglie Carmela Grande. La conversazione viene intercettata dagli investigatori e successivamente riportata nella sentenza del Tribunale di Lamezia Terme. L’argomento è proprio Marco Gallo. Scalise racconta alla moglie di avere raccolto informazioni su alcuni rapporti che l’uomo avrebbe intrattenuto anni prima con il figlio Daniele e con Emanuele Iannazzo. «Io ti dico la verità, io quello che mi sono informato di questo, che sono venuto a sapere da fonte sicura», esordisce Scalise. Poi aggiunge: «Questo qua ha detto che a Daniele non lo conosceva, invece si conoscevano». La moglie ricorda a sua volta quanto Gallo avrebbe affermato in precedenza: «Qua quella sera ha detto: “Io non lo conoscevo”». «E invece si conoscono», insiste Scalise. Una conversazione che assume un significato particolare alla luce delle dichiarazioni rese otto anni dopo davanti alla Corte d’Appello. Perché, nel 2018, era stato lo stesso Pino Scalise a mettere in dubbio la versione di Gallo sulla conoscenza del figlio Daniele. Nell’ottobre 2026 è invece Scalise a sostenere di non conoscere Marco Gallo.
Daniele Scalise, Emanuele Iannazzo e quell’incontro alla cava
Il racconto intercettato prosegue con un episodio che, secondo quanto riferito da Scalise alla moglie, gli sarebbe stato raccontato da un uomo di Marcellinara. Si parla di una cava, di una consegna di sabbia e della presenza di Daniele Scalise ed Emanuele Iannazzo, soprannominato “Tuostu”. A quell’incontro sarebbe arrivato anche Marco Gallo, che avrebbe avuto un appuntamento con Iannazzo. Nella conversazione compare anche un riferimento alla ricerca di armi. Scalise racconta che i due avrebbero parlato proprio di questo e che Iannazzo avrebbe rassicurato il proprio interlocutore sulla possibilità di procurarle. Il presunto boss del Reventino riferisce poi alla moglie di un ulteriore racconto ricevuto dalla stessa persona. Una circostanza che, nella sua ricostruzione, confermerebbe ancora una volta i precedenti contatti tra Gallo e Daniele. Non si tratta di particolari marginali nell’impianto della sentenza. Il Tribunale, esaminando quella conversazione, ritiene infatti che dalle parole intercettate emerga una conoscenza risalente tra Gallo, Daniele Scalise ed Emanuele Iannazzo, nonché la consapevolezza di Pino Scalise rispetto a quei rapporti. Nelle motivazioni vengono valorizzati anche i dati relativi alle frequentazioni dell’abitazione degli Scalise e del Bar del Reventino, insieme alle altre risultanze investigative. Un quadro che rende particolarmente rilevante la dichiarazione con cui, otto anni dopo, Pino Scalise ha sostenuto davanti ai giudici d’appello di non conoscere Marco Gallo. Le conversazioni riportate in sentenza non documentano da sole le modalità di un’eventuale conoscenza personale, ma dimostrano quanto fossero dettagliate le informazioni che Scalise riferiva di avere raccolto su di lui.
Pino Scalise, la cosca del Reventino e il controllo della montagna
Per comprendere il peso di quelle parole occorre tornare alla figura di Pino Scalise e alla vicenda giudiziaria che lo ha portato davanti ai magistrati. Originario di Serrastretta, classe 1958, Scalise è indicato nelle ricostruzioni investigative come il vertice dell’omonimo gruppo criminale attivo nell’area montana del Lametino, tra Soveria Mannelli, Decollatura, Serrastretta e i territori limitrofi. Una realtà che, secondo la ricostruzione accolta dal Tribunale di Lamezia Terme nella sentenza di primo grado, aveva costruito la propria influenza attraverso il controllo delle attività economiche, le estorsioni e la capacità di condizionare imprenditori e operatori del territorio. Nelle motivazioni, i giudici descrivono la cosca Scalise come un’organizzazione dotata di una propria autonomia, capace di muoversi nello scenario criminale della montagna mantenendo rapporti con le famiglie mafiose lametine. Un equilibrio fatto di alleanze, contrapposizioni e interessi economici, nel quale assumono un ruolo centrale anche le vicende che hanno segnato i rapporti con il gruppo dei Mezzatesta. Il nome di Scalise attraversa una lunga stagione investigativa. Compare nelle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, nelle ricostruzioni delle attività estorsive e nelle vicende relative ai lavori pubblici e privati nella zona del Reventino. Una storia segnata anche da fatti di sangue, compreso l’omicidio del figlio Daniele Scalise, ucciso a Soveria Mannelli nel giugno del 2014, sullo sfondo della contrapposizione con i Mezzatesta.
Le condanne in primo grado e le posizioni dei figli
Il 19 ottobre 2023 il Tribunale di Lamezia Terme, presieduto da Angelina Silvestri, ha pronunciato la sentenza del processo “Reventinum”, scaturito dall’operazione condotta dai carabinieri nel gennaio del 2019 contro i gruppi criminali contrapposti degli Scalise e dei Mezzatesta. Per Pino Scalise è arrivata una condanna a 11 anni di reclusione e 9.500 euro di multa, con l’assoluzione da diverse altre contestazioni. Il figlio Luciano è stato condannato a 12 anni e 11 mesi, mentre l’altro figlio Antonio è stato assolto dalle accuse mosse nei suoi confronti. La pena più elevata è stata inflitta a Marco Gallo, condannato a 15 anni di reclusione. Per Angelo Rotella la condanna è stata di 6 anni e 7 mesi. La sentenza descrive dunque un’organizzazione nella quale, secondo i giudici di primo grado, le relazioni familiari si intrecciavano con i rapporti associativi e con gli interessi economici del gruppo. Un quadro che resta sottoposto al vaglio della Corte d’Appello e che gli imputati continuano a contestare. Ma proprio il confronto tra queste posizioni giudiziarie e le dichiarazioni di Pino Scalise rende particolare il riferimento ai nipoti. Evocati insieme ai figli, pur senza essere mai stati imputati.
La richiesta della Procura generale e la nuova udienza
L’udienza del 6 ottobre ha registrato anche le dichiarazioni spontanee di Marco Gallo, intervenuto pochi minuti prima di Scalise. «Professo la mia innocenza rispetto all’omicidio Pagliuso», ha affermato, richiamando la decisione della Corte d’Assise di Catanzaro che, secondo quanto da lui evidenziato, ha escluso l’aggravante mafiosa per quel delitto. Gallo ha quindi ribadito la propria innocenza anche rispetto alla contestazione associativa oggetto del giudizio d’appello. Nel corso dell’udienza il sostituto procuratore generale Salvatore Di Maio ha chiesto la conferma della sentenza di primo grado. Alle conclusioni si è associato, per le parti civili, l’avvocato Aldo Ferraro, mentre gli altri legali delle parti civili hanno depositato conclusioni scritte e note spese. La Corte ha quindi rinviato il procedimento al 1° dicembre 2026, alle 9.30, per la prosecuzione delle conclusioni difensive. (g.curcio@corrierecal.it)
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