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SALUTE E RICERCA

Tumori, il vaccino a mRNA contro il melanoma riduce del 42% il rischio di recidiva. L’Italia protagonista

I risultati dello studio internazionale su 1.137 pazienti: oltre l’82% senza ricadute a due anni. L’Istituto dei Tumori di Milano guida la classifica dei centri per partecipanti arruolati

Pubblicato il: 24/10/2026 – 9:49
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Un vaccino personalizzato, costruito sulle caratteristiche genetiche del tumore di ciascun paziente, capace di ridurre del 42% il rischio di recidiva o morte nei malati di melanoma già sottoposti a intervento chirurgico. È il risultato di uno studio internazionale di fase III che potrebbe aprire una nuova strada nella lotta contro uno dei tumori della pelle più aggressivi. La novità arriva dal congresso della Società europea di oncologia medica (Esmo), in corso a Madrid, dove oggi, sabato 24 ottobre, saranno presentati i risultati completi della sperimentazione condotta su 1.137 pazienti con melanoma ad alto rischio. Lo studio, denominato INTerpath-001, ha valutato l’efficacia del vaccino terapeutico a RNA messaggero intismeran autogene, sviluppato dalle aziende farmaceutiche Moderna e MSD, in combinazione con pembrolizumab, un farmaco immunoterapico già utilizzato nel trattamento della malattia. I dati, diffusi nei giorni scorsi, mostrano un miglioramento significativo rispetto alla sola immunoterapia e sono stati accettati per la pubblicazione sulla prestigiosa rivista scientifica New England Journal of Medicine.

I risultati: oltre l’82% dei pazienti senza recidive

I ricercatori hanno coinvolto 1.137 persone alle quali era stato completamente asportato un melanoma cutaneo in stadio compreso tra IIB e IV, ma considerate ad alto rischio di ricaduta. I partecipanti sono stati suddivisi casualmente in due gruppi: circa due terzi hanno ricevuto il vaccino personalizzato insieme a pembrolizumab, mentre gli altri sono stati trattati con la sola immunoterapia, associata a un placebo. Dopo un periodo mediano di osservazione di circa 24 mesi, l’82,2% dei pazienti trattati con il vaccino risultava vivo e senza recidive, contro il 70% di quelli sottoposti esclusivamente all’immunoterapia. Una differenza di 12,2 punti percentuali, che corrisponde a una riduzione del 42% del rischio relativo di recidiva o morte nel corso del periodo osservato. Non solo. La combinazione dei due trattamenti ha ridotto del 38% anche il rischio di metastasi a distanza o morte, un altro risultato particolarmente importante nella gestione dei melanomi più aggressivi.

Come funziona il vaccino personalizzato

A rendere innovativo il trattamento è soprattutto il suo funzionamento. Non si tratta di un vaccino preventivo, destinato alle persone sane, ma di una terapia sviluppata individualmente per i pazienti che hanno già ricevuto una diagnosi di tumore. Il procedimento parte dall’analisi genetica del melanoma asportato chirurgicamente. Gli scienziati identificano le mutazioni caratteristiche delle cellule tumorali e selezionano particolari proteine, chiamate neoantigeni, che possono essere riconosciute dal sistema immunitario. Attraverso la tecnologia dell’RNA messaggero, la stessa impiegata per alcuni vaccini contro il Covid-19, vengono fornite all’organismo le istruzioni necessarie per riconoscere quei bersagli. L’obiettivo è insegnare alle difese immunitarie a individuare ed eliminare eventuali cellule tumorali residue, anche quando non sono più visibili attraverso gli esami diagnostici. Il vaccino viene somministrato insieme a pembrolizumab, un farmaco che aiuta il sistema immunitario a contrastare i meccanismi con cui il tumore cerca di sottrarsi alla risposta immunitaria.

Il ruolo dell’Italia: Milano primo centro al mondo per pazienti arruolati

Nella sperimentazione internazionale c’è anche un importante contributo italiano. L’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano è stato il centro che ha arruolato il maggior numero di pazienti al mondo nello studio INTerpath-001: 82 persone inserite nella sperimentazione su 128 sottoposte alla valutazione iniziale. Un risultato che ha collocato la struttura italiana davanti a tutti gli altri centri partecipanti, con oltre trenta pazienti arruolati in più rispetto al secondo centro, situato in Australia. A guidare l’attività dell’Istituto è stata l’Unità di Oncologia Medica Melanomi, diretta da Michele Del Vecchio, che già nei mesi scorsi aveva sottolineato il potenziale di questo approccio terapeutico. La partecipazione italiana assume un rilievo particolare anche per la complessità del trattamento: ogni vaccino deve essere realizzato a partire dalle caratteristiche biologiche del tumore del singolo paziente, richiedendo una stretta collaborazione tra oncologi, patologi, laboratori e ricercatori.

Effetti collaterali e tempi per arrivare ai pazienti

I risultati sono incoraggianti anche sul fronte della tollerabilità. Gli effetti indesiderati più comuni legati al vaccino comprendono febbre, stanchezza e dolore nel punto dell’iniezione. La maggior parte delle reazioni specifiche al vaccino è risultata di intensità lieve o moderata. Restano tuttavia alcuni aspetti ancora da chiarire. In particolare, non è stato ancora dimostrato se il trattamento migliori la sopravvivenza complessiva a lungo termine, un dato che richiederà ulteriori anni di osservazione. Il vaccino, inoltre, è ancora sperimentale e non è disponibile come trattamento ordinario negli ospedali. Prima di un eventuale utilizzo su larga scala saranno necessarie le valutazioni delle autorità regolatorie competenti. La sperimentazione rappresenta comunque un passaggio importante verso una medicina oncologica sempre più personalizzata, nella quale le terapie non vengono sviluppate soltanto in base al tipo di tumore, ma anche alle specifiche caratteristiche genetiche della malattia di ciascun paziente.

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