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Dalle carte dell’inchiesta

Il piano dei Costa per salvare i formaggi sequestrati: l’accordo da 3.600 euro, le finte operazioni di smaltimento

Tre tonnellate e mezzo di latticini destinati alla distruzione, gli incontri al bar e le intercettazioni che ricostruiscono l’accordo

Pubblicato il: 25/10/2026 – 19:00
di Paola Suraci
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REGGIO CALABRIA «Un euro al chilo… gli dobbiamo dare tremila e seicento euro… dopotutto dobbiamo pure pagarlo». È il conto, accompagnato dal lamento, di Dario Varamo, uomo di fiducia di Rosario Costa, detto Angelo. Ha appena scoperto quanto costerà riprendersi il formaggio che le autorità hanno disposto di distruggere. È la mattina del 5 aprile 2023. Nel caseificio Costa di Melicucco si prepara il recupero della merce, mentre i carabinieri stanno per arrivare. Il sequestro risale al 16 marzo, quando i militari del Comando carabinieri per la tutela della salute avevano bloccato oltre tre tonnellate di prodotti caseari, tra pecorino, provole e mozzarelle, privi della necessaria tracciabilità. Dai controlli era emerso che l’azienda utilizzava latte vaccino e ovino senza documentazione che ne certificasse la provenienza. Non era quindi possibile ricostruire il percorso della materia prima fino al prodotto finito. A questo si aggiungeva la mancata aggiornamento del registro di autocontrollo Haccp, che impediva di risalire agli ingredienti impiegati durante la lavorazione. Il Dipartimento di prevenzione dell’Asp aveva disposto il sequestro amministrativo dei formaggi e delle mozzarelle, ordinandone il prelievo e la distruzione in un impianto specializzato. Alla guida del furgone incaricato di trasportare la merce al macero c’era Michele Salvatore Piperno. Ma, secondo la ricostruzione accusatoria, il destino di quei prodotti avrebbe preso una direzione diversa. A poche settimane dal sequestro, mentre il ritiro ufficiale deve ancora compiersi, si mette in moto un piano per recuperare i formaggi e sottrarli alla distruzione. E nelle intercettazioni registrate quella mattina affiorano i dettagli dell’operazione: i costi da sostenere, i mezzi da organizzare e le precauzioni da adottare per portare via la merce senza destare sospetti. Il 20 marzo Costa chiama Piperno. Si presenta così: «Michele! Buongiorno, Angelo sono, il cognato di Franco». Poi: «Tu verso che ora passi di qua? Mi diceva Franco che passi dall’autostrada… a Rosarno…». Piperno: «Verso le undici». Il luogo è il piazzale del Medmea, all’uscita autostradale. «Io sono uscito a Rosarno, al parcheggio del Medmea». Costa: «Il tempo di arrivare che sono qua alla masseria». Gli investigatori sono convinti che quel primo incontro serva a una cosa sola: riprendersi tutto il materiale sequestrato, evitando altri guai giudiziari. Il 4 aprile, vigilia del ritiro, i due si vedono altre due volte. Sempre di persona. Mai al telefono. Al mattino Costa: «Voi siete in zona per caso?». Piperno: «No… io in zona no, se vuoi che ci vediamo, dato che vado a Reggio, ci vediamo al solito posto». La sera è lui a richiamare: «Quand’è possibile prendere un caffè stasera?». Costa: «Io tra un’ora finisco di mungere». Poi i telefoni segnano l’avvicinamento: «Sto imboccando l’autostrada». «Cinque minuti prima di arrivare mi chiami, che io arrivo e ti aspetto». «Sono qua Michele». «Io sto svincolando». Per la Procura di Reggio Calabria e il gip Claudio Treglia è nei tre incontri al Medmea che si chiude l’intesa: un euro per ogni chilo recuperato. Circa 3.500 euro.

Il piano per recuperare i formaggi

La mattina del 5 aprile, nel caseificio, la squadra è già al completo. Prima dell’arrivo dei carabinieri e del ritiro della merce, ci sono Angelo Costa, il figlio Pasquale, Varamo e Dario Anselmo. Le microspie registrano i preparativi per recuperare i formaggi, con un piano che riguarda il camion, il pagamento, il rischio dei controlli e la necessità di preservare la merce. Il primo problema è il mezzo di trasporto. Angelo Costa lo chiarisce a Varamo: «Si deve andare con il camion sistemato». Il viaggio di ritorno, senza documenti che accompagnino il carico, potrebbe esporli a rischi. «Se ci fermano, senza bolla, senza niente… dalle fiamme cadiamo alla brace», avverte Costa. C’è poi il prezzo da pagare. «Tanto lo vuole pagato», dice Angelo. Varamo domanda: «Quanto vuole?». Costa risponde: «Un euro al chi… No lui, la ditta…». Varamo fa i conti: «Un euro al chilo… gli dobbiamo dare tremila e seicento euro». Per evitare che i formaggi si deteriorino durante le operazioni di recupero, Pasquale Costa escogita un accorgimento: nascondere sul camion di Piperno bottiglie d’acqua congelate, così da preservare i prodotti. Nelle intercettazioni spiega come organizzarsi: «Riempiamo adesso una decina di bottiglie di acqua… riempiamo tutto quanto, prendi te ne vieni di qua e butto qua questa griglia». C’è poi il problema della candeggina. I carabinieri avevano disposto che l’ambiente utilizzato per il trasporto dei formaggi venisse cosparso del prodotto per la sanificazione. Un’operazione che, a contatto con la merce, avrebbe rischiato di comprometterla. Pasquale Costa suggerisce quindi di distrarre i militari e limitare, per quanto possibile, la quantità di candeggina versata: «Certo, certo dobbiamo distrarli, uno parla con uno, uno parla con un altro… no no ancora no… qua davanti… qua chiudo la porta… hai capito? Penso quando io, hai capito? Perché loro dicono inc. però, buttate la candeggina davanti fino a qua sopra». A completare il piano è Angelo Costa, che impartisce le istruzioni ai presenti in vista dell’arrivo dell’autista, ritenuto dagli investigatori compiacente: nessun segno di familiarità, nessun atteggiamento che possa tradire gli accordi. «Allora verso le dieci viene… buongiorno eh… indifferente… fate finta che non lo conoscete». Il ritiro avviene sotto gli occhi dei carabinieri di Melicucco. Ma, secondo la ricostruzione accusatoria, i formaggi non sono destinati al macero: la merce viene trasferita verso un deposito a San Gregorio d’Ippona. Una volta che Piperno ha caricato i prodotti, Costa telefona al genero. Serve una motrice per proseguire il trasporto. «La motrice è lì al magazzino», gli viene detto. Costa risponde: «Va bene, gliela faccio prendere, non ho problemi». Subito dopo arrivano le indicazioni per Varamo: «Vai a prenderti la motrice, ci vediamo là sotto al bivio a San Fili». Costa si preoccupa anche del carburante: «Nafta ne ha il camion?». «Sì, prendiamo dall’autostrada, no?», è la risposta. «Eh sì, dall’autostrada». I tabulati telefonici ricostruiscono gli spostamenti successivi. Dalle 12.15 alle 14.45 Costa e Varamo si muovono insieme da Melicucco a San Gregorio d’Ippona, nel Vibonese, nei pressi di Piscopio, frazione di Vibo Valentia dove Piperno risiede dalla nascita.

La strada stretta della masseria

Raggiungere la destinazione non è semplice. Le manovre del camion si rivelano complicate, come emerge dalle conversazioni intercettate. Varamo racconta al telefono: «Devo vedere se ce la facciamo a girare… è un pochetto difficile, ad entrare, entro». Costa chiede: «È sette metri questo, no?». Varamo risponde: «Eh, è lungo assai». Il 20 aprile, parlando con Anselmo, Varamo torna sulle difficoltà incontrate durante il viaggio: «Mi sono fatto tre chilometri a marcia indietro… strada stretta… quella della masseria, vedi? La stessa piena di alberi… poi è caduto un albero… sono dovuti venire a tagliarlo». Un percorso impervio, dunque, per raggiungere una masseria isolata, descritta dagli stessi protagonisti con un’espressione eloquente.

«Si piange con un occhio»

Il 14 aprile, all’interno della Fiat Grande Punto di Varamo, una microspia registra una conversazione con Michele Papaluca. Varamo racconta il recupero della merce: «Se lo sono portato e io sono andato col camion e me lo sono portato indietro». Papaluca gli chiede: «Ma con l’accordo di quella persona?». Varamo risponde: «Sì, di quel signore, ah. Uno deve dire quello che è». Il discorso si sposta quindi sui costi dell’operazione. Varamo non entra nei dettagli, ma lascia intendere che una parte della spesa sia stata sostenuta: «Una parte, ah, una parte… vabbè, si piange con un occhio». Le conversazioni, insieme agli spostamenti ricostruiti attraverso i tabulati, costituiscono elementi sui quali si fonda la ricostruzione degli investigatori in merito al recupero e alla destinazione dei formaggi.

Il secondo recupero: altri sette quintali

La vicenda non si esaurisce con il primo trasporto. Al caseificio rimane una parte della merce che Piperno non era riuscito a caricare per mancanza di spazio. Il 20 aprile, Anselmo quantifica il residuo: «Una pedana e mezza». Varamo propone quindi una possibile scorciatoia: «E non può fare che sembri che se l’è portato e lo porta direttamente là sotto ormai?». L’ipotesi discussa è quella di simulare il prelievo e portare direttamente i formaggi alla masseria dei Costa. Nel frattempo, Piperno è fermo a Rosarno con il camion in panne e chiede di incontrare Angelo. Anselmo riferisce la richiesta: «C’è quello dello smaltimento che dice che è fermo a Rosarno… se magari potete raggiungerlo un minuto, ha detto ci accordiamo». Costa risponde: «Lascia che lo raggiungo». Il 24 maggio 2023 si torna al caseificio per un secondo prelievo, questa volta di circa sette quintali. Anche in questa occasione, secondo la ricostruzione investigativa, il ritiro avviene davanti ai carabinieri. Varamo chiede a Pasquale: «Dobbiamo andare a prendercelo?». La risposta è netta: «Sì». Le telecamere puntate sul caseificio riprendono le operazioni: un furgone Iveco intestato alla Masters srl, il muletto utilizzato per movimentare la merce e la presenza dei militari. Quel giorno Varamo torna anche sul precedente viaggio verso la masseria, descrivendo il luogo e le difficoltà incontrate: «Siamo andati a casa di quello, in un pezzo di terra tutto chiuso, “mancu li cani”, una masseria. Poi abbiamo caricato sulla strada, il tempo pioveva… meno male che siamo andati con quel camion». (p.suraci@corrierecal.it)


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