’Ndrangheta, il sangue sul santino e i segreti raccontati al figlio dal carcere. «Lo sanno anche in America»
Il racconto di Petrilli, arrestato con un chilo di cocaina. Il presunto rito di affiliazione, i rapporti con i trafficanti della Locride, i sospetti di tradimento e il denaro destinato ai familiari
CATANZARO «Lo vedi questo coso qua?». A parlare sarebbe Aurelio Rocco Petrilli mentre mostra al figlio l’indice della mano destra. Un gesto apparentemente insignificante, almeno fino a quando l’uomo non comincia a spiegare il motivo di quel segno. «Questo me lo hanno fatto con una lattina del gas ed ho messo il sangue sopra il santino. E lo sai cosa vuol dire?». Il figlio annuisce. Il padre prosegue, quasi a voler imprimere nella memoria del ragazzo il significato di quelle parole: «Da oggi, appena escono dai colloqui, lo sanno anche in America chi sei tu». Poi aggiunge: «Della famiglia a cui appartengo».
È il 5 dicembre 2022. Il dialogo avviene durante un colloquio in carcere, dove Petrilli si trova dopo essere stato arrestato con un chilogrammo di cocaina. Dall’altra parte del tavolo c’è il figlio, destinatario di un racconto che sembra evocare uno dei rituali più conosciuti della criminalità organizzata calabrese: il sangue versato sull’immagine sacra, il santino e l’appartenenza a una «famiglia» che, almeno nelle parole dell’uomo, sarebbe conosciuta perfino oltreoceano.
Certo, non è possibile stabilire, sulla base di quelle dichiarazioni, se il rito sia realmente avvenuto né le carte documentano un’accertata affiliazione di Petrilli a una specifica cosca anche perché gli stessi investigatori della Dda di Catanzaro parlano di «presunta affiliazione a una non meglio cosca ’ndranghetistica». Ma, in ogni caso, sono bastate quelle parole, pronunciate durante un colloquio familiare e finite nelle intercettazioni dell’inchiesta “Social Card”, a restituire uno spaccato particolare del mondo che ruota attorno ai traffici di droga tra la Locride e il Catanzarese. Un universo nel quale la disponibilità di cocaina, le conoscenze criminali, la fedeltà e il rispetto diventano elementi di un racconto che Petrilli sembra voler consegnare al figlio.
Il sangue sul santino e gli uomini incontrati in carcere
Ma andiamo con ordine. Aurelio Rocco Petrilli (1971), di Girifalco, destinatario della custodia cautelare in carcere nell’inchiesta “Social Card”, compare nelle carte della Dda come uno dei presunti componenti dell’associazione finalizzata al traffico di stupefacenti riconducibile, secondo l’accusa, a Davide De Santis. Il suo ruolo sarebbe stato quello di «corriere della cocaina», incaricato di «raggiungere i fornitori della Locride e trasportare i carichi verso il Catanzarese», annota il gip nell’ordinanza. Ma è soprattutto nei colloqui intercettati durante la detenzione che emerge un profilo diverso da quello del semplice trasportatore. Il racconto del santino si inserisce in una conversazione nella quale Petrilli parla anche di altri detenuti, descrivendo uomini che, a suo dire, avrebbero alle spalle storie di omicidi e appartenenze criminali. Al figlio racconta di uno dei compagni di cella, sostenendo che avrebbe commesso due omicidi, e si sofferma su episodi particolarmente violenti che gli sarebbero stati riferiti. Sono affermazioni dello stesso Petrilli, non riscontri investigativi sui fatti evocati, eppure, contribuiscono a spiegare il contesto nel quale l’uomo colloca il proprio racconto. C’è un altro passaggio significativo. Parlando del presunto riconoscimento ricevuto, Petrilli sostiene di non averlo cercato personalmente: «Non ho insistito io, hanno insistito loro perché hanno visto come mi comporto».
L’immagine che ne emerge è quella di un uomo che attribuisce un valore particolare ai rapporti con persone considerate influenti nella criminalità organizzata.
Il viaggio nella Locride e il chilo di cocaina
Per comprendere come Petrilli sia finito in carcere bisogna tornare al 29 ottobre 2022, quando gli investigatori intercettano un trasporto di cocaina destinato, secondo l’accusa, a Davide De Santis. Il giorno precedente i due hanno concordato un viaggio verso la Locride. L’appuntamento è fissato per la mattina successiva. Petrilli parte presto, raggiunge la zona di Ardore Marina e si mette in contatto con De Santis, che gli fornisce indicazioni sul luogo in cui deve recarsi. Le conversazioni telefoniche permettono agli investigatori di seguire gli spostamenti dell’uomo. Intorno alle 11, lungo la Statale 106, a Davoli Marina, i Carabinieri fermano la Seat Leon sulla quale viaggia Petrilli. Durante il controllo viene scoperto un involucro contenente un chilogrammo di cocaina. Scatta l’arresto. Nelle carte dell’inchiesta emerge anche una telefonata nella quale Petrilli avverte De Santis dell’intervento dei militari. «Sono con i Carabinieri qua! Mi hanno fatto la perquisizione e hanno trovato un… un coso… un pacco… Non so niente io!», dice, aggiungendo la sensazione che gli investigatori lo stessero aspettando. È soltanto uno degli episodi che la Dda colloca all’interno di una più ampia attività di trasporto. L’analisi del cellulare sequestrato a Petrilli avrebbe infatti consentito di ricostruire numerosi altri viaggi compiuti nei mesi precedenti, con contatti riconducibili a De Santis e Giovanni Saraceno. Gli investigatori individuano collegamenti con Ardore e Careri, nella Locride, e documentano sul telefono fotografie di consistenti somme di denaro contante. Immagini di banconote, spesso di taglio da cinquanta euro, scattate anche all’interno dell’automobile utilizzata dall’uomo. Secondo la ricostruzione accusatoria, Petrilli «non sarebbe stato quindi un corriere occasionale, ma una figura stabilmente impiegata per il trasporto dello stupefacente», annota il gip. E proprio durante i colloqui con il figlio, dal carcere, è lui stesso a tornare sulle modalità dei viaggi e sui luoghi di approvvigionamento della cocaina. Racconta persino come fosse stato realizzato un nascondiglio nell’automobile, dietro il sedile posteriore, e ricorda le difficoltà incontrate dai militari durante la perquisizione.
I soldi alla famiglia e la promessa di un sostegno mensile
Nei colloqui tra padre e figlio, però, non si parla soltanto di droga, arresti e presunte appartenenze criminali, c’è anche un’altra preoccupazione ricorrente: il mantenimento della famiglia dopo l’arresto. Petrilli vuole sapere se De Santis si sia fatto vivo, se abbia mantenuto gli impegni e soprattutto se i soldi siano arrivati. In una conversazione il figlio racconta che, durante la prima settimana di detenzione del padre, un ragazzo si era presentato portando del denaro. «E quanto ti ha portato?», domanda Petrilli. «Mille e quattro», risponde il figlio, riferendosi a 1.400 euro. L’uomo chiede come siano stati utilizzati e si preoccupa che una parte venga destinata anche agli altri familiari. Invita il figlio a consegnare cinquecento euro alla nonna e a rassicurarla sulla provenienza del denaro. Nelle conversazioni emerge anche il riferimento al Reddito di cittadinanza, con Petrilli che cerca di capire quali somme siano ancora disponibili e come vengano distribuite. Ma è soprattutto il rapporto con De Santis a interessare gli investigatori. Secondo la Dda, infatti, il sostegno economico alla famiglia del detenuto costituirebbe un ulteriore elemento indicativo dell’appartenenza di Petrilli all’organizzazione dedita al narcotraffico. Un rapporto che non si sarebbe interrotto dopo l’arresto. L’11 febbraio 2023 De Santis incontra il figlio di Petrilli in una zona di campagna nel territorio di Cortale. La conversazione, intercettata dagli investigatori, contiene una frase particolarmente significativa. «Ti pensavi che mi ero scordato?», domanda De Santis. Poche ore dopo quell’incontro, durante un controllo, il giovane viene trovato in possesso di 350 euro in contanti, circostanza che gli investigatori collegano al sostegno economico garantito al nucleo familiare. Altri contatti vengono documentati nelle settimane successive. Il 16 marzo, secondo la ricostruzione della Dda, un’ulteriore consegna di denaro ammonterebbe a 500 euro. Una continuità di rapporti che, nell’interpretazione degli inquirenti, non sarebbe riconducibile soltanto a un gesto di solidarietà personale, ma al ruolo svolto da Petrilli nell’attività di trasporto della cocaina per conto del gruppo.
La paura dell’associazione e il sospetto di essere stato tradito
C’è infine un aspetto quasi contraddittorio nelle conversazioni intercettate. Da una parte Petrilli racconta al figlio il presunto rito del santino e il riconoscimento ottenuto all’interno di una «famiglia». Dall’altra manifesta il timore che le indagini possano aggravare la sua posizione giudiziaria. «Il problema ora sai qual è? Di cosa ho paura io?», domanda durante un colloquio del 5 dicembre 2022. Poi spiega il motivo della propria preoccupazione: «Ancora mi mettono dentro l’associazione, capito?». Il riferimento, in questo caso, è alla possibile contestazione del reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, distinta dall’eventuale appartenenza a un’associazione mafiosa. È un timore che gli investigatori considerano significativo perché, secondo la loro lettura, dimostrerebbe la consapevolezza di Petrilli dell’esistenza di una struttura organizzata dedita al narcotraffico. Ma nelle parole dell’uomo emerge anche la convinzione di essere stato tradito. Petrilli è persuaso che qualcuno possa aver parlato troppo, facendo arrivare ai Carabinieri informazioni sui suoi spostamenti e sulle attività illecite. I suoi sospetti arrivano persino nell’ambiente familiare. Durante un colloquio ipotizza che una serie di confidenze, passate di persona in persona, possa aver contribuito a far conoscere le sue attività. Poi guarda anche fuori dalla famiglia, chiedendo al figlio di cercare informazioni su altre persone del paese, che ritiene possano sapere qualcosa. Nelle intercettazioni emergono così diffidenza, accuse e timori, ma nessuna prova che le persone sospettate da Petrilli abbiano realmente fornito informazioni agli investigatori.(g.curcio@corrierecal.it)
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