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il grido d’allarme

Sanità, la “rivolta” che parte dalla Calabria. «Basta con i piani di rientro a tempo indeterminato»

L’input lanciato dal presidente della Regione Occhiuto raccolto anche da altri colleghi. I mille paradossi delle regole attuali

Pubblicato il: 27/10/2026 – 10:20
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LAMEZIA TERME Regole certe e tempi altrettanti certi per uscire dai piani di rientro nella sanità, perché chi entra in piano di rientro «sa quando inizia ma non sa quando finisce». A dirlo mesi fa, all’atto dell’uscita della Calabria dal commissariamento governativo della sanità, è stato il presidente della Regione Roberto Occhiuto: ora, a distanza di qualche tempo, questa pressante richiesta è praticamente condivisa da tutte le Regioni, a partire ovviamente da quelle, come la Calabria o l’Abruzzo o la Puglia, che ancora devono soggiacere alle fortissime limitazioni di un piano di rientro («una camicia di forza», sempre copyright Occhiuto). Una richiesta pressante che anche la Conferenza delle Regioni ormai ha fatto propria con alcuni atti e alcuni documenti nei quali si evidenziano le distorsioni di un sistema che privilegia soltanto gli aspetti “ragionieristici” a scapito di quelli assistenziali. Una premessa doverosa: la sanità calabrese è in piano di rientro da oltre 17 anni, per la precisione dal 2009, da un anno prima del commissariamento, che infatti sarebbe stato disposto nel 2010.

Le Regioni sulla scia della Calabria

Nelle scorse settimane Occhiuto ha specificato che dopo l’uscita dal commissariamento il suo obiettivo sia quello di uscire anche dal piano di rientro nel più breve tempo possibile e in ogni caso prima della fine del suo mandato. E ha riferito di avere chiesto e ottenuto garanzie per definire un percorso chiaro, una posizione ripresa nel dibattito nazionale anche da altri governatori convinti della necessità di stabilire scadenze precise per l’uscita dai piani di rientro dal disavanzo sanitario. In ordine di tempo, l’ultimo presidente di Regione che si è soffermato su questa problematica è il governatore dell’Abruzzo, Marco Marsilio, a margine del Festival delle Regioni a Firenze. «Oggi – ha sostenuto Marsilio – ci sono regole molto rigide per entrare in commissariamento ed essere sottoposti a un piano di rientro. Ma non c’è una regola chiara su come se ne esca. C’è una forte spinta a cambiare su questo punto. Devo ringraziare il collega Occhiuto della Regione Calabria, che ha posto in maniera corretta questo tema, al quale altre Regioni hanno aderito e che tutte, alla fine, hanno condiviso. Ci sono Regioni che da vent’anni stanno in piano di rientro e non si capisce quando finisca questa fase, che viene considerata, usando un eufemismo, come “di accompagnamento” dei ministeri vigilanti per “mettere le regioni sulla buona strada”. In realtà si traduce poi in una serie di limitazioni molto importanti». Tra le conseguenze per Marsilio c’è la difficoltà di aumentare l’offerta sanitaria: «Le Regioni come la nostra, la Puglia, la Calabria e così via non possono acquistare prestazioni ulteriori in presenza di forte richiesta. Con ricadute negative sulle liste d’attesa e sulla mobilità sanitaria. Le stesse prestazioni, come una protesi all’anca che non possiamo acquistare nella sanità convenzionata nel nostro territorio – ha sostenuto il presidente dell’Abruzzo – vengono ottenute dai pazienti a Milano, a Bologna, a Roma mentre potrebbero essere fatte da noi». Il presidente Marsilio ovviamente ha posto la situazione dell’Abruzzo sotto i riflettori: «Dal 2016 è uscita dal commissariamento, ma è tuttora in piano di rientro. Non c’è verso di riuscirne, anche se presentiamo da oltre 10 anni bilanci in linea o nei limiti di sforamento previsti dalla legge, cioè sotto il 5% di sforamento, che comunque compensiamo con risorse proprie, anche con l’aumento delle tasse».

I paradossi dell’attuale sistema

A partire dalla Calabria le Regioni dunque chiedono con forza una riforma delle regole attuali. Il motivo principale è che l‘attuale normativa — pensata a metà degli anni 2000 – la Finanziaria 2005, per la precisione – prevalentemente come strumento di austerità e taglio del deficit — è considerata troppo rigida, sbilanciata sui soli vincoli contabili e spesso controproducente per la qualità dell’assistenza sanitaria offerta ai cittadini. E soprattutto evidenziano che la normativa attuale alimenta situazioni assolutamente paradossali. Il primo paradosso è che le regole vigenti sul piano di rientro impongono tagli lineari e blocchi della spesa per azzerare il deficit contabile: tuttavia, l’azzeramento del disavanzo avviene spesso a scapito dell’erogazione delle prestazioni sanitarie essenziali (Lea). Inoltre i piani di rientro impongono limiti stringenti alle assunzioni e alle spese per il personale ma questo genera un circolo vizioso, con ospedali dotati di pochi medici, turni insostenibili, chiusura di reparti e dipendenza da medici “gettonisti” o strutture private. Infine, il tema annoso della mobilità passiva, che a esempio alla Calabria costa una cifra esorbitante, oscillante tra i 200 e i 300 milioni all’anno negli ultimi anni: le regioni in oiano di rientro devono rimborsare ogni anno centinaia di milioni di euro alle Regioni che accolgono i propri pazienti ma questo aumenta il deficit di bilancio locale, rendendo ancora più difficile uscire dal piano di rientro. Da qui la richiesta delle Regioni di una valutazione “integrata” bilancio-Lea: cioè considerare prioritario il raggiungimento dei livelli essenziali di assistenza, nel senso che da più parti si propone che se una Regione dimostra di erogare prestazioni di qualità, non debba subire blocchi rigidi di spesa solo per disavanzi congiunturali. (a. cant.)

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