Fine vita, 10.794 calabresi chiedono una legge. Cappato: «La politica è indietro»
L’Associazione Luca Coscioni deposita la proposta di legge sul suicidio assistito: già approvata in cinque Regioni, la Calabria può essere la prima del Sud
REGGIO CALABRIA Zero. Zero persone in Calabria, zero in tutto il Sud. È il numero di chi, in sette anni, ha ottenuto l’assistenza del Servizio sanitario per porre fine alle proprie sofferenze, nelle condizioni fissate dalla Corte costituzionale. Stamattina 10.794 calabresi sono andati a chiedere al Consiglio regionale di cambiarlo. In Consiglio regionale, in via Cardinale Gennaro Portanova, l’associazione Luca Coscioni ha depositato la proposta di legge regionale di iniziativa popolare sul suicidio medicalmente assistito. Il quorum era di 5mila firme, ma in Calabria hanno firmato 10.794 persone. Con il tesoriere Marco Cappato c’erano i componenti del Comitato promotore “Liberi Subito” Calabria (Mariasole Cavarretta, Caterina Forelli, Ivan Papasso, Maria Teresa Prestanicola) e i volontari. La campagna “Liberi fino alla fine” è partita a Reggio il 29 maggio: circa 150 tavoli, 130 tra attivisti e autenticatori, quattro mesi. Prima di entrare dentro il Palazzo per depositare formalmente le firme, si sono fermati nel piazzale ad incontrare la stampa. «Sono quasi 11mila le persone in Calabria che chiedono che chi vive sofferenze insopportabili e irreversibili non sia costretto a subire quella condizione come una tortura», dice Cappato. «Non si può essere costretti ad aspettare magari due o tre anni per ricevere una risposta».
Un diritto che c’è, ma non si vede
Quel diritto esiste da oltre sette anni, da quando la sentenza sul caso Cappato–Antoniani ha reso non punibile l’aiuto al suicidio a condizioni precise: patologia irreversibile, sofferenze intollerabili, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, capacità di decidere in modo libero e consapevole. L’assistenza deve arrivare dal Servizio sanitario nazionale. I numeri, per Cappato, sono impietosi. «Il primo anno zero, il secondo anno zero, il terzo anno zero. Ad oggi sono 19 le persone che hanno ottenuto l’assistenza dei medici del Servizio sanitario nazionale, nove delle quali nei primi dieci mesi del 2026». E in Calabria? «Zero. Nel Sud Italia? Zero». Non crede che la colpa sia delle cure palliative, che a volte vengono evocate contro la legge: «Non credo proprio che sia questa la spiegazione». Il problema sono le regole che mancano. Federico Carboni, nelle Marche, ha aspettato due anni che l’azienda sanitaria verificasse le sue condizioni, e sono servite due condanne del Tribunale di Ancona. Laura Santi, in Umbria, due anni e otto mesi. «In assenza di regole, anche quando non c’è un’ostilità politica, l’azienda sanitaria non sa cosa fare», spiega Cappato. «Bisogna convocare la commissione, poi il comitato, stabilire il protocollo, capire quale farmaco utilizzare. Intanto passano i mesi».
Dodici articoli, un termine
Il testo, spiega Prestanicola, è lo stesso approvato la settimana scorsa in Umbria e prima in Veneto, Emilia-Romagna, Sardegna e Toscana. Ha dodici articoli e non introduce nuovi diritti. Prevede, tra l’altro, una commissione multidisciplinare da istituire entro 15 giorni per verificare i requisiti fissati dalla Consulta. Le sentenze 204 del 2025 e 148 del 2026, depositata il 24 luglio, hanno chiarito che le Regioni possono regolare l’organizzazione sanitaria senza toccare la materia penale e civile. Il limite riguarda i termini rigidi, trenta giorni, che sono stati giudicati illegittimi nel ricorso del governo. Per questo si parla di procedure «senza ingiustificati ritardi».


La Calabria che firma
«La Calabria è la regione nella quale abbiamo raccolto il maggior numero di firme in rapporto alla popolazione», rivendica Cappato. «Le persone hanno capito quanto sia importante poter decidere sulla propria vita, sul proprio corpo e sulla propria malattia. La politica e le istituzioni sono indietro». Ivan Papasso, che ha coordinato la raccolta nel Cosentino, aggiunge che la provincia di Cosenza è la prima d’Italia per firme in percentuale, e chiede alla Regione «un’assunzione di responsabilità». Alla domanda se la proposta possa restare ferma in commissione, risponde: «Non può essere ignorata. È stata una straordinaria partecipazione democratica». C’è anche un sindaco con la fascia tricolore, arrivato da Jonadi, nel Vibonese: Fabio Signoretta. Il suo Comune ha messo a disposizione gli strumenti di autenticazione per rendere più semplice firmare. «Le adesioni sono state tantissime, oltre le aspettative».
Il Palazzo esce a incontrarli
Dal Palazzo esce Giuseppe Falcomatà, consigliere regionale del Pd, che va incontro a Cappato. «Oggi 11mila cittadini calabresi entrano idealmente in Consiglio regionale per chiedere l’applicazione di un diritto già sancito dalla Corte costituzionale». La discussione, dice, dev’essere «non sull’ideologia, ma su come disciplinarla». Poi indica il punto in cui il testo potrebbe arenarsi: «Dipende anche dalla sensibilità dei presidenti di commissione e del presidente del Consiglio di convocare queste commissioni e poi portarla in Consiglio regionale». Si dice fiducioso.
E adesso?
Le leggi regionali sono già cinque: Toscana, Sardegna, Emilia-Romagna, Veneto e Umbria. A Perugia il testo è passato con 11 voti favorevoli, 3 astenuti e 6 contrari, mentre la presidente Stefania Proietti ha scelto di non partecipare al voto. Il governo ha impugnato la legge toscana, per quella veneta il ricorso non risulta presentato. Insieme alla Calabria, l’associazione ha ridepositato le firme anche in Lombardia, Lazio e Piemonte. «La Calabria potrebbe diventare la prima regione del Sud ad approvare queste regole», dice Cappato. A Palazzo Campanella il tema non è nuovo: un testo era comparso già nella scorsa legislatura e poi si era arenato. Di recente il presidente Roberto Occhiuto ne ha parlato nel quadro di una riflessione sui diritti civili. Cappato chiede ai consiglieri di discutere il merito, non le bandiere: «Se si legge la legge invece di dividersi tra chi sarebbe per la vita e chi per la morte, si capisce che nessuno è per la morte: si è per la libertà di scelta». Il Consiglio può emendare il testo, ricorda, ma conta «mantenere le garanzie, le procedure e soprattutto tempi certi». Tempi certi. È l’unica cosa che chiedono davvero, ed è quella che finora nessuno ha dato. Ora le firme sono sul tavolo del Consiglio regionale. Il testo arriva con 10.794 firme, già approvato in cinque Regioni e con il via libera della Consulta sul metodo. Per Cappato la Calabria può diventare la prima del Sud a darsi queste regole. «Tempi certi» è la richiesta. Adesso comincia la discussione.
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