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LE MOTIVAZIONI

Rapina da 169mila euro ai Due Mari, otto anni per depositare i tabulati. Così crolla l’accusa contro cinque imputati

I dati telefonici acquisiti nel 2015 e depositati soltanto nel 2023, nonostante le ripetute richieste delle difese. Il Tribunale di Lamezia li dichiara inutilizzabili

Pubblicato il: 30/10/2026 – 12:27
di Giorgio Curcio
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LAMEZIA TERME I tabulati telefonici acquisiti dagli investigatori già nel 2015, le richieste delle difese rimaste senza risposta e un supporto informatico depositato formalmente soltanto otto anni più tardi, quando il processo era ormai in corso da tempo. È soprattutto su questo passaggio che si concentra una parte decisiva delle motivazioni con cui il Tribunale di Lamezia Terme ha assolto cinque persone accusate della rapina da 168.930 euro compiuta il 14 gennaio 2015 nei pressi del centro commerciale Due Mari di Maida. Undici anni dopo il colpo, i giudici hanno dichiarato inutilizzabili i tabulati telefonici, ritenendo che il loro mancato deposito avesse impedito il pieno esercizio del diritto di difesa. La sentenza, pronunciata il 5 maggio 2026 e depositata il 17 giugno, porta la firma della presidente Angelina Silvestri, componente del collegio insieme alle giudici Brigida Candela e Martina Gallucci. Assolti per non aver commesso il fatto Daniela Satraniti (1979), Ivan Reale (1973), Vincenzo Curcio (1983), Pasquale Franzè (1989) e Pasquale Perri (1976). Il pubblico ministero Gualberto Buccarelli aveva chiesto sette anni di reclusione per Satraniti e Perri e nove anni per gli altri tre imputati. Le difese avevano invece sollecitato l’assoluzione, contestando anche l’utilizzabilità dei dati telefonici.

I tabulati chiesti dalle difese e depositati otto anni dopo

Il nodo centrale è rappresentato proprio dai tabulati telefonici. Durante le indagini, infatti, gli investigatori avevano acquisito e analizzato i dati del traffico telefonico, utilizzandoli per ricostruire i contatti tra gli indagati e i loro spostamenti attraverso le celle agganciate dai cellulari. Quegli stessi dati, però, non erano stati messi integralmente a disposizione delle difese al momento dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari. Il Tribunale, poi, ricostruisce una sequenza di richieste rimaste inevase. Ad esempio, già nel novembre 2015 l’avvocato Francesco Pagliuso aveva chiesto copia integrale della documentazione contenuta nel fascicolo del pubblico ministero, poi il 4 ottobre 2017 era stata presentata una nuova istanza, questa volta specificamente finalizzata a ottenere tutti i tabulati telefonici, anche in formato digitale, insieme all’indice del fascicolo della Procura. Nel maggio 2018 la difesa aveva depositato ulteriore documentazione a sostegno dell’eccezione di inutilizzabilità. Tuttavia, dagli atti risultava soltanto una parte dei dati, insieme a tabelle comparative elaborate dagli investigatori e a singoli fogli relativi ad alcune utenze mentre mancavano i tabulati integrali che avrebbero consentito ai difensori di verificare autonomamente le ricostruzioni della polizia giudiziaria. Un elemento particolarmente significativo, secondo i giudici, era contenuto in una nota dei carabinieri di Girifalco del 28 ottobre 2017, depositata in Procura due giorni dopo, nella quale si annunciava che il «CD contenente tabulati telefonici – celle» sarebbe stato depositato nel minor tempo possibile. Per il collegio, quel documento confermava che i dati richiesti non erano ancora presenti nel fascicolo consultabile dalle difese. Il supporto informatico contenente i tabulati sarebbe stato formalmente acquisito soltanto all’udienza del 26 settembre 2023, a dibattimento ampiamente inoltrato.

«Non è stato consentito il pieno esercizio del diritto di difesa»

La conclusione del Tribunale è netta.  I giudici osservano che l’omesso deposito degli atti investigativi in occasione dell’avviso di conclusione delle indagini può determinarne l’inutilizzabilità. Nel caso della rapina ai Due Mari, la circostanza assume un peso particolare proprio perché le difese avevano avanzato richieste specifiche e ripetute per ottenere la documentazione. «Le istanze formulate dalla Difesa sono rimaste inevase», scrivono i giudici, sottolineando come i tabulati fossero stati acquisiti, analizzati e utilizzati nell’attività investigativa senza essere messi tempestivamente a disposizione degli imputati. Non basta, secondo il collegio, che nel fascicolo fossero presenti le annotazioni della polizia giudiziaria contenenti una sintesi del traffico telefonico. I difensori dovevano poter controllare direttamente i dati originali, verificandone la corrispondenza con le elaborazioni degli investigatori.
«L’omesso deposito dei tabulati telefonici – reiteratamente richiesti – non ha consentito il pieno esercizio del diritto di difesa», si legge nelle motivazioni. Da qui la decisione di dichiarare inutilizzabili i tabulati, escludendoli dal materiale probatorio sul quale fondare il giudizio.

Le telecamere, le automobili e gli indizi insufficienti

Una volta esclusi i dati telefonici, il Tribunale ha esaminato gli altri elementi raccolti durante le indagini. Al centro della ricostruzione investigativa figuravano, ad esempio, i filmati delle telecamere del parcheggio del centro commerciale, nei quali comparivano un’Audi A4 grigia, una Volkswagen Golf scura e un Fiat Scudo rosso. La scarsa qualità delle immagini, però, non aveva consentito di leggere le targhe né di identificare con certezza le persone riprese. Per l’Audi, ricondotta al nucleo familiare dei Franzè, mancavano elementi sufficienti a dimostrare che fosse stata utilizzata proprio da Pasquale Franzè il giorno della rapina. Analoghe incertezze riguardavano il Fiat Scudo che gli investigatori avevano collegato a Reale: un veicolo dello stesso tipo, intestato alla sua compagna, era stato denunciato come rubato e successivamente ritrovato completamente bruciato. Una circostanza che, secondo il collegio, poteva alimentare sospetti ma non dimostrare la partecipazione alla rapina. Quanto a Vincenzo Curcio, il riconoscimento effettuato dagli investigatori nel parcheggio del centro commerciale risaliva al 21 gennaio 2015, sette giorni dopo il colpo, e non poteva dunque dimostrare la sua presenza sul posto durante la rapina. Per Daniela Satraniti, commessa nel negozio dove erano stati ritirati gli incassi, la conoscenza degli orari e delle modalità del prelievo del denaro non è stata ritenuta sufficiente a dimostrare un coinvolgimento. Ancora più fragile, secondo i giudici, il quadro relativo al marito Pasquale Perri, intervenuto insieme alla donna per prestare soccorso alle vittime dopo la rapina. Neppure le intercettazioni telefoniche, distinte dai tabulati dichiarati inutilizzabili, hanno fornito elementi univoci sulla responsabilità degli imputati.

Il colpo del gennaio 2015 e l’assoluzione

La rapina era avvenuta la sera del 14 gennaio 2015. Due incaricati del ritiro degli incassi di diversi negozi del Sud Italia erano stati avvicinati da uomini armati e con il volto coperto mentre raggiungevano la propria automobile nel parcheggio del Due Mari. I rapinatori li avevano costretti a salire in macchina e a raggiungere una zona isolata nelle campagne di Maida. Qui, sotto la minaccia delle armi, li avevano obbligati a sdraiarsi a terra, impossessandosi di una borsa contenente 168.930 euro in contanti, frutto degli incassi raccolti in diversi punti vendita tra Calabria e Sicilia. Il Tribunale ha ritenuto dimostrata la materialità della rapina, ma non la responsabilità dei cinque imputati. Dopo aver escluso i tabulati telefonici e valutato gli ulteriori elementi investigativi, i giudici hanno evidenziato l’assenza di prove sufficienti a ricondurre il colpo alle persone finite sotto processo. «La prova appare contraddittoria e insufficiente», conclude il collegio, disponendo l’assoluzione di tutti e cinque per non aver commesso il fatto. (g.curcio@corrierecal.it)

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