Israele, voto storico per gli elettori arabi
Centinaia di migliaia di persone hanno votato in numero record
Per i cittadini palestinesi di Israele è stato un raro momento di trionfo politico. Centinaia di migliaia di persone hanno votato in numero record, dando a due partiti a guida araba il maggior numero di seggi di sempre nel Parlamento israeliano. Molti avevano boicottato le elezioni precedenti, non vedendone l’utilità. Ma dopo anni in cui le loro comunità sono state demonizzate o trascurate, alcuni dei cittadini più emarginati di Israele si sono rivolti alle urne per contrastare il governo più di destra nella storia del Paese. «Siamo qui e non siamo ai margini», ha dichiarato Mansour Abbas, leader del partito Ra’am, mentre i sostenitori esultavano in una sala per matrimoni martedì sera, seguendo gli exit poll. L’ondata elettorale rende i due partiti una forza politica importante, potenzialmente decisiva per consentire alle opposizioni di formare una coalizione e porre fine al governo del primo ministro Benjamin Netanyahu. Resta da capire, tuttavia, se il principale rivale di Netanyahu, Gadi Eisenkot, e gli altri oppositori saranno disposti ad allearsi con loro. Solo una volta, infatti, un partito guidato da arabi ha fatto parte di un governo israeliano. Durante la campagna elettorale, Netanyahu aveva accusato i suoi principali oppositori di voler formare una coalizione con i partiti arabi, accusa respinta da Eisenkot. Netanyahu e i suoi alleati stanno ora intensificando ulteriormente la retorica anti-araba, avanzando affermazioni non provate secondo cui potenze straniere avrebbero corrotto gli elettori per sostenere i partiti a guida araba. In un post pubblicato giovedì su X, Netanyahu ha messo in guardia contro qualsiasi partito intenzionato a formare un governo con loro, sostenendo che ciò porterebbe all’«islamizzazione di Israele». Più di 800mila persone hanno votato martedì per Ra’am e per la Lista Unita, una coalizione di tre partiti a guida araba. Un incremento di oltre il 60% rispetto alle ultime elezioni del 2022, secondo i dati della Commissione elettorale centrale. I partiti hanno ottenuto complessivamente 19 seggi nella Knesset, il Parlamento israeliano composto da 120 membri, superando il precedente record di 15. Folle di elettori hanno affollato i seggi nelle comunità arabe, dal deserto del Negev alla Galilea settentrionale. A Tarabin, un villaggio beduino nel Negev, il partito di Netanyahu aveva ottenuto la maggioranza nelle ultime due elezioni. Martedì l’affluenza è quasi raddoppiata e Ra’am ha conquistato il 93% dei voti. Nella città settentrionale di Sakhnin si è registrata la più alta partecipazione al voto in Israele, con l’87%. Il sindaco Mazen Ghnaim ha spiegato che gli elettori hanno considerato il voto una misura d’emergenza per contrastare la crescente criminalità violenta nelle comunità arabe e l’incitamento all’odio da parte degli alleati di estrema destra di Netanyahu. «Voglio proteggere i miei elettori dall’essere uccisi, i miei figli dagli attacchi nelle loro università e i medici arabi dagli attacchi negli ospedali», ha dichiarato Ghnaim, sostenitore di Ra’am, riferendosi ai recenti episodi di violenza anti-araba. I partiti si sono impegnati a fondo per superare la storica riluttanza al voto dei palestinesi, che da tempo si sentono ignorati nelle sedi del potere. Hanno organizzato incontri nelle città e nei centri abitati che i partiti a guida ebraica avevano per lo più trascurato. Un movimento di base ha inoltre portato avanti una campagna porta a porta nei villaggi beduini per incoraggiare le donne a votare. Elettori e candidati hanno sottolineato che la maggiore partecipazione non rifletteva una rinnovata fiducia nella democrazia israeliana, ma piuttosto la disperazione di chi voleva contribuire a rovesciare Netanyahu. Due dei suoi alleati di estrema destra, Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, sono responsabili di alcune delle politiche più estreme di Israele e di dichiarazioni di incitamento all’odio anti-arabo. Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale, aveva lanciato un allarme il giorno delle elezioni per l’affluenza araba, dicendo ai suoi sostenitori: «Se volete che questo Paese rimanga ebraico e sionista… allora andate a votare!». Una retorica, ripresa anche da Netanyahu e Smotrich, che potrebbe aver finito per galvanizzare gli elettori arabi. «Vediamo il governo andare di male in peggio», ha dichiarato Awni Zoabi, 52 anni, dopo aver votato a Nazareth. «Vogliamo vivere, vogliamo un futuro per i nostri figli e vogliamo un futuro per noi stessi». I palestinesi che sono riusciti a rimanere in Israele dopo la guerra del 1948, che ha segnato la nascita dello Stato e provocato l’espulsione o la fuga di centinaia di migliaia di persone, e i loro discendenti costituiscono oggi oltre il 20% della popolazione. Hanno la cittadinanza israeliana, compreso il diritto di voto, ma mantengono anche una profonda solidarietà con i palestinesi di Gaza e della Cisgiordania. Sia Ra’am sia la Lista Unita hanno incentrato le rispettive campagne sulla lotta alla criminalità e sulla promozione degli investimenti nelle comunità arabe. I due schieramenti hanno però proposto visioni differenti su come affrontare il conflitto nel suo complesso. Ra’am ha posto i vantaggi di un ingresso in un governo di coalizione al centro della propria proposta elettorale, evitando dichiarazioni che potessero allontanare i potenziali alleati ebrei. Il partito ha inoltre inserito un ex funzionario di polizia ebreo al secondo posto nella lista dei candidati. Al contrario, i membri della Lista Unita hanno definito genocidio l’intervento israeliano a Gaza e paragonato l’occupazione della Cisgiordania all’apartheid in Sudafrica. Accuse che la maggior parte degli israeliani ebrei respinge con forza. «La gente è abbastanza intelligente da capire cosa sta succedendo. Delle due opzioni, una propone un genocidio e l’altra l’apartheid. Queste sono le alternative: cattive o peggio», ha affermato Sami Abou Shehadeh, leader di uno dei partiti della Lista Unita. I principali partiti israeliani si sono a lungo opposti ad alleanze con le formazioni a guida araba elette alla Knesset, considerandole una minaccia al carattere ebraico di Israele o mettendo in dubbio la loro lealtà allo Stato.
