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’Ndrangheta, la «mafia a tre teste» si sgretola dall’interno. Sei pentiti in meno di due anni nell’inchiesta Hydra

Da Pintaudi a Vestiti, uno dopo l’altro i protagonisti del presunto consorzio mafioso scelgono di collaborare. Le rivelazioni e le crepe nel sistema ricostruito dalla Dda di Milano

Pubblicato il: 01/11/2026 – 19:00
di Giorgio Curcio
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MILANO Sei collaboratori di giustizia in una sola inchiesta. È forse uno degli aspetti più significativi, e per certi versi sorprendenti, dell’intera vicenda giudiziaria di Hydra, il procedimento della Dda di Milano che ha ricostruito l’esistenza di un presunto consorzio criminale fondato sull’alleanza tra ’ndrangheta, camorra e Cosa nostra. Un sistema che, secondo l’accusa, avrebbe consentito alle tre organizzazioni di superare rivalità e appartenenze per condividere affari, interessi e strategie criminali in Lombardia. E che adesso, almeno sul fronte della tenuta interna, sembra mostrare crepe sempre più profonde. Perché sei dei suoi protagonisti hanno deciso, uno dopo l’altro, di rompere il silenzio e raccontare ai magistrati ciò che sanno. L’ultimo è Giancarlo Vestiti, ritenuto il referente del clan Senese in Lombardia e una delle figure di vertice della presunta alleanza. La sua scelta, emersa il 28 ottobre nell’aula bunker milanese, rappresenta il punto più recente di un percorso cominciato oltre un anno prima. Non si tratta, dunque, di un episodio isolato, ma di una successione di collaborazioni che sta progressivamente portando davanti alla magistratura le voci di uomini provenienti dalle diverse componenti criminali del sistema.

Sei collaborazioni, tre organizzazioni mafiose

Il primo a parlare è Saverio Pintaudi, riconducibile all’area della cosca calabrese Iamonte, che avvia la collaborazione nella primavera del 2025, raccontando soprattutto il circuito economico-finanziario del presunto consorzio. A settembre dello stesso anno è la volta di William Alfonso Cerbo, detto «Scarface», legato al clan catanese Mazzei, che offre ai magistrati una ricostruzione delle origini dell’alleanza e dei rapporti tra i gruppi criminali. Nel novembre 2025 comincia a collaborare anche Francesco Bellusci, detto «Occhi Celesti», appartenente alla locale di ’ndrangheta di Legnano-Lonate Pozzolo. Le sue dichiarazioni, al centro di numerose udienze del processo ordinario, hanno ricostruito gerarchie, affiliazioni, rapporti con la Calabria e il cosiddetto «subentro» della locale nel sistema mafioso lombardo. Poi arrivano le collaborazioni di due figure considerate particolarmente importanti nell’inchiesta. Il 3 febbraio 2026 rende il primo verbale Gioacchino Amico, ritenuto uno dei principali protagonisti del sistema per conto degli ambienti vicini ai Senese. Il 19 febbraio comincia a parlare anche Bernardo Pace, legato alla componente siciliana e a Paolo Aurelio Errante Parrino. Una collaborazione interrotta dalla sua morte nel carcere torinese delle Vallette, il 16 marzo, sulla quale resta aperta un’inchiesta per istigazione al suicidio. Infine Vestiti. Proprio l’uomo che, secondo le dichiarazioni rese da Amico, avrebbe avuto un ruolo di comando nell’intera organizzazione.

Dalla nascita dell’alleanza al «subentro» della ’ndrangheta

Le dichiarazioni già emerse nel procedimento permettono di comprendere quale contributo abbiano offerto alcuni dei collaboratori. Cerbo, ad esempio, ha ricostruito la nascita della presunta alleanza partendo da un debito di 250mila euro nei confronti del calabrese Filippo Crea. Una vicenda nella quale sarebbero intervenuti Santo Crea, Giancarlo Vestiti e Gaetano Cantarella, trasformando un potenziale scontro tra gruppi criminali in un accordo. «Questi si conoscono per questa cosa e anziché litigare si uniscono», ha raccontato «Scarface» davanti al Tribunale di Milano, descrivendo il passaggio dalla contrapposizione alla collaborazione negli affari. Francesco Bellusci ha invece indicato in una riunione del maggio 2021, in un capannone di Cassano Magnago, il momento dell’ingresso della locale di Legnano-Lonate Pozzolo nell’alleanza già esistente. Un «subentro», come lo ha definito lo stesso collaboratore, che avrebbe consentito di allargare ulteriormente il sistema. Secondo Bellusci, a sostenere l’opportunità dell’accordo sarebbe stato Gioacchino Amico, convinto che ci fossero sufficienti affari da condividere. «Tanto di carne al fuoco ce n’è, possiamo mangiare tutti quanti», la frase attribuitagli dal pentito. Due ricostruzioni che, pur partendo da episodi differenti, convergono su un elemento: la capacità dei gruppi criminali di trasformare contrasti e interessi particolari in un’alleanza più ampia, superando le tradizionali appartenenze mafiose.

Gli affari, i rapporti con la politica e i segreti ancora da chiarire

Non soltanto la nascita del consorzio. I collaboratori hanno affrontato anche il funzionamento economico dell’organizzazione e alcuni dei suoi rapporti esterni. Saverio Pintaudi ha raccontato il presunto sistema delle fatture false e della liquidità procurata attraverso intermediari cinesi, riferendo di somme in contanti tra 50 e 80mila euro viste negli uffici della cooperativa Yxel nella disponibilità di soggetti riconducibili agli ambienti criminali calabresi e siciliani. Ancora più delicati alcuni passaggi delle dichiarazioni di Gioacchino Amico, che ha ammesso l’esistenza dell’alleanza collocandone la nascita nel 2019 e indicando Vestiti come figura di vertice. Il collaboratore ha parlato anche della capacità di esponenti criminali di infiltrarsi in diversi settori della società, compresa la politica. Una parte consistente dei suoi verbali è tuttavia ancora coperta da omissis. Bernardo Pace, invece, prima della morte aveva confermato ai magistrati la propria appartenenza al sistema e riferito dei rapporti tra Paolo Aurelio Errante Parrino e Matteo Messina Denaro, sostenendo che l’ex latitante si recasse a Milano per incontrare il cugino. Pace aveva precisato di non aver mai visto personalmente Messina Denaro. Aveva inoltre dichiarato di conoscere particolari sulla scomparsa di Gaetano Cantarella e risposto alle domande dei magistrati sui presunti rapporti tra mafia e politica, anche in questo caso con numerose pagine oscurate. Restano invece sconosciuti, almeno pubblicamente, i contenuti delle eventuali dichiarazioni di Giancarlo Vestiti. Ed è proprio la sua decisione di collaborare a rendere ancora più significativa la successione dei pentimenti.

Le crepe nel sistema mafioso lombardo

È soprattutto la successione di queste scelte a rendere particolare il caso Hydra. Non soltanto collaboratori provenienti da gruppi differenti, ma anche uomini che, secondo la ricostruzione accusatoria, avrebbero contribuito a costruire, consolidare e gestire l’alleanza. Dai rapporti tra le cosche calabresi e i clan siciliani fino agli interessi della camorra romana in Lombardia, le dichiarazioni stanno contribuendo ad approfondire la conoscenza di un sistema che aveva fatto della collaborazione tra organizzazioni mafiose il proprio tratto distintivo. Un risultato investigativo significativo per la Dda milanese, con i pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, e per i carabinieri del Nucleo investigativo che hanno condotto le indagini. Il procedimento ha già portato, nel gennaio scorso, a 62 condanne nel rito abbreviato, mentre prosegue il processo ordinario a carico di 45 imputati. Naturalmente, sei collaborazioni non significano automaticamente che l’intero sistema criminale sia stato smantellato, né che ogni dichiarazione resa abbia già trovato riscontro. Ma rappresentano un segnale difficilmente trascurabile. La presunta alleanza che avrebbe dovuto rendere più forti tre mafie storicamente autonome si trova oggi a fare i conti con le rivelazioni di sei uomini provenienti dal suo stesso interno. E la scelta di Vestiti, l’ultima in ordine di tempo, rende ancora più evidente una frattura che l’azione investigativa della Dda di Milano potrebbe aver contribuito ad approfondire ben oltre il risultato iniziale dell’inchiesta. (g.curcio@corrierecal.it)

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