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I risultati delle ricerche

Ciclone Harry, l’onda record di 16,6 metri e 195 segnalazioni di danni in Calabria. Il rischio per le coste ioniche

Due studi scientifici ricostruiscono l’evento estremo di gennaio. Sul litorale calabrese onde significative vicine ai 7 metri e mareggiate di durata eccezionale

Pubblicato il: 02/11/2026 – 16:29
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LAMEZIA TERME Un’onda di 16,6 metri, la più alta mai registrata nel Mediterraneo, e un sistema di mareggiate capace di provocare danni estesi lungo le coste di Sicilia, Sardegna e Calabria. Ma soprattutto un fenomeno la cui pericolosità non dipende soltanto dall’altezza raggiunta dal mare: la durata delle condizioni estreme e la conformazione dei fondali e dei litorali possono amplificare sensibilmente le conseguenze delle inondazioni. A oltre nove mesi dal passaggio del ciclone Harry, che tra il 19 e il 22 gennaio 2026 ha investito il Mediterraneo centrale, due studi scientifici consentono di ricostruire con maggiore precisione quanto accaduto e di individuare le caratteristiche che rendono particolarmente vulnerabili le coste calabresi. Il primo, pubblicato il 29 ottobre su Communications Earth & Environment, rivista del gruppo Nature, è stato realizzato da un gruppo internazionale di ricercatori con il contributo delle Università di Bari, Catania, Palermo e Malta, dell’Ingv, del Cnr e dell’Ispra. Il secondo, pubblicato il 3 agosto sulla rivista Earth, è stato condotto da sei ricercatori dell’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del CNR di Rende e riguarda specificamente la Calabria. Ed è proprio dall’incrocio tra i due lavori che emerge un quadro particolarmente significativo: Harry ha prodotto condizioni marine eccezionali, ma gli effetti sul territorio sono stati condizionati anche dalla durata della tempesta e dalle caratteristiche delle aree costiere esposte.

L’onda di 16,6 metri: il record nel Mediterraneo

La misurazione più impressionante arriva dal Canale di Sicilia. Il 20 gennaio 2026 una boa della Rete ondamentrica nazionale dell’Ispra, posizionata tra Portopalo di Capo Passero e Malta, ha registrato un’onda individuale alta 16,6 metri. È il valore più elevato mai rilevato strumentalmente nel Mediterraneo. Il dato, però, richiede una distinzione importante: non significa che tutte le coste colpite dal ciclone abbiano subito onde di quell’altezza. Si tratta del massimo misurato per una singola onda in un preciso punto del mare. Lo studio pubblicato su Communications Earth & Environment, intitolato Unprecedented storm impact in the Mediterranean revealed by models and seismic noise during Cyclone Harry, combina osservazioni meteorologiche e oceanografiche, dati satellitari, ricostruzioni dei fondali e simulazioni numeriche per analizzare gli effetti della tempesta. I ricercatori hanno studiato 19 siti costieri distribuiti tra Calabria, Sicilia, Sardegna e Malta, valutando come il moto ondoso e la configurazione del territorio abbiano influenzato l’estensione degli allagamenti. Le simulazioni mostrano che alcuni contesti geomorfologici possono favorire una penetrazione particolarmente estesa dell’acqua marina, con episodi di inondazione propagatisi per oltre 500 metri dalla linea di costa nell’insieme delle aree esaminate. Un risultato che pone al centro il problema della vulnerabilità costiera, al di là della sola intensità del ciclone.

Calabria, onde significative vicine ai 7 metri lungo lo Ionio

Per comprendere quanto accaduto sulle coste calabresi è particolarmente utile la seconda ricerca, intitolata Linking Meteo-Marine Forcing and Spatial Damage Patterns in Calabria After Cyclone Harry (Southern Italy). Lo studio è firmato da Carmela Vennari, Graziella Emanuela Scarcella, Loredana Antronico, Deborah Biondino, Francesco Chiaravalloti e Roberto Coscarelli, ricercatori del CNR di Rende. L’analisi dei dati marini mostra che, durante il passaggio di Harry, il settore ionico calabrese è stato investito da un moto ondoso persistente proveniente da sud-est. L’altezza significativa delle onde si è avvicinata ai 7 metri in estesi tratti del litorale compreso tra la Calabria meridionale e il Crotonese. Si tratta di un parametro diverso dall’altezza massima di una singola onda: l’altezza significativa esprime, in termini semplificati, l’altezza media delle onde più elevate all’interno di un determinato stato del mare. Ma lo studio evidenzia soprattutto un altro aspetto. In diversi settori dello Ionio meridionale le condizioni marine sono risultate eccezionali non soltanto per l’intensità delle onde, ma per il numero di ore durante le quali il mare è rimasto particolarmente agitato. Il confronto con le serie storiche disponibili dal 1985 al 2025 mostra che, localmente, la persistenza delle condizioni estreme ha superato anche i precedenti massimi climatologici utilizzati come riferimento. In altre parole, non è stata soltanto la forza delle onde a rendere Harry così dannoso: è stato anche il loro continuo impatto sulle stesse porzioni di costa.

Le 195 segnalazioni di danni: Reggio e Catanzaro le province più colpite

I ricercatori del CNR hanno costruito un archivio georeferenziato contenente 195 segnalazioni di danno associate al passaggio del ciclone in Calabria. Il database, realizzato attraverso l’analisi di fonti istituzionali, notizie di stampa, immagini e documentazione audiovisiva, distingue gli effetti delle mareggiate da quelli di frane, vento e alluvioni.

La ripartizione è particolarmente significativa:

  • 132 segnalazioni riguardano danni associati alle mareggiate;
  • 26 riguardano frane;
  • 21 sono collegate al vento;
  • 14 agli allagamenti urbani;
  • 2 alle esondazioni.

Le mareggiate rappresentano quindi circa il 68% delle segnalazioni raccolte. Anche la distribuzione territoriale evidenzia una concentrazione molto marcata. La provincia di Reggio Calabria conta 81 segnalazioni, pari al 41,5% del totale, seguita da Catanzaro con 59, corrispondenti al 30,3%. Seguono Cosenza con 28 segnalazioni, Crotone con 22 e Vibo Valentia con 5. Considerando soltanto i fenomeni legati alle mareggiate, il peso è ancora più evidente: a Crotone l’86,4% delle segnalazioni riguarda il mare, a Catanzaro l’81,4% e a Reggio Calabria il 71,6%. È un quadro che conferma la particolare esposizione dei settori ionici durante il passaggio del ciclone. Va precisato che i 195 casi non costituiscono una quantificazione esaustiva di tutti i danni economici provocati da Harry, ma un archivio scientifico di segnalazioni localizzate, utilizzato per studiare la distribuzione e le caratteristiche degli impatti.

A San Sostene e Stilo oltre 500 millimetri di pioggia

La forza del ciclone emerge anche dai dati pluviometrici. Secondo la ricostruzione del CNR, basata sulle rilevazioni della rete regionale, presso la stazione di San Sostene Alaco, in provincia di Catanzaro, sono stati registrati 583,2 millimetri di pioggia nell’arco di circa 90 ore. A Stilo, nel Reggino, il totale ha raggiunto 531,3 millimetri nello stesso intervallo temporale. Quantità eccezionali, che confermano la complessità dell’evento meteorologico. Eppure, osservano i ricercatori, la maggior parte delle segnalazioni di danno raccolte è collegata all’azione del mare, più che direttamente alla pioggia. A Roccella Ionica, inoltre, le osservazioni del livello marino hanno consentito di stimare un innalzamento associato alla tempesta di poco superiore a mezzo metro nelle prime ore del 21 gennaio. È un dato distinto dall’altezza delle onde: l’innalzamento del livello del mare e il moto ondoso possono infatti combinarsi, aumentando la capacità dell’acqua di superare le difese naturali o artificiali della costa.

Perché alcune coste sono più vulnerabili

È uno degli aspetti centrali della ricerca pubblicata sulla rivista del gruppo Nature. I modelli utilizzati dagli studiosi evidenziano che canyon sottomarini, antichi canali sepolti, depressioni costiere e infrastrutture urbane possono modificare il modo in cui l’energia delle onde si trasferisce verso terra. La presenza di determinate conformazioni dei fondali e dei litorali può dunque favorire l’accumulo dell’acqua o la sua penetrazione nell’entroterra. L’indagine del CNR aggiunge un ulteriore elemento riguardante direttamente la Calabria. Nell’analisi delle segnalazioni di danni da mareggiata per le quali erano disponibili dati topografici dettagliati, i siti interessati risultano collocati lungo coste sabbiose a bassa quota, con elevazioni frequentemente comprese tra tre e cinque metri sul livello del mare. Inoltre, le aree danneggiate non coincidono esclusivamente con litorali già soggetti a erosione. Il fenomeno riguarda anche settori considerati relativamente stabili, a dimostrazione del fatto che la vulnerabilità a una mareggiata estrema non può essere valutata soltanto osservando se una spiaggia avanza o arretra nel tempo. Conta anche la quota del territorio, la conformazione della costa e l’esposizione alla direzione delle onde.

Il ciclone registrato persino dai sismografi

Un altro risultato particolarmente interessante dello studio internazionale riguarda la capacità delle onde di produrre segnali rilevabili dalle reti sismiche. I ricercatori hanno analizzato i dati di 55 stazioni sismiche del Mediterraneo, individuando durante Harry un’eccezionale amplificazione dei cosiddetti microsismi, piccole vibrazioni del suolo generate anche dall’interazione delle onde marine. Nelle stazioni ioniche, secondo lo studio, sono stati raggiunti livelli particolarmente elevati, con ampiezze senza precedenti nelle serie considerate a partire dal 1990. L’indicatore sismologico utilizzato dagli scienziati ha inoltre superato di oltre quattro volte i valori associati a precedenti tempeste e cicloni mediterranei. Non si tratta di terremoti provocati dal ciclone, ma di segnali generati dall’energia delle onde, che possono fornire ulteriori informazioni sull’intensità e sull’evoluzione delle condizioni marine. Un sistema di osservazione che potrebbe contribuire a migliorare il monitoraggio degli eventi estremi.

Il futuro delle coste calabresi e la necessità di prevenzione

Le conclusioni delle due ricerche convergono su un punto: per valutare correttamente il rischio costiero non è sufficiente conoscere l’altezza massima delle onde. Occorre considerare anche la durata delle mareggiate, la direzione del moto ondoso, la morfologia dei fondali, la quota delle aree urbanizzate e le caratteristiche delle infrastrutture esposte. Per la Calabria, dove numerosi centri abitati, lungomari, strutture turistiche e collegamenti si sviluppano immediatamente a ridosso della costa, si tratta di informazioni particolarmente rilevanti per la pianificazione degli interventi di prevenzione. Il passaggio di Harry ha mostrato come una mareggiata eccezionale possa produrre conseguenze differenti anche su tratti relativamente vicini dello stesso litorale. E i dati raccolti dagli studiosi suggeriscono la necessità di valutazioni sempre più dettagliate, capaci di individuare i punti nei quali l’acqua può superare la linea di costa e raggiungere abitazioni, strade e attività economiche. (redazione@corrierecal.it)

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