’Ndrangheta e camorra, bruciati nelle scommesse i 40mila euro della rapina ai corrieri di San Luca. Poi il piano per uccidere i capi
Il racconto del pentito Esposito nell’inchiesta sulla Vanella Grassi. I due fratelli ricompensati dopo il colpo ai Nirta-Strangio, le proteste ai Petriccione dal carcere e i tre giorni trascorsi arma…
LAMEZIA TERME Quarantamila euro incassati dopo la rapina ai corrieri della droga legati alla famiglia Nirta-Strangio di San Luca. Una somma considerevole, finita però rapidamente tra scommesse e giocate. Poi le richieste di denaro ai vertici del clan, il rifiuto di concedere persino 300 euro per il noleggio di un’automobile e un progetto di omicidio maturato all’interno della stessa organizzazione criminale. Il retroscena, quasi da film, emerge dalla nuova ordinanza del gip del Tribunale di Napoli (Federica Girardi), nei confronti di Gaetano Petriccione (1990), figlio del boss Salvatore, detto «Totore ‘o marenaro», già detenuto e destinatario di un’ulteriore misura di custodia cautelare in carcere per la presunta guida del clan camorristico della Vanella Grassi. Ciò che emergere dalle carte giudiziarie, però, è la nota vicenda della rapina dei 20 chili di cocaina sottratti il 18 aprile 2023 a Casavatore a corrieri provenienti dalla Locride, incaricati di consegnare lo stupefacente al clan Amato-Pagano. Un episodio già al centro dell’inchiesta della Dda partenopea e che adesso, attraverso le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Luigi Esposito, consente di ricostruire ciò che sarebbe accaduto all’interno del gruppo criminale dopo il colpo.
I 20mila euro a testa per la rapina ai calabresi
A raccontare i particolari è proprio Esposito, ex appartenente alla Vanella Grassi, che il 9 settembre 2024, due giorni dopo l’omicidio del fratello Camillo, decide di collaborare con la giustizia. Entrambi, secondo quanto riferito dal pentito, «avevano partecipato materialmente alla rapina ai corrieri calabresi, organizzata dagli uomini del clan sulla base di una soffiata attribuita a Simone Bartiromo e con il coinvolgimento di Gaetano Angrisano, all’epoca latitante». Secondo il racconto di Esposito, dunque, «il commando, armato di pistole, aveva intercettato i corrieri a Casavatore, impossessandosi di due borsoni contenenti lo stupefacente». Il racconto di Esposito, già utilizzato nella precedente inchiesta, prosegue però con un dettaglio economico. Dopo il colpo, infatti, i responsabili materiali sarebbero stati ricompensati. «Iazzetta ci pagò, dandoci 20mila per uno, a me e mio fratello», racconta il collaboratore, riferendosi a Fabio Iazzetta, detto «Chirichella», uno degli uomini che avrebbero organizzato l’operazione. Ad altri partecipanti sarebbero invece spettati compensi in hashish. Il pagamento, secondo il racconto, sarebbe avvenuto all’interno di un’abitazione nel Lotto G di Scampia, alla presenza di Luigi Palumbo, detto «’o limone». Il denaro era composto interamente da banconote da 50 euro.
Le scommesse e i 300 euro negati
«Dopo aver speso questa ingente somma con scommesse e bollette varie, io e mio fratello ci siamo ritrovati senza soldi», mette a verbale Luigi Esposito. Da qui sarebbero iniziate nuove tensioni. Camillo, in particolare, avrebbe insistito per ottenere nuovamente una retribuzione dal clan, dopo la sospensione della cosiddetta «mesata», il compenso periodico riconosciuto agli affiliati. I due fratelli avrebbero quindi effettuato una videochiamata con Gaetano Petriccione e il fratello minore Salvatore Junior, entrambi allora detenuti. Nel corso della conversazione sarebbero state esposte le difficoltà economiche e le richieste di sostegno. Secondo Esposito, Gaetano Petriccione avrebbe attribuito la responsabilità della situazione a Iazzetta, sostenendo di non poter fare molto. Una spiegazione che non avrebbe convinto Camillo. La tensione sarebbe esplosa poco dopo, quando quest’ultimo, avendo bisogno di 300 euro per pagare il noleggio di un’automobile, si sarebbe rivolto nuovamente a Iazzetta. La risposta, davanti ad altri affiliati, sarebbe stata negativa. Un rifiuto che Camillo avrebbe interpretato come un affronto, soprattutto considerando le disponibilità economiche di chi, secondo il collaboratore, gestiva parte delle risorse dell’organizzazione criminale.
Il progetto di omicidio: «Volevamo uccidere Rosas e Iazzetta»
La reazione dei fratelli Esposito, nel racconto del pentito, sarebbe stata immediata. Dopo il rifiuto dei 300 euro, i due si sarebbero rivolti a Ciro Musella, manifestando l’intenzione di eliminare Fabio Iazzetta e Luigi Rosas, detto «Gino ‘o Zuppone», figure di riferimento nella gestione del clan. «Era nostra intenzione uccidere Rosas e Iazzetta», racconta Esposito ai magistrati. Musella avrebbe quindi contattato Alessio Angrisano, all’epoca detenuto, che secondo il collaboratore avrebbe dato il proprio assenso al progetto. Lo stesso Musella avrebbe messo a disposizione dei due fratelli una pistola Beretta calibro 9×21. Per tre giorni, sempre secondo il racconto, Luigi e Camillo Esposito sarebbero rimasti appostati, armati, nel Lotto G di Scampia, nei pressi dell’abitazione di Rosas. Gli appostamenti sarebbero avvenuti tra le 18 e le 21, senza che i presunti obiettivi si facessero vedere. Il progetto non si concretizzò. A riportare la situazione verso una tregua sarebbe stato un successivo chiarimento tra Camillo e Iazzetta, durante il quale sarebbe emersa ancora una volta la questione delle retribuzioni. Iazzetta avrebbe sostenuto di non essere libero di decidere la distribuzione del denaro, essendo tenuto a garantire il mantenimento economico della famiglia Petriccione e degli altri vertici detenuti. Secondo quanto riferito da Esposito, Salvatore Petriccione, i figli Gaetano e Junior e Gaetano Angrisano avrebbero percepito 6mila euro al mese ciascuno dalle casse dell’organizzazione. Una ricostruzione che si inserisce nel quadro descritto anche dagli altri collaboratori di giustizia e ripreso dal gip nell’ordinanza: un clan dotato di una cassa comune e di un sistema di distribuzione delle entrate capace di sostenere i propri esponenti anche durante la detenzione.
Il tatuaggio cancellato e poi rifatto
C’è un particolare, apparentemente secondario, che restituisce la natura dei rapporti personali all’interno della Vanella Grassi. Camillo Esposito, racconta il fratello Luigi, aveva un legame particolarmente stretto con Fabio Iazzetta, «tanto da essersi fatto tatuare il suo nome sul petto» si legge nell’ordinanza. Durante il periodo delle tensioni e del progetto di omicidio, avrebbe deciso di cancellarlo. Dopo il chiarimento con Iazzetta, tuttavia, avrebbe scelto di tatuarselo nuovamente, questa volta sul polso. Un passaggio che chiude il racconto di Luigi Esposito sulla crisi interna al gruppo criminale, nata anche dalle rivendicazioni economiche successive alla rapina ai corrieri calabresi. La nuova ordinanza, intanto, ricostruisce il ruolo assunto da Gaetano Petriccione all’interno del clan, sulla base delle dichiarazioni convergenti di tre collaboratori di giustizia. Secondo l’ipotesi accusatoria condivisa dal gip in sede cautelare, l’uomo avrebbe continuato a esercitare funzioni direttive nonostante la detenzione, intervenendo attraverso comunicazioni con gli affiliati sulle decisioni più importanti dell’organizzazione. Un sistema di comando che, nella ricostruzione giudiziaria, non si sarebbe interrotto neppure dietro le sbarre. (g.curcio@corrierecal.it)
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