‘Ndrangheta, Curcio rilancia l’allarme: «Approccio troppo burocratico del legislatore rispetto all’azione investigativa»
Il procuratore di Catanzaro all’inaugurazione di un corso universitario nel capoluogo: «Servono una “rivolta della coscienza” e un rinnovamento culturale»
CATANZARO «Noi possiamo celebrare centinaia di processi e portare alla sbarra centinaia di persone, ma l’azione repressiva e giudiziaria non sarà mai risolutiva nel contrasto alla mafia. Lo snodo essenziale passa attraverso due momenti fondamentali: una vera e propria rivolta nelle coscienze, e soprattutto un radicale rinnovamento culturale. Se non ci fosse alla base una problematica di ordine culturale, noi avremmo risolto il problema mafia già da un pezzo». A dirlo il procuratore della Repubblica di Catanzaro, Salvatore Curcio, nel suo intervento all’inaugurazione del Corso di Laurea magistrale interateneo in Scienze della Formazione primaria all’Università Magna Graecia. Una vera e propria “lectio magistralis” da parte di Curcio, che ha spaziato per tutti i temi legati alla legalità, all’educazione alla legalità e al contrasto alle mafie.
Il vuoto educativo e il ruolo della famiglia
Anzitutto, secondo Curcio «la narrazione delle mafie spesso è sterile, perché si limita molto spesso a una mera cronaca giudiziaria, senza affrontare il problema psicologico e sociologico del perché questi fenomeni attecchiscano. Emblematico è quanto emerso nel processo per la morte del piccolo Dodò Gabriele, quando la difesa portò come testimoni ragazzi tra i 15 e i 18 anni che mostravano serie difficoltà a leggere una formula d’impegno prima della testimonianza, evidenziando come l’ignoranza sia humus fertile per la criminalità. Il problema della formazione è drammaticamente attuale. Ci siamo svegliati qualche mattina fa con la vicenda del ragazzino di 11 anni impegnato nelle strade a saccheggiare esercizi commerciali. Di fronte a questo, si sentono dire – passatemi il termine – delle “bestialità” perché quando sento dire che ci sono pochi carceri minorili e quindi bisognerebbe pensare a costruirne di più la risposta corretta, invece, è dire che dovremmo cominciare a occuparci di più delle omissioni in famiglia, sindacando un po’ di più sul fatto se sia ammissibile lasciare la responsabilità genitoriale a una mamma totalmente assente e omissiva rispetto ai compiti educativi. In questa direzione – ricorda il procuratore di Catanzaro – si muove la legislazione recente come la legge “Liberi di scegliere”, pensata per intervenire nei contesti familiari in cui lo sbocco naturale per un minore sarebbe quello di finire fagocitato dalla criminalità organizzata».
Il ruolo della scuola e della formazione
Per Curcio «il lavoro degli insegnanti e la formazione dei formatori sono snodi essenziali per quel rinnovamento culturale che deve essere alla base del contrasto mafioso. La scuola rappresenta una delle funzioni più nobili della nostra società, eppure bisognerebbe raffrontare il valore che i diversi Stati riservano all’insegnamento e quante risorse vengono proiettate nella scuola. La vostra – sostiene rivolgendosi ai docenti presenti – è una vera e propria missione».
L’arretramento nella percezione della minaccia mafiosa
Tutto questo porta poi Curcio a evidenziare come «il contrasto alle mafie non può essere affidato esclusivamente alla repressione penale o alle forze di polizia giudiziaria, con un pericoloso procedimento di “astrazione mentale” per cui il problema riguarda solo “loro”. Oggi assistiamo a due cose preoccupanti. L’arretramento della percezione della minacciamafiosa nella comunità, e parallelamente – e questo si contesta anche alla legislazione – una perimetrazione del problema ‘ndrangheta nell’ambito della questione di ordine e sicurezza pubblica. Questo è favorito dal calo degli omicidi e delle azioni violente eclatanti, che porta all’errata illusione che il problema sia risolto o attenuato. Poi, com’è avvenuto di recente a Corigliano Rossano con l’omicidio della signora Sibarelli, poi ci svegliamo e capiamo che il nostro convincimento per cui il problema fosse risolto è del tutto erroneo. E attenzione: questo arretramento nella percezione della minaccia mafiosa nella comunità – rimarca il procuratore di Catanzaro – è un pericoloso arretramento che vediamo anche anche nella legislazione, laddove c’è un tentativo diburocratizzare in maniera estrema l’azione investigativa, finendo inevitabilmente per nuocere all’incisività stessa delle attività di indagine. La perimetrazione del problema confinata alla sola questione di ordine e sicurezza pubblica».
La prevenzione quotidiana
Le mafie infatti – aggiunge Curcio – «si alimentano sì di estorsioni, narcotraffico e appalti, ma si nutrono soprattutto della nostra indifferenza, dei nostri silenzi e delle nostre equivocità, diffondendo una mentalità che considera inevitabili il favore, la scorciatoia e la prevaricazione. La prevenzione più profonda comincia nella formazione della persona, nella qualità delle azioni educative, nella fiducia verso le istituzioni e nella consapevolezza che ogni cittadino è parte responsabile della comunità. L’indifferenza deve sparire: ciascuno è chiamato a fare la propria parte». Da qui il ruolo decisivo della scuola, anzitutto quella primaria, che per Curcio «è il luogo d’eccellenza per sviluppare la coscienza civile attraverso 5 capacità chiave: riconoscere l’altro, distinguere l’autorità dall’autoritarismo, affrontare i conflitti senza la forza, prendere posizione, collegare diritti e doveri. Oggi – sottolinea poi il procuratore di Catanzaro – si assiste alla diffusione di una “famiglia delegante”: genitori troppo impegnati che delegano i compiti educativi a nonni, scuola, social network e persino ai politici, trasmettendo disvalori. Quando la scuola richiama le famiglie per scarso rendimento, scatta un meccanismo di autodifesa e una contrapposizione assurda tra scuola e famiglia. Famiglia e scuola devono agire in piena sinergia, offrendo testimonianze coerenti. La scuola – evidenzia Curcio – deve intercettare preventivamente il disagio giovanile, andarlo a cercare. La scuola primaria deve essere inclusiva, esigente, accogliente». Ma Curcio introduce anche il tema della formazione dei formatori, sulla quale – dice – «bisogna investire»: «Ci sono – osserva il procuratore di Catanzaro più dimensioni. Anzitutto, una dimensioneconoscitiva perché la mafia non è solo questione di ordine pubblico, ma un fenomeno culturale profondo. Spesso manca una conoscenza reale della ‘ndrangheta, che ha raggiunto una dimensione globale e transnazionale. Una dimensione pedagogica: saper tradurre temi complessi in un linguaggio comprensibile per i ragazzi. Una dimensione relazionale». Decisiva poi è la credibilità, per Curcio «elemento fondamentale per chi educa o rappresenta le istituzioni. Spesso la riluttanza dei cittadini a denunciare o collaborare nasce dalla mancanza di interlocutori credibili. La credibilità si costruisce solo attraverso la coerenza tra ciò che si dice e i comportamenti quotidiani. Allora il pensiero giocoforza va all’esortazione di Rosario Livatino, quando nel suo diario scrisse “alla fine della nostra vita non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma credibili”».
La “straordinaria ordinarietà”
In conclusione, secondo Curcio «il contrasto alla mafia non si esaurisce nelle aule di giustizia o nei maxiprocessi, così come l’antimafia non è solo sfilare nei cortei. La vera prevenzione consiste nel formare persone capaci di rifiutare l’indifferenza, la cultura della rassegnazione e dell’indifferenza, la “controcultura dell’oramai”, di non confondere il silenzio con la neutralità e di non rinunciare alla propria etica. Scuola, famiglia e comunità devono costruire giorno dopo giorno quella che l’oratore definisce una “straordinaria ordinarietà”, in cui ciascuno fa la propria parte con responsabilità e attenzione al destino altrui. È un lavoro paziente, faticoso e privo delle luci della ribalta o dei riflettori, ma è l’unico vero argine culturale contro la criminalità».
La lezione di Socrate
L’intervento di Curcio si chiude con un “richiamo storico” e filosofico: la lapide posta in omaggio al giudice Livatino da una scuola di Bergamo a Canicattì che evoca il dialogo tra Critone e Socrate. «Di fronte alla proposta di scappare dal carcere per salvarsi la vita – ricorda il procuratore di Catanzaro – Socrate comprende che farlo significherebbe rinnegare tutti i suoi insegnamenti, ricordandoci che “non il vivere si deve tenere in massimo conto, ma il vivere bene, cioè il vivere secondo onestà e giustizia”». (redazione@corrierecal.it)
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