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IL PERSONAGGIO

’Ndrangheta, il potere del «Supremo» Pasquale Condello. Dalle guerre di mafia ai segreti del direttorio criminale

Protagonista della sanguinosa stagione degli anni ’80 e latitante per quasi 18 anni. La cattura nel 2008, i pizzini e gli equilibri tra i clan reggini. Ora il proscioglimento in «Meta bis» per incapa…

Pubblicato il: 07/11/2026 – 15:38
di Giorgio Curcio
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REGGIO CALABRIA Lo chiamavano «il Supremo». Un soprannome che nella storia della ’ndrangheta reggina ha accompagnato uno dei suoi personaggi più influenti, capace di attraversare la stagione delle guerre di mafia e quella successiva degli accordi tra cosche. Pasquale Condello, nato ad Archi il 24 settembre 1950, è stato per decenni una figura centrale negli equilibri criminali di Reggio Calabria. Prima l’ascesa accanto a Paolo De Stefano, poi la rottura, gli omicidi, la lunghissima latitanza e infine la cattura, nel febbraio 2008. Oggi, a 76 anni, il suo nome torna al centro della cronaca giudiziaria per una decisione destinata a segnare un nuovo capitolo della sua storia processuale. Il gup di Reggio Calabria Stefania Rachele ha dichiarato il non luogo a procedere nei suoi confronti nell’ambito di «Meta bis», riconoscendo l’incapacità irreversibile dell’imputato di partecipare coscientemente al processo. Una pronuncia legata alle sue condizioni di salute, che non rappresenta un’assoluzione nel merito e non cancella le precedenti condanne. Condello rimane detenuto al 41 bis nel carcere di Milano Opera.

Dall’ombra di Paolo De Stefano alla guerra tra le cosche

Per ricostruire la parabola criminale del «Supremo» bisogna tornare agli anni Settanta, quando Reggio Calabria è attraversata dalle trasformazioni che porteranno alla nascita di nuovi assetti di potere all’interno della ’ndrangheta. In quella fase Condello è vicino a Paolo De Stefano, uno dei protagonisti dell’ascesa delle nuove generazioni mafiose. Il suo nome compare anche nelle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giacomo Lauro, che lo colloca tra gli uomini coinvolti nell’omicidio di Antonio Macrì, il vecchio boss di Siderno ucciso il 20 gennaio 1975. Si tratta di una ricostruzione del pentito, da distinguere dalle responsabilità accertate con sentenze definitive. Sempre negli anni Settanta, Condello compare nelle cronache investigative relative ai rapporti tra esponenti della ’ndrangheta e ambienti della criminalità romana. Nell’aprile 1975 è tra i presenti a un incontro nel ristorante «Il Fungo», all’Eur, insieme a personaggi come Paolo De Stefano e Giuseppe Piromalli. Ma è nel decennio successivo che la sua storia cambia radicalmente. I rapporti tra i De Stefano e il gruppo Condello-Imerti si deteriorano progressivamente. L’alleanza familiare tra i Condello e Antonino Imerti, detto «Nano feroce», contribuisce a modificare gli equilibri criminali tra Reggio Calabria e Villa San Giovanni. Nell’ottobre 1985 un’autobomba prende di mira Imerti, che sopravvive all’attentato. Due giorni dopo, il 13 ottobre, viene assassinato Paolo De Stefano, insieme al suo autista Antonio Pellicanò. È uno degli episodi che segnano l’esplosione della seconda guerra di ’ndrangheta, destinata a insanguinare Reggio Calabria e la provincia fino al 1991, con centinaia di morti.

Gli omicidi eccellenti e le condanne

La seconda guerra di mafia, invece, rappresenta il periodo nel quale il gruppo Condello consolida il proprio peso nello schieramento contrapposto ai De Stefano-Tegano. Tra i delitti più significativi della stagione figura l’uccisione di Pasquale Libri, esponente della famiglia alleata dei De Stefano, trucidato con un colpo di fucile di precisione mentre si trovava all’interno del carcere di Reggio Calabria. È il settembre 1988 e questo omicidio, per le modalità di esecuzione e il luogo in cui venne consumato, assume un significato particolare nel conflitto tra le cosche. Anche per quel delitto Condello è stato condannato. C’è poi un altro nome destinato a segnare la sua storia giudiziaria, ed è quello di Lodovico Ligato, ex presidente delle Ferrovie dello Stato ed esponente politico democristiano, assassinato il 27 agosto 1989 a Bocale, alle porte di Reggio Calabria. Per il concorso nell’omicidio di Ligato, Condello ha riportato una condanna all’ergastolo divenuta definitiva nel novembre 1998. Nel corso degli anni il suo percorso giudiziario è stato segnato da ulteriori condanne per associazione mafiosa e altri gravi reati. Le ricostruzioni giudiziarie pubblicate negli anni successivi alla cattura riportano quattro ergastoli e diverse pene detentive.

La pace mafiosa e il nuovo potere del «Supremo»

La fine della seconda guerra di ’ndrangheta, nel 1991, non coincide affatto con la scomparsa degli interessi criminali che avevano alimentato il conflitto ma, secondo le successive ricostruzioni investigative, segna di fatto l’avvio di una fase caratterizzata da nuovi accordi e da una diversa organizzazione del potere. Le famiglie un tempo contrapposte, infatti, individuano forme di coordinamento per evitare ulteriori guerre, pensando invece a gestire gli interessi economici sul territorio. Ed è proprio in questa trasformazione che emerge uno degli aspetti più importanti del ruolo attribuito a Condello. L’inchiesta «Meta», condotta dal Ros dei carabinieri e sfociata nell’operazione del 2010, ricostruisce l’esistenza di un organismo decisionale nel quale sarebbero confluiti esponenti delle principali cosche cittadine. Accanto a Condello figurano, nelle ricostruzioni dell’accusa, Giuseppe De Stefano, Giovanni Tegano e Pasquale Libri, formando dunque un presunto “direttorio” che, secondo l’accusa, avrebbe coordinato gli interessi delle organizzazioni criminali, sovrintendendo anche alle attività economiche delle singole famiglie. È il passaggio dalla violenza aperta a un’organizzazione del potere criminale più articolata, nella quale gli antichi avversari potevano diventare interlocutori e alleati.

Diciotto anni di latitanza e il nascondiglio di Pellaro

Condello è ricercato dalla fine del 1990 e, per quasi diciotto anni, riesce a sottrarsi alla cattura, pur continuando, secondo gli investigatori, a esercitare un’influenza sulle attività della propria cosca. La sua latitanza termina poi la sera del 18 febbraio 2008, quando i carabinieri del Ros lo arrestano in un’abitazione di via Torrente Filici, nel quartiere Pellaro di Reggio Calabria, quindi un rifugio affato lontano dal territorio d’origine, ma un appartamento situato nell’area cittadina nella quale aveva costruito gran parte della propria rete di relazioni. Il blitz chiude una delle più lunghe latitanze della storia della ’ndrangheta. L’operazione, sul campo, era stata coordinata dagli uomini del Ros guidati da Valerio Giardina, con la collaborazione dei carabinieri del Comando provinciale. Poi, durante il successivo processo «Meta» emergeranno dettagli significativi dell’attività investigativa che aveva condotto alla cattura. Secondo quanto raccontato in aula dal colonnello Giardina, gli investigatori erano riusciti a seguire alcuni movimenti collegati alla rete familiare del boss anche attraverso un dispositivo Gps collocato nel casco del genero. Gli accertamenti avevano consentito di individuare il nascondiglio nel quale Condello avrebbe soggiornato, secondo la ricostruzione investigativa, dal novembre 2004, salvo alcuni periodi di assenza.

I pizzini e gli affari seguiti durante la latitanza

La cattura permette agli investigatori di acquisire documenti e appunti che diventano elementi importanti dell’inchiesta. All’interno del rifugio vengono trovati numerosi pizzini, utilizzati secondo gli inquirenti per comunicare con gli affiliati e seguire questioni riguardanti la cosca. Tra i documenti sequestrati ci sono anche carte relative ad attività economiche, comprese registrazioni finanziarie riconducibili a imprese finite all’attenzione degli investigatori. Il materiale viene successivamente esaminato nel processo «Meta», contribuendo a ricostruire le relazioni del boss con la rete di persone che, secondo l’accusa, ne avevano garantito la latitanza e la possibilità di mantenere contatti con l’organizzazione. Nel nascondiglio vengono ritrovati anche libri e giornali. Tra le letture del «Supremo» figura Il calore del sangue di Irène Némirovsky. Particolari che raccontano la quotidianità di una latitanza trascorsa sotto protezione, ma anche la capacità del boss di mantenere rapporti con l’esterno mentre era ricercato dalle forze dell’ordine.

Quando il «Supremo» parlò in aula contro il colonnello del Ros

C’è un episodio, raccontato dal Corriere della Calabria il 4 novembre 2011, che restituisce un altro aspetto della vicenda giudiziaria di Condello. Durante un’udienza del processo «Meta», il boss decide di rendere dichiarazioni spontanee dopo aver ascoltato la deposizione del colonnello Valerio Giardina. Al centro della contestazione c’è una frase che, secondo l’ufficiale del Ros, Condello avrebbe pronunciato al momento dell’arresto, facendo riferimento alle conseguenze della rottura degli equilibri criminali. Il «Supremo» nega di averla pronunciata. «Non sono uno stupido», replica in aula, contestando la ricostruzione dell’ufficiale e sostenendo che quelle parole potessero essere utilizzate contro di lui. Nel corso dello stesso intervento affronta anche il significato di un biglietto rinvenuto nel covo, contenente una formula di giuramento che Condello riconduce a una cerimonia religiosa. Poi annuncia che avrebbe avuto altre cose da raccontare sul contenuto della borsa sequestrata dagli investigatori.

«Meta bis», l’ultimo capitolo giudiziario

La vicenda processuale torna d’attualità nel 2025, quando la Procura di Reggio Calabria notifica un nuovo avviso di conclusione delle indagini preliminari nell’ambito di «Meta bis». Il procedimento nasce dagli sviluppi della precedente inchiesta e da una decisione della Corte di Cassazione del 2019, che aveva annullato le pronunce relative alla contestazione di associazione mafiosa per un difetto di correlazione tra imputazione e sentenza, disponendo la restituzione degli atti alla Procura. Tra i destinatari del nuovo avviso figurano Pasquale Condello, Giuseppe De Stefano e Domenico Condello, detto «Gingomma». La nuova contestazione riguarda ancora il ruolo che, secondo la Dda, i vertici delle cosche avrebbero ricoperto nell’organizzazione criminale reggina, con particolare riferimento all’organismo decisionale e ai suoi collegamenti con componenti riservate della ’ndrangheta. Per Pasquale Condello, tuttavia, il procedimento prende una direzione diversa. La sua posizione viene stralciata per motivi di salute. L’avvocato Giuseppe Alvaro chiede una perizia per accertare la capacità dell’imputato di partecipare coscientemente al processo. Il consulente nominato dal giudice conclude per l’incapacità processuale. La Procura contesta che gli elementi raccolti siano sufficienti a dimostrare anche l’irreversibilità della condizione, osservando che Condello ha rifiutato di collaborare con i medici e che l’accertamento si è basato sulla documentazione del suo percorso carcerario. Il gup Stefania Rachele accoglie invece la posizione della difesa, pronunciando il non luogo a procedere per incapacità irreversibile di stare in giudizio. Le motivazioni saranno depositate entro trenta giorni. Una decisione che chiude, allo stato, questo procedimento nei confronti di Condello, ma non modifica le responsabilità accertate nelle precedenti sentenze definitive né comporta la sua scarcerazione. È l’ultimo capitolo di una storia che attraversa oltre mezzo secolo di vicende criminali e giudiziarie della Calabria. (g.curcio@corrierecal.it)

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