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L`ex vicequestore di Reggio deporrà al processo Epilogo

REGGIO CALABRIA Sarà l`ex vicequestore di Reggio Calabria, Renato Panvino, l`ultimo teste chiamato a deporre al processo Epilogo e spetterà a lui riferire sui presunti rapporti dell`ex presidente del…

Pubblicato il: 29/04/2013 – 15:43
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L`ex vicequestore di Reggio deporrà al processo Epilogo

REGGIO CALABRIA Sarà l`ex vicequestore di Reggio Calabria, Renato Panvino, l`ultimo teste chiamato a deporre al processo Epilogo e spetterà a lui riferire sui presunti rapporti dell`ex presidente del consiglio comunale – nonché ex collega – Sebastiano Vecchio, con il clan Serraino. È quanto ha disposto oggi il Tribunale presieduto da Silvana Grasso, accogliendo le eccezioni presentate dall`avvocato Stefano Priolo – insieme a Carlo Morace e Francesco Calabrese – del collegio difensivo di Alessandro Serraino, contro la produzione dei 104 nuovi allegati che il pm Giuseppe Lombardo ha chiesto che fossero messi agli atti.
Un`istanza che il Tribunale, dopo una camera di consiglio protrattasi per oltre due ore, ha in buona parte deciso di accogliere, escludendo però – si specifica nell`ordinanza emessa oggi dai giudici – tutte quelle parti che includono elementi valutativi. Non entreranno nel fascicolo del dibattimento anche le relazioni numero 1, 9 e 15 perché contenenti riferimenti a quelle “fonti confidenziali” divenute oggi oggetto di un fascicolo a parte, aperto dallo stesso pm Lombardo per indagare sul presunto depistaggio denunciato in aula dalle difese, mentre l`allegato 79 – relativo ai contatti fra Seby Vecchio e personaggi ritenuti legati al clan della montagna – sarà sostituito dall`escussione di Panvino e dell`agente che ha redatto la relazione. Testimonianze necessarie – aveva specificato il pm Lombardo in mattinata – non solo a spiegare l`influenza del clan, ma anche a riscontare le dichiarazioni del pentito Vittorio Fregona.
Bisognerà dunque attendere ancora un`udienza perché il processo Epilogo giunga infine alla fase della discussione, con la requisitoria del pm Giuseppe Lombardo e le arringhe delle difese.
Nel frattempo, continuano le schermaglie fra avvocati e pubblica accusa. Non demorde, ad esempio, l`avvocato Luca Cianferoni, del collegio difensivo di Maurizio Cortese, che ha anticipato che a breve verrà depositata alla Suprema Corte di Cassazione un`istanza di remissione del processo. Una richiesta che il legale ha più volte avanzato nel corso del lungo procedimento contro i cosiddetti “ragazzi del banco nuovo” del clan Serraino e oggi è tornato a presentare dopo aver chiesto e ottenuto che fossero messe agli atti le dichiarazioni rese in commissione parlamentare antimafia dal procuratore Giuseppe Pignatone, all`epoca a capo della Dda di Reggio, dal pm Giuseppe Lombardo e dell`aggiunto della Dda di Catanzaro Vincenzo Lombardo, chiamati dai deputati a riferire dopo la bomba che nell`estate del 2010 ha colpito l`abitazione del procuratore Salvatore Di Landro. Tutte testimonianze che a detta dell`avvocato Cianferoni testimonierebbero l`ambiente «non sereno» che regnava a Reggio all`epoca e che avrebbe dunque condizionato l`andamento del processo contro il “banco nuovo del clan Serraino”. Per i suoi legali – che sull`argomento si sono più volte espressi –, Cortese sarebbe solo il “parafulmine” di una vicenda «condizionata da un problema evidente di contaminazione istituzionale» che va indagato fino in fondo.
«Non c’è dubbio – aveva detto Cianferoni in aula nelle scorse udienze – che qualcuno abbia tentato di addossare a Maurizio Cortese le responsabilità dell’attentato del tre gennaio (alla Procura generale,?ndr). Non sto accusando il colonnello Vitagliano, ma sicuramente fra gli inquirenti, qualche mela marcia c’è». E proprio l’attentato – che fin dalle prime battute del processo è stata l’ossessione dei due legali, che su questo hanno puntato perché il procedimento venisse spostato a Catanzaro e riunito con quello sulla stagione delle bombe che nel 2010 hanno terrorizzato Reggio – è per le difese la chiave del “grande gioco” che avrebbe fagocitato Cortese.?
Prima delle rivelazioni autoaccusatorie di Nino Lo Giudice, è infatti proprio su Cortese e sui ragazzi del “banco nuovo” – le giovani leve del clan Serraino – che si erano addensati i primi sospetti degli inquirenti per la bomba esplosa il 3 gennaio di fronte alla Procura generale. E a detta dei legali, è in quei sospetti che sarebbe maturata l’accusa di associazione mafiosa a carico del proprio assistito.
Una tesi che il Tribunale non ha accolto, respingendo la richiesta di deposizioni eccellenti – dall`ex presidente del Copasir D`Alema al procuratore generale di Reggio, Salvatore Di Landro – avanzata dai legali di Cortese, ma che il pm Lombardo ha deciso di prendere molto sul serio, aprendo un fascicolo su quella che «è una precisa denuncia di depistaggio – aveva sottolineato in aula – presentata dai legali di Cortese».
Una mossa che nei mesi scorsi ha spiazzato tanto i legali che i detenuti, che per protestare contro il no del Tribunale all`escussione di nuovi testimoni hanno iniziato uno sciopero della fame. Una protesta benedetta – o almeno così pare – anche dall`anziano boss Demetrio Serraino, che ha visto sfilarsi ad uno ad uno i partecipanti. L`ultimo a mollare è stato proprio Maurizio Cortese, che martedì scorso ha interrotto la protesta «perché le sue condizioni erano ormai gravemente compromesse», ha informato oggi l`avvocato Iaria. «Oggi il mio assistito è qui, è in aula ma lo ha fatto con grande sforzo, anche perché ha ancora difficoltà ad assumere cibo e versa in condizioni gravi». Una premessa necessaria all`avvocato Iaria per avanzare una nuova richiesta da parte di Cortese: andare a trovare l`anziano suocero, in gravi condizioni dopo undici operazioni. (0020)

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