Monsignor Morosini: «Reagiamo con forza alla `ndrangheta»
REGGIO CALABRIA «Invito tutti, credenti e non credenti, ad una svolta di dignità. Reagiamo con forza alla ’ndrangheta; denunciamola con coraggio, perché la paura è una catena per la nostra libertà, r…

REGGIO CALABRIA «Invito tutti, credenti e non credenti, ad una svolta di dignità. Reagiamo con forza alla ’ndrangheta; denunciamola con coraggio, perché la paura è una catena per la nostra libertà, rifiutiamo con decisione i benefici che possiamo trarre dal suo aiuto e dal nostro silenzio. La ‘ndrangheta è un male dal quale o si esce tutti assieme o non si esce mai». È quasi al termine della sua prima, lunga omelia centrata tutta sulla necessità di combattere la secolarizzazione e l’arretramento della Chiesa cattolica nello spazio sociale che il nuovo vescovo di Reggio Calabria, monsignor Fiorini Morosini, nel giorno del suo insediamento, decide di affrontare quella che definisce «la piaga della ‘ndrangheta». E lo fa a partire da un’ammissione: «Di questi mali siamo in parte responsabili anche noi cattolici. Da anni lo stiamo riconoscendo e siamo corsi ai ripari con interventi mirati da parte del magistero dei vescovi, con iniziative coraggiose da parte di preti e di laici, che molte volte hanno pagato di persona, ma soprattutto con il lavoro silenzioso svolto nelle parrocchie». Uno «sforzo pluridecennale» – si lamenta il vescovo – «del quale nessuno si accorge e del quale i media non parlano perché disinteressati a capire la vera azione della Chiesa, ma a divulgare solo le notizie che fanno scalpore». Si scaglia contro «gli improvvisati teologi, canonisti e pastoralisti che presumono di stabilire i connotati del prete-antimafia per esaltare così i propri idoli dimenticando il lavoro incisivo e paziente di centinaia di sacerdoti sulla breccia» Fiorini Morosini, pretende attenzione, rispetto e che si smetta di rimproverare alla Chiesa «di non fare abbastanza contro la ‘ndrangheta, quasi che responsabile della sua mancata sconfitta sia solo la Chiesa, che chiude occhi, che perdona, che scende a patti per i vantaggi economici che ne derivano». Un argomento che – quantomeno nell’ultimo anno – ha interessato da vicino la Curia reggina, trascinata nelle aule di giustizia nella persona di don Nuccio Cannizzaro, sacerdote influente in città e cerimoniere del precedente vescovo, attualmente imputato per falsa testimonianza in favore del boss Santo Crucitti. Un tema scottante, cui il vescovo non sembra accennare, se non in un passaggio, breve ma sufficientemente chiaro: «C’è poi una grave leggerezza nell’affrontare i problemi, per cui il semplice sospetto su di un uomo di Chiesa provoca la condanna generalizzata di tutta la Chiesa. Cosa che non si verifica per nessun’altra istituzione». Per il nuovo vescovo si tratta di «attacchi sistematici, studiati al tavolino nel contesto della lotta intrapresa dalla società secolarizzata contro la Chiesa, e invitiamo tutte le istituzioni a fare lo stesso esame di coscienza che ha fatto la Chiesa e a riconoscere le proprie responsabilità». Sul punto, il nuovo vescovo è chiaro e ripete concetti che già in passato hanno fatto discutere: la Chiesa «continuerà a dare il suo contributo in questa lotta, anzitutto allontanando ogni minimo dubbio di connivenza diretta o indiretta dei suoi rappresentanti con il malaffare», formerà le coscienze, ma «non si pretenda che sia la Chiesa a distribuire le etichette di mafioso, sulla base del comune sentire della gente, né si presuma di dire alla Chiesa ciò che deve fare: se perdonare o condannare, se ammettere ai sacramenti o rifiutarli». Un riferimento neanche troppo velato a chi in questi ultimi anni ha preteso uno sforzo maggiore da parte della Chiesa, più di una volta pizzicata a chiudere uno, se non entrambi gli occhi sulla presenza dei clan di fronte all’altare. «Indebite ingerenze» per il nuovo vescovo che mette le mani avanti e traccia subito chiarissimi confini: «Ogni istituzione svolga il suo dovere nel proprio ambito e rispetti quello altrui, e si lasci a noi vescovi il compito di dirigere l’azione pastorale anche su questa materia». Una dichiarazione di autonomia e indipendenza che sembra fare a pugni con quell’invito rivolto pochi minuti prima ai laici cattolici, cui il vescovo ha ordinato «non abbiate paura di sfidare l’opinione pubblica dominante e siate fermento evangelico dovunque operate: nelle scuole, nelle università, negli ospedali, nelle aule dei tribunali, nello sport, nei laboratori scientifici, nelle amministrazioni, nella politica». E soprattutto su questo fronte Fiorini Morosini sembra avere le opinioni ben chiare: «Laici, cattolici riscoprite il gusto della politica e portate in essa i valori cristiani. Rinnovatela nel segno evangelico del servizio e dell’impegno per il bene comune. Ricordate che l’unità politica dei cattolici non è un dogma di fede ma non è neanche un demone che bisogna esorcizzare. La nostra società aspetta questo servizio di speranza». Una società che la Chiesa contribuirà a costruire formando coscienze attraverso l’azione pastorale – annuncia Fiorini Morosini – ma «sia chiaro, però, che alla base di essa ci sarà sempre la figura del buon pastore che va in cerca della pecora smarrita, come abbiamo sentito dal Vangelo. Piaccia o no alla cultura giustizialista del nostro tempo, la misericordia coniugata con la giustizia non si può cancellare dal Vangelo». Le leggi e le istituzioni dello Stato – sottolinea il neovescovo – vanno rispettate «quando esse sono fondate sul diritto naturale e rispettano la vita e la dignità dell’uomo», ma per il nuovo vescovo di Reggio «non possiamo, però, ignorare che esiste anche una legalità da parte dello Stato, che deve mostrare al cittadino il suo volto amorevole. Tale legalità si deve tradurre in quei provvedimenti tesi a creare le condizioni di un vivere associato rispettoso dell’uomo: strade, assistenza sanitaria, luoghi di aggregazione e impianti sportivi per i giovani, edifici scolastici in sicurezza e attrezzati, servizi sociali, attenzione ai cittadini, primato del bene comune, rispetto del creato, case, lavoro, amministrazione celere della giustizia». In sintesi, spiega il presule, la repressione non basta, serve «una politica di impegno a favore del cittadino. Chiedo umilmente alla politica e agli imprenditori di creare lavoro per i giovani, per frenare l’emorragia di una nuova emigrazione». Una richiesta che affonda le proprie radici in un’analisi senza sconti del contesto socio-economico provinciale e regionale, piegato dalla crisi, anche «per il mancato buon uso delle risorse, per la ramificazione malavitosa negli apparati della pubblica amministrazione e per la cura di interessi privati a danno del bene comune». Fattori che non cancellano quello che di buono, anzi quasi «eroico», che c’è – fa intendere Fiorini Morosini – ma che per il vescovo hanno portato la gente a perdere la speranza. Soprattutto a Reggio città. «Ho seguito da lontano le vicende di questa nostra città e sono convinto di dover iniziare il mio ministero di vescovo proprio dalla speranza, incoraggiando soprattutto i giovani a non demordere. Lo farò in ogni modo, ma aiutatemi». Fa appello ai giovani il vescovo, che promette di dedicare loro almeno un intero giorno a settimana e li invita «a non fare di ogni erba un fascio e a considerare l’innumerevole schiera di uomini di Chiesa che sono rimasti fedeli a Gesù Cristo sino all’eroismo» chiedendo loro di mettere in gioco «la vostra voce critica, i vostri ideali, la vostra capacità di interpretare il futuro. Se voi perdete la speranza, si offusca l’orizzonte del nostro futuro». Ma Fiorini Morosini si appella anche ai credenti, ai sacerdoti, ai seminaristi, tutti chiamati a vario titolo a costruire una nuova speranza, ma anche alle istituzioni, chiamate a «uno sforzo comune per dare alla nostra città una speranza, fondata su correttezza di vita e non su facili e scontati moralismi, su contenuti autentici e non su parole ingannatrici. A tutti coloro che si dicono credenti e lavorano nella politica e nella pubblica amministrazione l’invito ad essere trasparenti, rispettosi della legalità e del bene comune, non avrebbero senso altrimenti le folle oceaniche appresso alle immag ini sacre portate in processione». (0050)