«Verità e giustizia per Natale De Grazia»
«Sono passati diciotto anni dalla morte del capitano Natale de Grazia, ma noi non abbiamo mai smesso di lavorare tenacemente sul fronte dei rifiuti radioattivi e non è un caso che, proprio a partire…

«Sono passati diciotto anni dalla morte del capitano Natale de Grazia, ma noi non abbiamo mai smesso di lavorare tenacemente sul fronte dei rifiuti radioattivi e non è un caso che, proprio a partire da una nostra denuncia, sia partita un’inchiesta che poi si è allargata su scala quasi mondiale. Con i nostri “18 passi verso la verità” vogliamo ribadire il nostro impegno e le nostre richieste». È alla vigilia dell’anniversario della morte del capitano Natale De Grazia – l’ufficiale spentosi misteriosamente nella notte fra il 12 e il 13 dicembre del 2005 mentre indagava sulle navi dei veleni – che la sezione reggina di Legambiente torna a chiedere verità e giustizia per la famiglia dell’uomo, ma anche per un territorio forse avvelenato da troppi misteri. Una battaglia che l’associazione porta avanti da tempo e che oggi può contare già diversi successi. Se l’anno scorso Legambiente proprio da Reggio ha potuto annunciare le conclusioni della commissione d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti che ha accertato le «cause di natura tossica e non naturale» della morte di De Grazia e la contestuale riapertura dell’inchiesta, quest’anno «possiamo dire – afferma Nuccio Barillà, della segreteria nazionale dell’associazione – che lo Stato si è messo una mano sulla coscienza, riconoscendo a De Grazia lo status di vittima del dovere». Un passaggio importante soprattutto per la famiglia del capitano e per i figli Giovanni e Roberto – bambini all’epoca, quasi uomini oggi – che potranno contare sul sostegno dello Stato. Uno Stato che oggi sembra essere più sensibile al mistero mai svelato del traffico dei rifiuti radioattivi, delle navi dei veleni e delle responsabilità che – a quanto emerge da più di un’inchiesta – diversi apparato hanno avuto nell’occultarli. È in questo senso che Legambiente legge l’avvio – su input delle presidente della Camera, Laura Boldrini – della procedura per la descretazione degli atti relativi alle indagini sulle navi a perdere svolte dalle diverse Commissioni parlamentari di inchiesta che si sono succedute negli anni. «Ci auguriamo che vengano resi pubblici più atti possibile perché questo significherebbe sollevare il velo su anni di misteri, di domande rimaste senza risposta, di inchieste che si sono arenate, ma anche sul ruolo che in tutto questo hanno avuto i servizi segreti. Il loro compito avrebbero dovuto essere quello di vigilare, ma le loro condotte – lo ha affermato la commissione parlamentare – sono state contrassegnate da una negligenza ingiustificata e ingiustificabile». Eppure proprio Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna) e Aise (Agenzia informazioni e sicurezza esterna) – mette in guardia Barillà – potrebbero metter, e i bastoni tra le ruote, ponendo il veto alla pubblicazione di atti vincolati dal segreto di Stato. «Un ruolo positivo in questo senso potrebbe svolgerlo Marco Minniti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega ai servizi segreti nel governo Letta, come prima lo era stato con il governo Prodi, ma soprattutto calabrese, che potrebbe e dovrebbe essere interessato a fare luce sui misteri che coinvolgono la sua terra». È in Calabria infatti che portano le rotte delle navi dei veleni, ma è anche qui che le tracce si inabissano, i relitti non si trovano, le inchieste si arenano per mancanza di riscontri. È qui che a più riprese le inchieste hanno svelato l’interesse dei clan nello smaltimento dei rifiuti tossici. Il primo a parlarne – ricordano da Legambiente – è stato Il direttore dell’Aisi Giorgio Piccirillo ascoltato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. A lui, i parlamentari hanno chiesto di riferire su quanto negli archivi del Sisde esista in tema di smaltimento illegale, ma dagli armadi delle barbe finte emerge una verità che molti sospettavano: la `ndrangheta calabrese avrebbe collaborato all`attività di smaltimento e occultamento dei rifiuti e all`affondamento di navi contenenti rifiuti radioattivi. Ad affermarlo sono due note degli anni 90, all’epoca debitamente – afferma Piccirillo in quella sede– trasmesse al Ros. «Informatori del settore non in contatto tra loro – recita la nota del 3 agosto 1994 – hanno riferito che Morabito Giuseppe, detto Tiradiritto, previo accordo raggiunto nel corso di una riunione tenutasi recentemente con altri boss mafiosi, avrebbe concesso in cambio di una partita di armi l`autorizzazione a far scaricare nella provincia di Africo un quantitativo di scorie tossiche presumibilmente radioattive». Fin dal 1992, si legge inoltre nel verbale di quella seduta di commissione, i servizi avrebbero acquisito notizie fiduciarie relative «all’interesse del clan Mammoliti, in particolare i fratelli Cordì, per lo smaltimento illegale di rifiuti radioattivi, che sarebbero pervenuti sia dal centro sia dal nord Italia, ma anche da fonti straniere». Un business che non riguardava però solo le cosche della jonica: nel 1995 gli spioni scoprono che anche i clan De Stefano, Tegano e Piromalli sono coinvolti nello smaltimento illecito dei rifiuti. Ma queste non saranno tracce isolate. Più di recente saranno invece le intercettazioni fra il capo corona Vincenzo Melia e il suo consigliere Nicola Romano , confluite nell’inchiesta Saggezza, a svelare «ne hanno atterrati di questi cosi tossici qui nella montagna, che glieli hanno portati i “pianoti”, che lì a Gioia Tauro dice che stanno scoppiando che Dio ce ne liberi». E ancora, per Legambiente puzza di traffici nascosti quella denuncia che il maresciallo Giampà ha fatto nei confronti del Capitano dei Carabinieri Saverio Spadaro Tracuzzi – finito nei guai per i rapporti non troppo cristallini con Luciano Lo Giudice – accusandolo aver fatto sparire un’informativa riguardante l’abbandono di rifiuti tossici in Aspromonte. Tutte tessere di un mosaico che per l’associazione ambientalista può e deve essere ricomposto. «Chiederemo alla Procura di mettere insieme questi spezzoni di verità emersi in diverse inchieste per verificare l’esistenza di un possibile collegamento. È arrivata l’ora che si faccia un’indagine precisa e mirata su queste circostanze».
Ma ci sono anche altre inchieste che preoccupano Legambiente. Prima fra tutte quella sulla sorte del capitano De Grazia, riaperta dopo che la Commissione parlamentare antimafia ha trasmesso alla Procura di Nocera Inferiore competente per territorio, gli atti relativi alle nuove risultanze sulla morte del capitano, ma di cui – da allora – nessun passo avanti è stato fatto. Al contrario, «ancor prima di ricevere gli ulteriori atti della Commissione d’inchiesta – tuona Barillà – il pm Izzo ha prodotto richiesta di archiviazione, sostenendo che non ci sono altri elementi che possano suffragare una nuova indagine. Per noi questo è inaccettabile. Chiediamo che si riaprano le indagini e che si faccia luce su un mistero che dura da diciott’anni. Noi non ci rassegniamo a cercare la verità, non smettiamo di cercare di capire cosa sia accaduto perché non accada mai più». (0080)