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Un buon giornalista

di Paolo Pollichieni   Parliamo un poco di noi. Sì, di noi. Noi giornalisti, noi giornali, noi editori, noi giornalisti costretti a farci editori di noi stessi per non subire limitazioni di so…

Pubblicato il: 06/09/2014 – 7:30

di Paolo Pollichieni

 

Parliamo un poco di noi. Sì, di noi. Noi giornalisti, noi giornali, noi editori, noi giornalisti costretti a farci editori di noi stessi per non subire limitazioni di sorta, per poter anche sbagliare ma non dietro un comando che ci dice di sbagliare. Per fare un giornale, buono o cattivo che sia, servono dei giornalisti. Dovrebbe essere banale ma non lo è affatto. Un vecchio viticoltore dai modi truffaldini, spiegava ai figli che «il vino si fa anche con l’uva». Ma quando era al desco familiare pretendeva un vino diverso dal suo perché, sottolineava, «per un buon vino servono buone uve».
Qualcuno ha applicato la regola al mondo dell’informazione, soprattutto in Calabria. Ne discende che un giornale si fa “anche” con i giornalisti, ma resta inalterato il fatto che per fare un buon giornale servono buoni giornalisti.
La premessa non serve per aprirsi a giudizi sull’operato altrui (anche se difficilmente potremo mai digerire un pezzo politico firmato da un “inviato speciale” che approda al giornalismo dopo una condanna con sentenza passata in giudicato, rimediata da amministratore pubblico, per corruzione). Serve, invece, per ribadire che al centro dell’informazione rimarrà sempre e soltanto la qualità e la credibilità di notizie e di commenti, quindi sarà sempre decisivo un buon giornalista.
L’errore, certamente, è dietro l’angolo: il giornalista è un intermediario di realtà complesse, che devono in qualche modo essere semplificate per un lettore che, grazie a questa opera di intermediazione, diventa a sua volta un cittadino consapevole e quindi un protagonista del suo tempo. Facile a dirsi, fa tremare i polsi quando ci si trova a farlo.
Servirà indulgenza nel giudizio ma altrettanta indulgenza non può essere invocata quando entrano in campo le doti del vero giornalista: la passione per il proprio lavoro, l’autonomia intellettuale, l’operosità, la convinzione che nulla gli è dovuto e tutto deve saperselo conquistare, lo spirito di gruppo. Non c’è università che spieghi come tenere la schiena diritta a chi ha madornali propensioni alla riverenza.
Un anziano magistrato, ironizzando, ma fino a un certo punto, attaccava l’indicazione del magistrato ideale con la definizione di “giudice terzo”. E spiegava: «Preferisco il giudice solo, accompagnato unicamente dalla propria coscienza, “giudice terzo” potrebbe prestarsi a qualche equivoco». Vale anche per il giornalista, è bene sia solo quando è davanti alla notizia e soprattutto quando deve scriverla. Questo significa difendere la propria autonomia, saper ascoltare e riferire, mettere insieme le notizie e saperle scegliere, stabilire una gerarchia di valori e proporre un ordine di essi. Significa avvicinarsi all’obiettività, che non è lontananza né distacco, che consente di coniugare libertà e responsabilità. Ben per questo, è essenziale che un giornalista rimanga una persona libera, autentica nei suoi pregi e nei suoi difetti. Non è supponenza e non deve essere arroganza ma resta e deve restare una solitudine necessaria.
Ciò detto, saliamo un gradino: la libertà di informazione non si gioca soltanto nelle relazioni tra giornalisti e direttori, ma soprattutto nel rapporto tra redazioni ed editori. Il peccato originale della stampa è di avere spesso degli editori che hanno gli interessi prevalenti al di fuori dell’editoria. Editori che troppo spesso cedono alla tentazione di usare i giornali come strumenti da piegare al perseguimento dei propri interessi al di fuori dell’editoria, oppure per dare lustro ad una serie di posizioni personali o come scudo in vicende giudiziarie o come arma di pressione nei confronti di enti locali.
Nasce da questa lucida analisi e dal desiderio di fare qualsiasi sforzo per affrancarsi da un sistema viziato e vizioso, reso ancora più viziato e vizioso da una distorta legge sull’editoria, la piccola esperienza che questa testata porta avanti da quasi un lustro.
Solitudine come necessità e non certo come scelta snob. Ed è una solitudine, ancorché voluta, che non appassiona, anzi mortifica. Spesso addirittura opprime. Finché sarà possibile, su questa strada questa testata continuerà a camminare. Perché ci crede e perché crede che il tempo gioca a favore di chi compie scelte analoghe e non solo nel campo dell’editoria ma anzi in ogni settore della vita sociale ed economica di un Paese democratico.
Ci stiamo attrezzando non solo per resistere sulla linea, anche per rilanciare e rafforzare questa nostra esperienza. Ci siamo dotati di nuovi strumenti, potenziato il nostro giornale on-line, creato la possibilità di vendere il nostro settimanale anche per via informatica, creato le applicazioni necessarie a ricevere le nostre notizie su smartphone e tablet. Nelle settimane che arriveranno saremo costretti a ridurre l’impaginazione per un allineamento tecnico con il prodotto informatico, ce ne scusiamo ma nello stesso tempo garantiamo che la ridotta “quantità” non andrà mai a scapito della “qualità” del prodotto. Insomma, ci giochiamo una nuova partita in una nuova stagione che – politicamente, socialmente ed economicamente – si presenta, se possibile, anche più dura di quella che abbiamo conosciuto al nostro esordio.
Pensiamo che sia giusto farlo. Soprattutto pensiamo che sia ingiusto non tentare di farlo. (0050)

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