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Pena ridotta per il boss Pelle

REGGIO CALABRIA È con una leggera riduzione delle pene rimediate in primo grado che si conclude il processo d’appello per il boss Giuseppe Pelle, la moglie Marianna Barbaro e il figlio Antonio, fin…

Pubblicato il: 13/10/2014 – 16:07
Pena ridotta per il boss Pelle

REGGIO CALABRIA È con una leggera riduzione delle pene rimediate in primo grado che si conclude il processo d’appello per il boss Giuseppe Pelle, la moglie Marianna Barbaro e il figlio Antonio, finiti alla sbarra nel procedimento Reale-Ippocrate per quelle false attestazioni che hanno permesso al boss di dribblare il carcere grazie a una falsa diagnosi di «depressione maggiore». Nonostante il sostituto pg Adornato avesse chiesto una conferma delle condanne in precedenza rimediate, la Corte d’appello reggina ha deciso di condannare a 6 anni e 8 mesi il boss Pelle, in luogo degli 8 in precedenza rimediati, e a 3 anni e 6 mesi la moglie Marianna Barbaro e il figlio Antonio, in precedenza puniti con 4 anni e 6 mesi. Stando a quanto emerso dall’inchiesta tutti quanti avrebbero a vario titolo partecipato a quel «film bello pulito» – così lo definisce lo stesso Pelle nelle conversazioni intercettate – che avrebbe permesso al capoclan della Locride di evitare il carcere e di continuare così a comandare gli affari della ‘ndrina da casa, grazie alla a presunte patologie neuropsichiatriche, incompatibili con il regime detentivo. Una messinscena organizzata con la complicità di un medico del pronto Soccorso di Locri e del titolare di una casa di cura convenzionata con Regione Calabria – Villa Olendri – entrambi già condannati in abbreviato, che non ha ingannato inquirenti e investigatori. Analizzando le conversazioni registrate sulle utenze dei Pelle, gli uomini del Ros hanno infatti ascoltato le precise indicazioni che i sanitari avevano fornito ai familiari del boss per rendere credibile l’intera pantomima. Ma a sostenere l’impianto accusatorio della Procura non ci sono solo ore e ore di conversazioni compromettenti, ma anche le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Samuele Lovato, un tempo affiliato al clan Forestefano, che ai magistrati reggini ha spiegato in dettaglio cosa significasse Villa Oleandri per gli uomini delle ndrine: «Io so che parecchie persone che appartengono alla malavita fanno richiesta …Alla ‘ndrangheta … essendo in Calabria la malavita è la ‘ndrangheta. E pilotano la loro uscita dal carcere facendo tramite i loro avvocati, facendo avere delle richieste e delle disponibilità da Villa degli Oleandri per finire a Villa degli Oleandri. Una volta arrivati a Villa degli Oleandri fanno esattamente quello che facevano a Villa Verde cioè gonfiano le patologie, riportano sopra le cartelle farmaci che non vengono assolutamente somministrati, falsificano dei test …».
All’interno di “Villa degli Oleandri” vi era dunque un sistema ben oliato, che le ‘ndrine di tutta la Calabria conoscevano perfettamente e su cui facevano affidamento per ottenere quella certificazione che li avrebbe ufficialmente bollati come «depressi», permettendo loro l’uscita dal carcere. Ma perché proprio questa patologia è tanto in auge fra i boss? È lo stesso Lovato a spiegare ai magistrati il motivo di quest’epidemia di malattie psichiatriche nella criminalità organizzata calabrese e non solo. «È una di quelle patologie astratte… tu non sai mai dire che uno sta fingendo o non sta fingendo. E non è una patologia tipo un braccio rotto che tu dici se è guarito, è guarito perché non è dimostrabile e in fase successiva non è dimostrabile che ti sei ripreso da quel tipo di patologia. Perché stavo infatti spiegando un braccio rotto, la milza perforata, queste qua sono patologie che tramite le analisi, radiografie e via discorrendo, puoi evincere se effettivamente ancora c’è il male in essere».
Una clinica compiacente quindi – spiega il collaboratore – è un tassello fondamentale perchè la sceneggiata regga e perchè possa essere riproposta in futuro. «Chi lo può dire se uno è guarito o meno, tanto più se poi tu hai l’appoggio della clinica che ti fa da supporto, tu puoi stare una vita ad essere depresso….chi è quel pazzo di perito che va a contraddire quello che dice una clinica che ti tiene ventiquattro ore su ventiquattro sotto assistenza sotto cure mediche e via discorrendo, nessuno».
Nessuno, certo. Soprattutto se a garanzia del precario stato di salute c’è la firma di sedicenti stimati professionisti ufficialmente di specchiata virtù. Ma in realtà, a disposizione dei clan.

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

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