«In Calabria tre morti sul lavoro in una settimana, la politica ora ascolti»
L’allarme della FenealUil: «Solita liturgia del dolore ma manca reale presa di coscienza della gravità del fenomeno». Laghi: «Situazione grave»

CATANZARO «Dopo le tre morti sul lavoro avvenute la scorsa settimana in Calabria e il recente grave infortunio di un operaio caduto dal tetto di un edificio nulla è cambiato: dopo la solita liturgia del dolore, la FenealUil Calabria constata che manca, purtroppo, da parte della politica e delle istituzioni una reale presa di coscienza della gravità del fenomeno». Lo dichiara il segretario generale della FenealUil Calabria, Giacomo Maccarone. «Continuare a morire mentre si lavora è un fatto inaccettabile che impone una riflessione seria e immediata. Troppo spesso – prosegue – la politica appare distante da questo dramma limitandosi a dichiarazioni di circostanza senza affrontare realmente le cause profonde di queste tragedie». «Quando avvengono incidenti mortali nei luoghi di lavoro – continua Maccarone – bisogna avere il coraggio di sospendere le attività, il trasporto, chiudere enti e le scuole, fermare simbolicamente tutto, per ricordare che la vita umana viene prima del profitto, dei numeri e della produzione». La FenealUil Calabria «lancia un appello forte al governo, alla Regione Calabria, alle istituzioni e alle imprese affinché si apra subito una stagione di responsabilità condivisa» perché «la sicurezza sul lavoro deve diventare una priorità assoluta e quotidiana».
Laghi: «In Calabria situazione grave»
«Non possiamo continuare a contare in silenzio gli anelli di una catena che sembra non doversi interrompere mai. Ma non è fatalità». Interviene così sul tema delle morti sul lavoro anche il consigliere regionale e segretario questore Ferdinando Laghi. «Chi continua a perdere la vita sui luoghi di lavoro – prosegue – non è vittima del caso, ma di controlli del tutto insufficienti e scelte politiche sbagliate. Dal Primo maggio a oggi, in appena dieci giorni, quattro persone sono morte mentre lavoravano. Quattro vite spezzate. E ogni volta in molti parlano di fatalità, di destino, di tragica coincidenza. Ma qui il destino c’entra poco. Dietro queste morti ci sono controlli carenti o del tutto assenti, sicurezza trascurata, risorse insufficienti e scelte politiche che da anni non affrontano il problema con la necessaria determinazione e il dovuto impegno». «Da medico e da consigliere regionale – dice Laghi – sento il dovere di dire le cose come stanno. Quella che viviamo è una strage quotidiana, silenziosa, che non può più essere tollerata. I numeri, del resto, raccontano una situazione evidente. Secondo le stime dell’Ispettorato nazionale del lavoro e le analisi del Sole 24 Ore, in Italia mancano migliaia di ispettori e tecnici della prevenzione: tra 3.600 e 5.900 unità rispetto al fabbisogno reale. Solo per i controlli amministrativi e tecnici la carenza supera le 2.600 persone. Un vuoto enorme, che rende impossibile garantire verifiche adeguate nei luoghi di lavoro». «La risposta – prosegue Laghi – dovrebbe essere semplice: assumere subito il personale necessario. In Calabria il quadro è ancora più grave. La regione registra il più alto tasso di irregolarità lavorativa d’Italia, pari al 27,8%, mentre gli organici ispettivi nelle province restano ben al di sotto di quanto previsto e necessario. Proprio dove il lavoro nero e il sommerso sono più diffusi, i controlli risultano più deboli. Quando vengono ignorate le norme di sicurezza, quando si risparmia sui dispositivi di protezione o si chiudono gli occhi davanti ai rischi nei cantieri, chi ha responsabilità deve risponderne penalmente. La sicurezza non può essere considerata un costo da tagliare, ma un diritto fondamentale. Quella delle morti sul lavoro, più volte duramente stigmatizzate dallo stesso Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è cosa che grida vendetta al cielo, ma che deve trovare non più dilazionabili risposte – politiche, legislative e giudiziarie – qui sulla terra».
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