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Pressappochismo e caos

di Paolo Pollichieni   Il dato certo è che la Calabria presenta un saldo pauroso tra richiesta di lavoro e offerta occupazionale. Servono, nel brevissimo periodo, 30mila posti di lavoro per ar…

Pubblicato il: 06/12/2014 – 5:00

di Paolo Pollichieni

 

Il dato certo è che la Calabria presenta un saldo pauroso tra richiesta di lavoro e offerta occupazionale. Servono, nel brevissimo periodo, 30mila posti di lavoro per arginare un degrado economico che presto trasformerà la nostra terra in una pericolosa polveriera sociale. Nel medio periodo occorre mettere in piedi un piano infrastrutturale che renda competitive le poche aziende ancora vive e che faccia da attrattore per nuovi investimenti.
Il comparto agricolo deve orientarsi su prodotti compatibili con un territorio nemico delle grandi colture intensive perché scarso di aree pianeggianti. Può contare, invece, su territori isolati caratterizzati da un microclima – spiegano gli esperti – non replicabile altrove, neppure a mezzo di serre artificiali.
Le dinamiche di sviluppo, anche commerciale, che modificano il vetusto asse Est-Ovest per correre su un asse Nord-Sud che si affaccia ai paesi del Medioriente e del Nord Africa, vanno accompagnate da interventi da pianificare e realizzare nel giro di pochi anni se non si vuole che la Calabria sia solo area di transito.
Fermiamoci qui, tanto basta a far comprendere quanto sia pericoloso continuare a ripetere la cantilena della Calabria ricca di storia, cultura e bellezze naturalistiche come se questo potesse fornire risposta a ogni richiesta di riscatto economico e ripresa sociale. Non esiste territorio sviluppato che possa ascrivere il suo benessere a un solo settore, la crescita deve riguardare non solo il terziario, ma anche la produzione di beni e la lavorazione delle materie prime.
Eppure di questo si stenta a trovare traccia nella programmazione dello sviluppo calabrese, quasi che industrializzazione sia una parolaccia. Pressappochismo e caos non sono meno dannosi di una politica scorretta, clientelare o – peggio – improntata alla corruzione.
Eppure non sembra di poter cogliere una sensibilità nuova rispetto a queste problematiche.
Il sistema della formazione professionale (intendiamo quella scolastica e non certo quella affidata a corsi fantasma fin qui finanziati con generosità a privati amici e amici degli amici) e quello delle università, intese anche come ricerca, continua a essere non solo autoreferenziale ma anche autistico, mancando ogni dialogo tra le diverse realtà formative e tra queste e la Regione Calabria.
A Gioia Tauro si gioca una partita importante non solo per via del porto che vi insiste e della sua importanza nel contesto del Mediterraneo. È importante, quella partita, in quanto può innescare una serie di effetti collaterali positivi sull’intero territorio calabrese. La consapevolezza di ciò affiora tra i concetti che va esprimendo in queste settimane Mario Oliverio, prima nella veste di candidato e poi in quella di eletto a presidente della Regione Calabria. Questo conforta perché è un buon inizio, ma occorre attendere le prime mosse e le prime scelte che il nuovo governatore farà, prima di poter capire bene se alla consapevolezza seguiranno fatti concreti.
I progetti si realizzano affidandoli a uomini che abbiano tre requisiti essenziali: assoluta autonomia rispetto agli interessi particolari portati avanti dai “soliti noti”; competenza nell’individuazione delle risorse; rigore professionale nell’attuazione delle iniziative che si deciderà di mettere in cantiere.
Ecco perché, se c’è un punto dove occorre rompere in maniera assoluta con il passato è proprio nella scelta degli uomini e delle professionalità alle quali affidare il compito di sedere ai tavoli dove le idee programmate e le scelte politiche effettuate debbono trovare attuazione. E qui qualche pericolo lo corre Mario Oliverio. Lo corre a Roma e lo corre anche in Calabria.
Vecchi volti – noti per avere in passato prestato servizio attorno alla programmazione comunitaria e allo “sviluppo” di Gioia Tauro – ricompaiono in questi giorni nelle foto di gruppo attorno a Mario Oliverio. Sappiamo che si sono invitati da soli, e questo ci rende meno preoccupati. Ma sappiamo anche che sono lì a offrire i loro servigi perché «amano la loro terra» e perché se in passato si è fallito «la colpa era degli altri» e non loro.
Sappiamo che a Roma si sgomita per avere udienza da Graziano Delrio e per essere presi in considerazione dalla cabina di regia che deve fornire indicazioni sui nuovi assetti del sistema portuale e sui nuovi canali d’intervento infrastrutturali.
Sappiamo che vecchi arnesi che hanno ronzato attorno alle casse regionali, svolazzando tra Anas, bacini di sviluppo industriale, impianti di depurazione e multinazionali del crimine, volano basso anche attorno al nuovo assetto politico.
Un parente a sinistra lo hanno tutti e la possibilità di spostare l’attenzione dagli affari veri con un poco di ambientalismo “peloso” non manca a nessuno. È questa la ragione per la quale occorre grande fermezza e grande attenzione nelle scelte che si andranno a compiere. Occorrerebbe anche un’elevata soglia di vigilanza da parte del mondo dell’informazione e di quello politico.
Ma su questo fronte le debolezze calabresi sono troppo consolidate ed evidenti per poter aprire i cuori alla speranza: la supina accondiscendenza dimostrata in occasione della nomina del generale Pezzi a commissario straordinario per la Sanità è lì a dimostrarlo.

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