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'NDRINE A SAN LORENZO | La roccaforte dei Paviglianiti “protetta” dai Tegano

REGGIO CALABRIA «Il Comune di San Lorenzo ha poco più di mille abitanti, quello di Bagaladi, circa 2600, e solo con l’ordinanza di oggi sono state tratte in arresto più di 52 persone e più di un ce…

Pubblicato il: 18/12/2014 – 12:32
'NDRINE A SAN LORENZO | La roccaforte dei Paviglianiti “protetta” dai Tegano

REGGIO CALABRIA «Il Comune di San Lorenzo ha poco più di mille abitanti, quello di Bagaladi, circa 2600, e solo con l’ordinanza di oggi sono state tratte in arresto più di 52 persone e più di un centinaio risultano indagate. Facendo le debite proporzioni, significa che almeno un abitante su trenta è legato al clan Paviglianiti». Si affida ai numeri il procuratore capo della Dda, Federico Cafiero de Raho, per spiegare il reale significato dell’operazione Ultima spiaggia, scaturita dall’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Nicola Gratteri e dal pm Antonio De Bernardo che ha gettato luce sull’asfissiante controllo del clan Paviglianiti sui Comuni di Bagaladi e San Lorenzo, sulla fascia jonica di Reggio Calabria. Un clan – spiega Gratteri – sufficientemente feroce e determinato da ritagliarsi uno spazio anche in un territorio dominato da “ndrangheta di serie A” come quella dei Iamonte, potentissima cosca di Melito Porto Salvo che nel tempo ha progressivamente fagocitato tutti i gruppi criminali attorno a sé. Tranne i Paviglianiti, che tra Bagaladi e San Lorenzo hanno costruito il proprio feudo. Una roccaforte mantenuta anche grazie alla “protezione” chiesta e ottenuta ai Tegano di Reggio Calabria – con cui i Paviglianiti hanno intrecciato quei rapporti anche familiari, che li hanno protetti dagli appetiti dei potenti vicini – e in cui controllavano tutto. Dagli stabilimenti balneari alla burocrazia della pubblica amministrazione, dal traffico di droga agli appalti pubblici, dalla microcriminalità agli esercizi commerciali. «Come una multinazionale ha necessità di diversificare gli investimenti – aggiunge Gratteri – così il locale di ndrangheta per dimostrare il proprio controllo del territorio non può permettere che neanche un settore di attività sia libero». Prosecuzione naturale delle indagini Ada e Sipario, che solo un anno fa hanno squarciato il velo sull’impero del clan Iamonte a Melito Porto Salvo, l’indagine è nata anche grazie alle rivelazioni del pentito Giuseppe Ambrogio, affiliato agli Iamonte arrestato nell’ambito dell’operazione Ada, ma in grado di parlare con cognizione e precisione anche dell’organigramma, degli interessi e delle attività dei Paviglianiti, cui è legato da lontani legami di parentela – il cugino della madre, Consolato Malaspina, è cognato di Vincenzo Paviglianiti – ma anche per aver sposato la nipote di Lorenzo Marino, elemento di vertice del clan. Proprio in ragione di questi legami, che al pentito hanno aperto le porte della vita intima della consorteria, Ambrogio è stato in grado di indicare con precisione anche la struttura interna della cosca che domina San Lorenzo e Bagaladi, le cui redini sono saldamente in mano a Domenico Paviglianiti, sostituito negli anni di detenzione dai fratelli Angelo e Settimo, ugualmente dotati – dicono gli investigatori – di poteri direttivi e di gestione dei traffici illeciti. Ed erano loro – ha svelato il pentito, confermando le indagini in corso – a fare da registi alla galassia di interessi del clan che vanno dalle estorsioni necessarie per assicurarsi il controllo del territorio al controllo degli appalti pubblici, di norma affidati a ditte compiacenti riconducibili alla cosca, dagli stupefacenti, agli esercizi commerciali, in cui gli introiti dei traffici vengono reinvestiti e che il clan pretende far operare in assenza di concorrenza. È quanto successo ad esempio con il Lido La Cubana, formalmente di proprietà di Luca Bruno Cannizzaro, ma in realtà riconducibile al cognato, Settimo Paviglianiti. Fin dalla sua nascita. La Cubana ha fatto terra bruciata dei concorrenti attorno a sé. Ma non con tariffe convenienti o servizi migliori, ma con una serie di atti intimidatori e danneggiamenti che colpiscono scientificamente gli altri operatori turistici. Ma negli anni, il clan è stato anche – se non soprattutto – in grado di incistarsi nella pubblica amministrazione grazie a uomini di fiducia come il responsabile dell’area tecnica di San Lorenzo, Marco Antonio Sergi, e quello dell’area amministrativa finanziaria, Rocco Giovanni Maesano, che hanno permesso ai Paviglianiti di aggirare normative, vincoli ambientali e paesaggistici, come di stravolgere le regolari procedure di assegnazione dei lavori pubblici diventati quindi appannaggio di una ristretta cerchia di imprenditori affiliati o contigui alla cosca, come Antonio Russo, genero di Angelo Paviglianiti, e Carmelo Iacopino. «La possibilità controllare i tecnici all’interno di un Comune, non sottoposti a ricambio politico, ha permesso al clan di acquisire un potere smisurato», dice al riguardo Cafiero de Raho, che quasi spazientito afferma: «Le istituzioni finiscono per essere non la barriera, ma il canale che permette al clan di agire. I Comuni vengono sciolti, ma all’interno rimangono funzionari e dirigenti che hanno permesso alla ‘ndrangheta di insediarsi». Un punto su cui il procuratore aggiunto Gratteri, con la consueta schiettezza, ha voluto mettere le cose in chiaro: «La norma sullo scioglimento delle amministrazioni per mafia, così com’è non va bene. Se si sostituisce il potere politico colluso con i clan, ma non la burocrazia che ha permesso e agevolato la collusione, il clan avrà sempre e comunque una longa manus all’interno delle istituzioni». Ramificazioni che oggi a Bagaladi e San Lorenzo l’operazione Ultima spiaggia ha tagliato.

 

Alessia Candito

a.candito@corrierecal.it

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