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La palla al piede

di Paolo Pollichieni   Improvvisamente abbiamo scoperto che la corruzione, oltre a essere un serio problema etico e politico, è anche una zavorra sociale ed economica specialmente in anni di c…

Pubblicato il: 27/12/2014 – 7:00

di Paolo Pollichieni

 

Improvvisamente abbiamo scoperto che la corruzione, oltre a essere un serio problema etico e politico, è anche una zavorra sociale ed economica specialmente in anni di crisi come quelli che il Paese stra attraversando. La “scoperta” segue le inchieste di Milano e Roma che hanno evidenziato giri di “mazzette” milionarie attorno a ogni grande opera (dal Mose all’Expo) e alla gestione di ogni emergenza cronica (dai rifiuti alla gestione dei centri di accoglienza per immigrati). Tuttavia un’indagine avviata già a inizio del 2014 da Libera, Avviso pubblico e Legambiente, aveva portato alla pubblicazione di un dossier denominato “Corruzione, le cifre della tassa occulta che impoverisce e inquina il Paese”. Dati alla mano, si dimostrava che se la corruzione costava cara (dieci miliardi di Pil in meno all’anno, meno 6 per cento di produttività e una media di 170 euro di soldi sottratti annualmente dalle tasche di ogni cittadino) agli italiani, ma in Calabria le cose andavano anche peggio. Proprio in Calabria, infatti, le indagini della magistratura avevano prodotto i risultati più eclatanti: 224 persone arrestate e otto inchieste avviate, più che in Piemonte e Lombardia e addirittura il doppio del dato proveniente dal Lazio. Fermiamoci ancora sul dato giudiziario, perché a ribaltare quello che poteva apparire come un primato positivo nella lotta alla corruzione, proprio in Calabria ha la sua Caporetto, perché è qui che la legge voluta dal governo Berlusconi che ha abbattuto i tempi di prescrizione dei reati connessi alla pubblica amministrazione, ha prodotto i guasti peggiori. Infatti la Calabria, prima per numero di arresti per corruzione, è anche la regione dove nessuna condanna è mai intervenuta: tutti gli imputati sono stati salvati dalla mancata celebrazione dei processi in tempi utili per evitare la prescrizione dei reati contestati.

E che la corruzione sia momento frenante di ogni sviluppo economico, lo percepiscono direttamente gli imprenditori calabresi o almeno quelli che lottano per restare nell’ambito della legalità e della libertà d’impresa. Il Sole 24 Ore ha pubblicato i risultati di una indagine svolta tra gli imprenditori della provincia di Cosenza, che definisce «il “salotto” buono della Calabria e quella che, dal punto di vista economico, imprenditoriale e politico, ha forse il peso maggiore in regione». Motivo per il quale i dati da loro forniti «possono essere indicativi del fenomeno della corruzione per l’intera regione». La corruzione è considerato come «uno dei principali problemi» dall’89,7% degli imprenditori della provincia di Cosenza, mentre solo il 9,5% è in disaccordo. Per l’insieme delle istituzioni (media dei quattro livelli, locale, regionale, nazionale ed europeo) si evidenzia che un’elevata percentuale di imprenditori della provincia (81,4%) ritiene siano pervase dalla corruzione. L’86,9% del campione ritiene che ci sia corruzione nelle istituzioni regionali, l’83,2% in quelle locali e l’88,4% risponde che c’è corruzione nelle istituzioni nazionali. Non manca l’autocritica: il 58% degli imprenditori (somma della modalità “sono d’accordo” e “completamente d’accordo”) esprime la convinzione che il fenomeno sia una prassi comune della gestione aziendale. Il sentiment è maggiormente avvertito dalle imprese che operano nei servizi (65,4%) e nel settore delle costruzioni (64,9%); in misura minore tra gli imprenditori agricoli (51,4%) e dell’industria (51,4%). A chiudere il paragrafo una domanda sui recenti cambiamenti del fenomeno, con la richiesta agli intervistati se il livello di corruzione è aumentato, diminuito o rimasto uguale. Il 36,6% ritiene che il fenomeno sia aumentato molto negli ultimi tre anni. Se si aggiunge il 17,4% di quanti ritengono che sia aumentato in modo lieve (poco), si arriva ad una percentuale del 54,4%. Il 41% è dell’avviso che sia rimasto costante mentre solo 1,5% afferma che «non c’è corruzione». Sta per insediarsi un nuovo consiglio regionale, si è già insediato un nuovo governatore che è Mario Oliverio e che assicura di voler imporre un cambiamento di rotta energico e risoluto rispetto al passato. Ai nuovi consiglieri e al nuovo governatore affidiamo i dati che riguardano la piaga della corruzione in Calabria. Ci risparmino nuove edizioni di “commissioni antimafia” all’acqua di rose e mettano nel cassetto le vecchie liturgie delle targhe da affiggere sui palazzi comunali per garantire che l’illegalità non vi troverà spazio: “Qui la mafia non entra”, pomposamente proclamavano le targhe con lo stemma della Regione Calabria. Abbiamo visto che spesso il giorno dopo le targhe arrivavano le commissioni d’accesso ed emergeva che il malaffare lì c’era entrato da un pezzo, semmai il problema era come buttarlo fuori. Il governo nazionale pare intenzionato a fare la sua parte con un pacchetto di riforme che inasprisce le pene e fornisce qualche certezza in più sulla regolare celebrazione dei processi in uno con la possibilità di confiscare i beni provento di corruzione. Ma siamo alla fase repressiva, la prevenzione è affidata alla politica e a una corretta amministrazione pubblica. In proposito, cosa intendono fare Oliverio e i nuovi domiciliatari di Palazzo Campanella? Un interrogativo che non riguarda solo i comportamenti della politica ma anche, forse sopratutto, quelli dell’alta burocrazia regionale dove fino a oggi la trasparenza e la correttezza spesso sono apparse come un optional poco richiesto.

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