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Il cambiamento

In un mondo che si sta sempre di più inglesizzando diventa utile (ma anche snob) portare a sintesi anglofona i doveri che la politica ha nell’immediatezza delle elezioni regionali. Chi ha perso dev…

Pubblicato il: 09/01/2015 – 10:52

In un mondo che si sta sempre di più inglesizzando diventa utile (ma anche snob) portare a sintesi anglofona i doveri che la politica ha nell’immediatezza delle elezioni regionali. Chi ha perso deve organizzare la sua difesa. Deve fare l’opposizione costruttiva – evitando il catenaccio – e privilegiare quel contropiede utile a dimostrare la sua attiva sopravvivenza, stando bene attento all’offside tramato dall’avversario che governa.
Chi ha vinto deve adempiere ai suoi obblighi, elaborando il migliore programma e organizzando gli eserciti occorrenti. Un compito difficile, in quanto spesso – specie nella prima fase – possono commettersi degli errori di ipotesi (che poi sono gli errori più pericolosi in quanto rendono inutile lo sviluppo delle conseguenti tesi), tali da compromettere tutto il resto e, quindi, trasformare un successo elettorale in una sconfitta generalizzata. Dunque, una grande attenzione va assicurata alla entry strategy. Non tanto alla composizione della giunta regionale, che può essere continuamente (ri)attrezzata così come si fa nel basket. In caso di una manifesta defaillance, basta infatti chiedere il time out e il gioco è fatto, con qualche naturale delusione per chi esce e grandi entusiasmi per chi esordisce.
La grande attenzione va prestata: a) allo Statuto, sì da depurarlo dalle tossine prodotte dalla precedente legislatura e renderlo propedeutico al battesimo di una Regione cosiddetta leggera, impegnata a programmare e a legiferare, delegando quanto più possibile l’attività amministrativa ai Comuni, incentivando in proposito la loro fusione, senza la quale non si va da nessuna parte; b) alla struttura burocratica, quella micidiale macchina che deve rendersi garante della correttezza gestionale, sia in termini di qualità del prodotto che di puntualità. Da essa dipende l’esito, la prova del cambiamento. Quel cambiamento che la Calabria intera, compresa quella formata dagli oltre 20 milioni di calabresi all’estero, si attende dal governatore Oliverio. Saprà farlo? Speriamo di sì.
Occorre che stia attento alle possibili sottovalutazioni. Quelle che hanno contribuito a determinare i default generalizzati dei governatori che l’hanno preceduto, ma soprattutto le condizioni di precarietà assoluta dello stato dell’essere della Calabria intera. Ultima ovunque.
Primo fra tutti bisogna non ricorrere al peggiore usato, specie se vittima di interessamenti giudiziari. Una cosa che va certamente riconosciuta a Mario Oliverio, che conosco da oltre 35 anni, è la sua estraneità all’interesse economico. Una circostanza che dovrebbe consigliargli di stare attento alla trasparenza assoluta, disdegnando le brutte compagnie e i campioni della spesa libera, utilizzata nel passato per raccogliere il consenso per sé ovvero per gli “affini”. In un periodo come questo, ove al centro c’è la spending review, necessitano contributi tecnici nuovi e seri, che vadano a implementare quel gruppo fiduciario che ha ben fatto nell’amministrazione provinciale, arrivando a guadagnare l’oscar del Bilancio. Ciò perché i compiti prevalenti della Regione sono ben altri, principalmente quelli di programmare e di legiferare, attribuzioni da esercitare autonomamente e non già per volontà indotta.
Gli adempimenti ordinari cui è chiamata la Regione sono tanti e difficili. Prioritariamente, quello di programmare e spendere i fondi comunitari, vero capitale strumentale alla realizzazione del concreto cambiamento e della crescita reale. Non seconda è la gestione del bilancio, da armonizzare negli atti di sua formazione, che va gestito in modo più intelligente, trasparente e partecipato che nel passato. La recente critica della Corte dei conti sul bilancio di previsione 2014 è solo l’ultima prova di quanto sia trascurato il diritto e sottovalutate le priorità. Il neointrodotto principio del concorso obbligatorio all’equilibrio economico della Repubblica e l’ineludibile regia della Regione, propedeutica all’accesso all’indebitamento, entrambi prescritti dalla novellata Costituzione, sono due belle gatte da pelare e, pertanto, da “ammansire”. Attenzione, dunque, a ridurre i Dipartimenti solo perché gli assessori sono diminuiti. Gli stessi vanno individuati per quelli che servono a trasformare l’istituzione regionale da una piccola macchina da giostraio in una autentica “macchina da guerra”, con a essa preposti i migliori, soprattutto se non accomodanti.
A tutto questo è funzionale la scelta dei direttori generali. Anche quella dei dirigenti di settore e di servizio è fondamentale alla riuscita del progetto riformatore. In organico sono in tantissimi a essere adeguati alle esigenze di rinnovamento. Necessita individuare le caselle giuste.
In Calabria vi è tuttavia una particolarità nelle difficoltà. Essa riguarda la sanità, tirata dalla giacchetta da tutte le parti. Tutti hanno da dire la loro, ricorrendo spesso all’indicibile, tecnicamente parlando.
Più che pensare a chi farà il commissario, è necessario pensare alla exit strategy dal commissariamento. È qui che si gioca la partita, intervenendo con riforme strutturali e preponendo a capo delle aziende della salute i più bravi e i più onesti. Un obiettivo, questo, non sempre centrato.
Per finire, buon 2015 al governatore e al consiglio regionale nella sua interezza, dai quali i calabresi pretendono il meglio nell’interesse di tutti, nessuno escluso. Che il 2015 possa iniziare una nuova era e possa essere un anno da primato tra i tanti (brutti) vissuti dagli onesti.

*docente Unical

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