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Due pesi e due misure

di Paolo Pollichieni   L’appuntamento con l’inaugurazione dell’anno giudiziario, quest’anno, ha un punto comune: la centralità della Calabria. A Milano come a Roma e a Torino come a Genova il …

Pubblicato il: 31/01/2015 – 5:00

di Paolo Pollichieni

 

L’appuntamento con l’inaugurazione dell’anno giudiziario, quest’anno, ha un punto comune: la centralità della Calabria. A Milano come a Roma e a Torino come a Genova il riferimento alla crescita del potere della criminalità organizzata calabrese ha avuto varie e diverse sottolineature. E si badi bene che, specialmente a Roma e Milano, i procuratori generali hanno spinto l’allarme in territorio politico, evidenziando come la ‘ndrangheta, sempre più facilmente, penetra nei Palazzi della politica. Fermiamoci qui un attimo per spostarci verso un altro elemento che ha caratterizzato questa tornata di inaugurazioni dell’anno giudiziario nei vari distretti. È una frase pronunciata dal Guardasigilli Andrea Orlando: «In tempi di crisi una giustizia inefficiente rallenta ulteriormente la crescita del Paese». Spiega che per inefficiente intende «incapace di produrre in tempi accettabili le conclusioni che è chiamata a fornire» e che «dare centralità nuovamente allo Stato significa anche rendere di nuovo forte la sua funzione di garanzia dei diritti e di risoluzione dei conflitti tra i privati». Non contento, tira in ballo il cattivo funzionamento della giustizia civile per mettere in chiaro che anche quella contribuisce fortemente a dare credibilità allo Stato: «Il governo ha posto con forza il tema della giustizia civile perché essa rappresenta il terreno di contatto quotidiano tra il cittadino e l’amministrazione della giustizia e la sua inefficienza contribuisce al crollo del senso di legalità e alla sfiducia nel sistema giudiziario».
Non sono piaciute, queste esternazioni, ai vertici dell’Associazione nazionale magistrati. Maurizio Carbone le bolla con durezza: «Si tenta di dare la responsabilità non a chi intasca le tangenti, ma a chi cerca di impedirglielo».
E torniamo alla Calabria e alla ‘ndrangheta. Confrontando le relazioni dei procuratori generali di Roma e Milano con quelle dei loro colleghi di Catanzaro e Reggio Calabria, saltano fuori alcune singolarità: sul fronte del connubio tra ‘ndrangheta e politica si colgono maggiori risultati al Nord che non in Calabria. Un dato, questo, che diventa ancora più delicato quando si va a vedere che spesso gli sviluppi clamorosi delle inchieste di Roma e Milano non sono che la prosecuzione di indagini avviate in Calabria.
Giovanni Canzio, procuratore generale di Milano sottolinea come da parte della ‘ndrangheta in Lombardia vi sia una «interazione-occupazione». «La forma di penetrazione e la veloce diffusione del potere della ‘ndrangheta all’interno dei diversi gangli della società lombarda – ha detto Canzio – può paragonarsi all’opera distruttiva delle metastasi di un cancro».
Da Milano a Roma, dove vengono riviste, alla luce di nuove indagini, i rapporti della ‘ndrangheta con la destra eversiva e con esponenti politici di primo piano che pure già comparivano in varie inchieste condotte in Calabria, ma mentre in Calabria sfilavano nelle Procure come testimoni, a Roma, invece, sono indagati per associazione a delinquere di stampo mafioso. A Milano “Infrastrutture Lombarde” viene falcidiata dalle indagini di quella Procura, ma la stessa società resta inesplorata nelle sue attività svolte in Calabria. Poi compare l’imbarazzante caso del procuratore aggiunto di Milano, Alfredo Robledo, messo sotto inchiesta disciplinare perché avrebbe rivelato notizie delle indagini svolte sull’avvocato della Lega Nord, che è un catanzarese e che è anche marito di una potentissima manager che fa la spola tra i vertici della burocrazia calabrese e di quella lombarda. Ma in Calabria inutile tentare di trovar traccia di approfondimenti giudiziari su tutto questo intreccio.
Qui si arriva sempre tardi e male. Si attende che il potente non sia più tale prima di scoprirne le malefatte. Eppure in qualche caso, capita che le indagini non siano per nulla complesse, ma gli anni trascorrono ugualmente senza una sentenza definitiva. È capitato, ad esempio, che un manager imposto dalla politica al vertice di una società di proprietà della Regione Calabria sia scappato via con la cassa. Una bruta grassazione: milioni presi dai conti della società e trasferiti sui propri. Non sono mai stati restituiti e il rapace politico non ha mai avuto alcun fastidio giudiziario. In compenso leggiamo che due contadini sono stati arrestati nelle montagne attorno a Decollatura per furto aggravato ai danni della Regione Calabria: avevano tagliato legna da ardere in un bosco demaniale.
Ecco, forse il ministro Orlando avrà le sue responsabilità politiche, ma il problema che ha posto non è da sottovalutare. Spesso, soprattutto in Calabria, si ha la sensazione che più che il reato conti chi lo ha commesso e dove lo ha commesso. Da soggetto a soggetto e da giurisdizione a giurisdizione si ha, come dire, la sensazione di una diversa sensibilità giudiziaria.

 

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