Skip to main content

Ultimo aggiornamento alle 23:26
Corriere della Calabria - Home

I nostri canali


Si legge in: 4 minuti
Cambia colore:
 

Omicidio Costantino, condanne confermate in Appello

REGGIO CALABRIA Anche per i giudici della Corte d’appello di Reggio Calabria Bruno Stilo e il nipote Fortunato Pennestrì, sono i responsabili dell’omicidio di Angela Costantino, la giovane moglie del…

Pubblicato il: 02/02/2015 – 14:42
00:00
00:00
Ascolta la versione audio dell'articolo
Omicidio Costantino, condanne confermate in Appello

REGGIO CALABRIA Anche per i giudici della Corte d’appello di Reggio Calabria Bruno Stilo e il nipote Fortunato Pennestrì, sono i responsabili dell’omicidio di Angela Costantino, la giovane moglie del boss Pietro Lo Giudice, scomparsa senza lasciare traccia il 16 marzo del 1994. Accogliendo la richiesta del sostituto pg Giuseppe Adornato, la Corte ha condannato Stilo e Pennestrì, considerati rispettivamente il mandante e l’esecutore materiale dell’omicidio, a trent’anni di reclusione.
Passa dunque indenne anche lo scoglio del secondo grado di giudizio ricostruzione della Procura, secondo cui la morte di Angela sarebbe stata decretata ed eseguita all’interno della famiglia per lavare nel sangue la relazione extraconiugale che la donna avrebbe iniziato mentre il marito era in galera. Sposata giovanissima a Pietro Lo Giudice, Angela è solo una ragazza di 25 anni, già madre di quattro figli e vedova bianca di un boss in galera, quando – è la ricostruzione degli inquirenti – all’inizio degli anni ’90, si azzarda a pensare di poter vivere un’altra vita. O anche solo di strappare alla sua quotidianità di moglie, cognata e parente di “uomo d’onore”, dei momenti di felicità con un altro uomo capitato per caso nella sua esistenza. Un uomo del quale Angela resta incinta. Ma il marito è già da troppo tempo in galera e quella gravidanza non è giustificabile in nessun modo. Per la famiglia è un marchio di infamia, una manifestazione di debolezza, un segno di resa. Espropriata del diritto di decidere della sua stessa vita, del suo stesso corpo, Angela china la testa. Obbedisce. E abortisce. Ma – prosegue la ricostruzione della Procura – al clan non basta. Le notizie corrono, le voci girano e Angela è diventata, lei stessa, un marchio di infamia. Che deve essere cancellato in nome di un distorto concetto di onore, di cui le ‘ndrine si riempiono la bocca, ma che calpestano quotidianamente sotto le suole. In due strangolano una donna indifesa, in sei contribuiscono a occultarne il cadavere e il delitto. Un’intera famiglia sa e nasconde per quasi vent’anni. Stando a quanto ricostruito dagli inquirenti, Angela sarebbe stata sorpresa in casa da Natino Pennestrì, all’epoca appena diciannovenne. Su mandato dello zio, l’avrebbe strangolata e insieme avrebbero fatto sparire il corpo, mai più ritrovato. Di lei rimarrà solo l’auto, fatta ritrovare a pochi giorni dalla scomparsa a Villa San Giovanni. All’interno, saranno opportunamente collocate anche le ricette mediche del Servizio di salute mentale che serviranno per giustificare la presunta depressione che – secondo le versioni fornite all’epoca dai familiari – avrebbe spinto la donna ad allontanarsi. Un mosaico messo insieme dagli inquirenti grazie alle risultanze incrociate emerse dalle dichiarazioni dei pentiti del clan Lo Giudice – Maurizio prima, Nino il “Nano” poi – e di altri collaboratori di giustizia come l’ex capolocale di Gallico, Paolo Iannò, e che regge nonostante uno dei dichiaranti abbia clamorosamente fatto marcia indietro. Alla vigilia della sentenza di primo grado, Maurizio Lo Giudice aveva fatto pervenire una lettera al gup Indellicati, alla Procura e alle difese, per ritrattare quanto in precedenza dichiarato. «A seguito del processo in corso inerente la scomparsa di mia cognata Angela Costantino – si leggeva in quella sgrammaticata missiva – faccio presente di non essere a conoscenza di che fine ha fatto, nel mio calvario di isolamento, all’inizio della mia collaborazione ricordo di aver fatto molte ipotesi e diverse versioni, sia verbali veri e propri attraverso ricostruzioni, intrecci, nomi di giornali, puntando il dito su più persone, pensando che fossero a conoscenza della sua scomparsa, ho puntato il dito su tutti, non ho escluso nessuno, ma io non ho mai visto nulla, come si sono potute evolvere le cose, senza mai aver saputo direttamente che fine avesse fatto Costantino Angela». Dichiarazioni considerate totalmente irrilevanti prima dal gup, quindi dalla Corte, che nel confermare le condanne, ha indicato senza dubbio alcuno in Stilo e Pennestrì i responsabili dell’omicidio della giovane, il cui corpo non è ancora stato trovato.

 

Alessia Candito

a.candito@corrierecal.it

Argomenti
Categorie collegate

x

x