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“Soldatesse” di 'ndrangheta

LAMEZIA TERME «Sono stata al mio posto: il mondo. E in questo mondo a mio figlio ho dato un posto d’onore». C’è davvero tutto nella battuta secca di una delle tre protagoniste de “La terra dei sant…

Pubblicato il: 31/03/2015 – 8:47
“Soldatesse” di 'ndrangheta

LAMEZIA TERME «Sono stata al mio posto: il mondo. E in questo mondo a mio figlio ho dato un posto d’onore». C’è davvero tutto nella battuta secca di una delle tre protagoniste de “La terra dei santi”, film del regista calabrese Fernando Muraca che dal 26 marzo ha bussato silenziosamente a sette botteghini – tralasciando la grande distribuzione – per riceverne un ritorno di tutto rispetto tra critica e incassi. L’input è arrivato da “Il cielo a metà”, romanzo di Monica Zapelli (già sceneggiatrice de “I cento passi” di Marco Tullio Giordana) che qui è in veste di co-sceneggiatrice.
Non si deve pensare al solito film tutto pistole e sangue, filone forse ormai inflazionato: Muraca la ‘ndrangheta la racconta dall’interno, e i protagonisti non sono boss e “pungiuti”. Per scavare in quel matriarcato “sotterraneo” – ma non per questo meno preponderante – che tiene i fili di un sistema retto dall’accondiscendenza e dalla violenza, e per raccontare drammi che ricadono di generazione in generazione, sono servite loro: le donne.
Vittoria, Assunta e Caterina. “Pedine” di uno spaccato che la ‘ndrangheta o la combatte o la appoggia, in qualche caso non senza sofferenza. La prima è il magistrato che crede nella giustizia, risoluta ma forse poco empatica quando si tratta di capire che, come scriveva Gramsci, ognuno è il risultato del contesto in cui è vissuto. Assunta è la vedova di un “soldato” di ‘ndrangheta, che oltre ai legami famigliari – intesi non solo come affetti – non conosce praticamente nulla: in Calabria ci è nata e ci è rimasta intrappolata assieme alle credenze da “donna del boss”, secondo cui la vendetta è un diritto e non avere paura del sangue un dovere.
Sposa il cognato come è successo a Caterina, la sorella, moglie del latitante Alfredo Raso che guerreggia con la cosca dei Macrì. Vittoria – scopo che la accomuna con i propositi divulgativi del regista – vuole scardinare una rete che vede nelle donne una delle sue principali emanazioni: l’arma è la patria potestà: solo così, secondo lei, privando di questa e dunque dei figli le madri “indegne”, si possono infliggere colpi pesanti a una struttura criminale che spesso ha nei più giovani i suoi bracci armati.
«Che femmina sei, che porti via i figli alle mamme?», dice Assunta. «E tu che madre sei, che li mandi a morire ammazzati?», risponde Vittoria. Nelle loro parole non esistono dicotomie di sorta tra buoni e cattivi o tra meridionali e settentrionali (Vittoria lavora a Lamezia Terme ma è del Nord), ma tra carnefici che giocoforza sono contemporaneamente anche vittime.
«Non abbiamo cercato di raccontare i crimini che la ‘ndrangheta compie – ha spiegato Muraca – perché lo fanno già ampiamente i telegiornali e le fiction televisive, ma di chiederci perché è così forte. Non è solo un’organizzazione che gestisce traffici illeciti, ma muta la natura delle stesse persone che vi appartengono, comprese le donne che, giurando fedeltà alla cosiddetta famiglia, perdono del tutto il libero arbitrio. Diventano soldati di una forza oscura e settaria che opprime e distrugge speranza e gioia di vivere in intere comunità, e che non fa che produrre orrori. In questi sei anni, che sono stati il tempo necessario per scrivere e trovare le risorse – 500mila euro – con cui abbiamo girato questo film, le donne hanno però iniziato a ribellarsi per salvare i loro figli». E sono arrivate Lea Garofalo, Giuseppina Pesce e Maria Concetta Cacciola. L’esercito delle “soldatesse della ‘ndrangheta”, proprio quello di cui parla Muraca, è però tuttora da stanare.

 

Zaira Bartucca
z.bartucca@corrierecal.it