Omicidio Musy, Furchì aveva un complice?
REGGIO CALABRIA Sono almeno nove indizi solidi a indicare che il vibonese Francesco Furchì ha ucciso il consigliere comunale di Torino, Alberto Musy, ma soprattutto c’è il concreto sospetto che il ki…

REGGIO CALABRIA Sono almeno nove indizi solidi a indicare che il vibonese Francesco Furchì ha ucciso il consigliere comunale di Torino, Alberto Musy, ma soprattutto c’è il concreto sospetto che il killer avesse un complice. È quanto affermano i giudici della Corte d’Assise di Torino, presieduta da Pietro Capello, con Gianpaolo Peyron relatore, nel motivare la condanna all’ergastolo con cui hanno punito il faccendiere vibonese, riconosciuto colpevole dell’omicidio di Musy, ferito a morte il 21 marzo 2012 da un uomo con un casco bianco da motociclista, dileguatosi dopo aver sparato cinque colpi di pistola contro il consigliere comunale. A Furchì inquirenti e investigatori sono arrivati dopo mesi di indagini, perizie e controperizie, che nel tempo hanno dato esito univoco: il faccendiere vibonese era l’unico ad avere capacità e movente per compiere quell’omicidio. Per gli inquirenti, l’uomo avrebbe deciso di punire Musy, “colpevole” di non aver sostenuto le sue ambizioni politiche e imprenditoriali, sparandogli contro quei cinque colpi di pistola, che dopo 19 mesi di agonia gli avrebbero procurato la morte. Un delitto che per i giudici non avrebbe eseguito da solo. A svelarlo – affermano i giudici in sentenza– è stato lo stesso consigliere comunale, che subito dopo l’agguato, prima di perdere conoscenza avrebbe rivelato alla moglie: «Ange, mi ha seguito…un motorino, mi hanno seguito». Parole che per la Corte sono «indizio sicuro della assai verosimile partecipazione di un complice a questo delitto, con la precisa funzione di avvertire l’attentatore dell’arrivo a casa di Musy», confermata da alcuni fotogrammi delle telecamere che hanno ripreso l’uomo con il casco, identificato nell’uomo che spara contro il consigliere comunale, «nell’atto di inserire la mano destra sotto la mascherina che gli copre la bocca… gesto finalizzato a ricevere una comunicazione, forse via radio, dal complice circa l’imminente arrivo della vittima». Quell’uomo tanto per il Roberto Furlan, come per i giudici, è senza ombra di dubbio Francesco Furchì. Lo dicono – si legge in sentenza – la compatibilità cronologica e di luogo tra i movimenti dell’uomo con il casco e quella presenza in centro che Furchì non ha mai saputo spiegare, e «tacendo sui suoi movimenti – dicono i giudici – non ha offerto alcun elemento a sua discolpa». Lo dice la compatibilità tra i parametri fisici del killer e quelli del faccendiere, in particolare il modo di camminare. Ma soprattutto lo rivela, a detta della Corte, quel singolare blackout del suo telefono, stranamente spento fra le 7,25 e le 10,04 della mattinata in cui il consigliere comunale di Torino veniva ucciso. Elementi che per la Corte d’Assise inducono a un’identificazione certa, corroborata anche dalla frase che Furchì ha rivolto a un compagno di cella: «Ti faccio fare la fine che ho fatto fare a Musy». Lui si è sempre proclamato innocente, anche il giorno della condanna ha ribadito di essere stato un leale amico del consigliere comunale ucciso. Eppure – non dimenticano di annotare i giudici – nei giorni successivi all’agguato di cui Musy è rimasto vittima, dal faccendiere vibonese non è arrivata una telefonata ai famigliari, una lettera, un telegramma, non si è presentato in ospedale e in molti lo ricordano agitato e nervoso. «Uno degli elementi più evidenti – affermano i giudici – della sua colpevolezza».
Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it