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Processo Cacciola, condannato il legale della famiglia

REGGIO CALABRIA Sei anni e quattro mesi di carcere, cinque anni di interdizione dalla professione legale e in perpetuo dai pubblici uffici: è questa la condanna decisa dal Tribunale di Palmi, per l…

Pubblicato il: 24/04/2015 – 17:09
Processo Cacciola, condannato il legale della famiglia

REGGIO CALABRIA Sei anni e quattro mesi di carcere, cinque anni di interdizione dalla professione legale e in perpetuo dai pubblici uffici: è questa la condanna decisa dal Tribunale di Palmi, per l’avvocato Gregorio Cacciola, riconosciuto colpevole di aver estorto con la violenza la falsa confessione con cui l’ex collaboratrice di giustizia Maria Concetta Cacciola, pochi giorni prima di morire dopo aver ingerito una dose letale di acido muriatico, ha smentito le dichiarazioni fatte ai magistrati contro il clan Bellocco. I giudici di Palmi hanno dunque accolto l’impianto accusatorio costruito dal pm Giovanni Musarò, secondo cui proprio Cacciola – parente e storico legale della famiglia della collaboratrice di giustizia – sarebbe stato il vero ideatore del piano di delegittimazione delle dichiarazioni rese da Cetta, nel corso del suo accidentato percorso di collaborazione, fatto di slanci e ripensamenti, di violazioni del regime che impone la totale interruzione dei rapporti con i familiari e brusche marce indietro, di fiducia nella scelta fatta e timori. Un percorso altalenante, ma estremamente proficuo per la Dda. Le sue dichiarazioni hanno alimentato inchieste e operazioni, aiutato inquirenti e investigatori a comporre il quadro, chiarire ruoli e compiti, ricostruire assetti. Già nel 2011, i Bellocco – ha ricostruito l’inchiesta che ha portato il legale alla sbarra – sapevano che le rivelazioni di Cetta avrebbero potuto diventare molto pericolose per loro, per questo hanno contattato Cacciola con un ordine chiaro e semplice: disinnescare la potenziale portata esplosiva delle rivelazioni che Cetta aveva fatto ai magistrati . Una manovra concepita dal legale mandato del clan ma – secondo l’impostazione accusatoria – ufficialmente messa in atto dall’avvocato Pisani, oggi pentito, ma all’epoca relegato al rango di “pupo” – ha detto il pm Musarò in sede di requisitoria – che agiva secondo ordini e strategie pensate dal collega. Strategie passate dalla registrazione di una ritrattazione, poi fatta pervenire alla Dda, con cui Cetta è stata obbligata a smentire quanto in precedenza dichiarato tanto sulla sua famiglia, come sul clan Bellocco. A rivelarlo non sono state solo attività tecniche e intercettazioni, ma anche due fondamentali pentiti, primo fra tutti l’avvocato Pisani. Dopo la condanna in primo grado a 4 anni e 4 mesi, il legale ha deciso di spiegare ai magistrati come, in che modo e soprattutto perché Cetta è stata costretta a ritrattare. Dichiarazioni corroborate dalle parole di un altro pentito, Marcello Fondacaro, che ha messo a verbale di aver saputo da altro pentito, Marcello Fondacaro, ha poi riferito di aver saputo direttamente da Giuseppe Bellocco, figlio del boss Gregorio, che la cosca aveva incaricato l’avvocato Cacciola di estorcere una ritrattazione a Maria Concetta. Si aggiunge dunque un ulteriore tassello alla ricostruzione degli ultimi mesi di vita della giovane donna ufficialmente suicidatasi nell’agosto del 2011 a Rosarno, dove aveva fatto ritorno dopo aver interrotto il programma di collaborazione. Un suicidio che non ha mai convinto né pm, né giudici se è vero che lo stesso Tribunale di Palmi, nel condannare i familiari di Cetta per maltrattamenti, ha ordinato la riapertura delle indagini riguardo la morte della donna. Per i giudici di primo grado infatti, la scelta del suicidio non troverebbe conferma negli «atti di indagine, letti unitamente alle acquisizioni dibattimentali ed agli accadimenti immediatamente successivi alla morte della collaboratrice», tanto meno sarebbe suffragata «dallo stato d’animo che la stessa Maria Concetta, nei giorni che ne hanno preceduto la scomparsa, manifestava alle persone con le quali si confidava e che riteneva a lei più vicine». Per i giudici «se la causa di morte strictu sensu intesa è innegabilmente quella cristallizzata nel capo di imputazione (più precisamente l’asfissia determinata dall’assunzione di una sostanza altamente tossica acorrosiva) gli esiti dell’istruttoria dibattimentale svolta – a giudizio della Corte – impongono di concludere che la donna non si sia inflitta autonomamente tale atroce morte ma che sia stata, al contrario, assassinata».

 

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

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