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Processo Armellini, anomalie nella struttura montata al PalaCalafiore

REGGIO CALABRIA Prossima udienza, lunedì 11 luglio. Quando il giudice pronuncia la data di rinvio, Paola Armellini abbassa la testa, le spalle, sotto il peso dello sconforto. Sa da tempo che il pro…

Pubblicato il: 03/03/2016 – 20:58
Processo Armellini, anomalie nella struttura montata al PalaCalafiore

REGGIO CALABRIA Prossima udienza, lunedì 11 luglio. Quando il giudice pronuncia la data di rinvio, Paola Armellini abbassa la testa, le spalle, sotto il peso dello sconforto. Sa da tempo che il processo che potrebbe dare un nome e un volto al responsabile della morte di suo figlio Matteo – rigger schiacciato e ucciso dal palco che stava montando al PalaCalafiore di Reggio Calabria per il concerto di Laura Pausini – deve fare i conti con l’imminente trasferimento del pm Rosario Ferracane e soprattutto del giudice. Allo stesso modo, Paola Armellini sa che la saturazione del ruolo del tribunale monocratico – dove processi per balconi abusivi convivono con egual diritto con procedimenti per omicidio volontario – impedisce udienze più frequenti. Ma il 5 marzo saranno passati quattro anni da quando il palco ha schiacciato e ucciso Matteo, e il processo che vede alla sbarra i presunti responsabili della tragedia annaspa. E poco importa che il sindacato – presente fuori dall’aula con un presidio, e dentro con il segretario nazionale della Slc, Umberto Carretti – abbia finalmente deciso di trasformare il processo Armellini in una questione nazionale. Perché via via che passano i mesi, le speranze di riuscire ad arrivare fino in fondo ed avere giustizia – e non risarcimenti, come qualcuno tenta di insinuare – si affievoliscono.

POCHE RISPOSTE SUL RINNOVO ATTI Quando il nuovo giudice si insedierà, toccherà ai legali decidere se acconsentire o meno al rinnovo dell’attività istruttoria. Al momento, solo i legali di Ferdinando Salzano e della sua F&P Group, committente dei lavori di allestimento, hanno detto di sì. Alla “sollecitazione informale” e irrituale del giudice Romeo nessun altro fra i legali di Maurizio Senese (responsabile della Esse Emme Musica, promoter locale che aveva organizzato il concerto), Sandro Scalise (coordinatore della sicurezza per i lavori di costruzione della struttura), Franco Faggiotto (progettista), Pasquale Aumenta (responsabile della Italstage, società costruttrice del palco), del palco alla Italstage), Marcello Cammera (all’epoca dirigente comunale dei Lavori pubblici) e Gianfranco Perri, (estensore del piano di sicurezza), ha dato risposta.

C’ERANO ANOMALIE Per oggi, l’attività istruttoria è andata avanti, ma per il resto si è deciso di farla continuare solo quando un nuovo giudice monocratico prenderà il posto di Romeo e un nuovo pm, quello di Ferracane. Eppure, anche oggi, dalle testimonianze dei quattro rigger che in quel marzo del 2011 lavoravano con Matteo, che ci fosse più di qualcosa di strano è venuto fuori. «Quella era la terza data. Ce n’erano state altre, ma l’allestimento era diverso rispetto a quello di Reggio. C’erano un tot di strutture che erano state tagliate», dice in aula Nicola Martino Caccamo, rigger della stessa squadra di Matteo. «Piccole anomalie erano state riscontrate, ma il problema è che non lavoriamo sempre con le stesse strutture. Ad esempio, non c’erano i cavi d’acciaio che servono per evitare l’oscillazione. È stato anche detto all’ingegnere di turno, ma forse per telefono». Nessuno dei tecnici responsabili del progetto del palco – e sul punto le testimonianze convergono – era presente mentre i rigger erano al lavoro. «Anche il grand support era un po’ diverso. I tralicci erano più piccoli, ma ce n’erano di più. Generalmente, in quel tipo si struttura ci sono i cavi, ma in quella del PalaCalafiore no».

“E’ CROLLATO IN UN SECONDO” Da quasi vent’anni, Caccamo lavora nel settore. Ha iniziato come facchino e oggi lavora in altezza. Una specializzazione acquisita nel tempo e sul campo, che gli permette di parlare con cognizione di cosa ci debba essere e cosa non ci debba essere su un cantiere. Il giorno che Matteo è stato ucciso da quella struttura crollata come un castello di carte, lui lavorava a terra. E solo perché il palco si è accasciato su una delle gradinate non è stato travolto e schiacciato. Momenti che ha ricordato anche in aula. «Ho sentito gridare “via, via, via”, mi sono girato e ho visto la gente che correva, ma sapevo che non sarei riuscito a raggiungere l’uscita di sicurezza, così mi sono buttato a terra. Mi sono salvato solo perché la struttura si è fermata su una delle gradinate di ferro. È durato tutto un secondo». Troppo poco per rendersi conto di cosa stesse succedendo. E forse anche per avere paura. Dopo, invece, c’è stato solo il tempo per soccorrere i feriti «abbiamo dovuto far uscire Consoli su un baule perché non c’erano barelle».

USCITA DI SICUREZZA IN SALITA E NIENTE BARELLE Una circostanza confermata anche da Brozi, co-titolare della società che fornisce le attrezzature video. Quando il crollo si è verificato, insieme alla sua squadra, aveva appena iniziato a montare i 600 mq di led che avrebbero dovuto comporre il megaschermo attorno al palco. E come per tutti gli altri team coinvolti, quando sono arrivati, non c’era nessuno che abbia passato loro le consegne o li abbia informati su eventuali criticità della struttura. «Il progetto a monte viene fatto molti mesi prima. Quando noi arriviamo – spiega – i rigger ci fanno trovare pronti i motori in modo che noi si possa iniziare a lavorare». Anche quel 5 marzo è andata così. Poi il palco ha collassato su se stesso. «Quando si è verificato il crollo –dice – io mio trovavo sotto, al centro. Guardandomi indietro mi sono reso conto che il palco stava crollando». Poi abbiamo iniziato a contarci e ci siamo resi conto della cosa di Matteo. Abbiamo chiamato i soccorsi perché l’ambulanza non era lì». È telegrafico, scarno nelle sue dichiarazioni. E lo spiega «dopo quello che è successo, non parliamo volentieri di quella sera». Una sera in cui tutte le criticità si sono trasformate in problemi. Come l’esistenza di un’unica uscita di sicurezza, per altro in forte pendenza, come la mancanza di barelle che ha fatto sì che i feriti fossero portati fuori sui bauli che generalmente contengono cavi e attrezzature.

QUELLO STRANO GRAND SUPPORT Di altre criticità invece – racconta Carlo Barberis, all’epoca un novellino della professione – avevano parlato i facchini. «Quando siamo arrivati, ci hanno detto “ma siete sicuri che il pavimento regge?”. Noi abbiamo raccolto questa preoccupazione, ma eravamo lì perché il tetto era pronto per essere montato». Ma quella struttura – il grand support che ha ceduto facendo crollare tutto – presentava una serie di problemi. «I braccetti di dissipazione erano più corti, il numero di strati di dissipazione era inferiore a quelli che avevo visto nel corso di altri lavori, non erano presenti i tiranti. Non potendo chiedere a persone di riferimento – non c’erano tecnici o responsabili – abbiamo continuato a lavorare, poi verso le sei abbiamo chiesto ed è stato detto “tutto a posto”». Una conversazione che Barberis non ha sostenuto in prima persona, ma che è certo ci sia stata. Così come è certo – nonostante le domande di alcuni legali al riguardo – che la struttura fosse perfettamente montata e allineata «perché altrimenti le travi non sarebbero entrate».

I TECNICI SAPEVANO Chi ha parlato con i tecnici – nello specifico, Tonino Lambiase della Italstage – segnalando una serie di criticità fra cui la mancanza delle cosiddette “croci di Sant’Andrea” e dei tiranti è stato Alessandro Scialanca, uno degli “anziani” fra i rigger chiamati a montare il grand support. Contattato precipuamente per il concerto di Reggio, Scialanca si è premurato – in virtù dell’esperienza e dei contatti che decenni di professione gli hanno regalato – di farsi mandare progetto e disegno della struttura che avrebbe dovuto montare. Lui, racconta, aveva partecipato un anno prima alle prove del tour a Rimini, ma si era occupato di altro. «Quando siamo arrivati al palazzetto a Reggio, Lambiase aveva già provveduto ad assemblare la struttura, ma generalmente non è così che si lavora. Durante la giorna
ta si è presentato Scalise, che è il coordinatore della sicurezza». Con lui, Scialanca non ha avuto alcun contatto, ma con Lambiase sì.

E IL PAVIMENTO? E a lui ha detto chiaramente di avere dubbi sui sistemi immaginati per evitare oscillazioni e si è mostrato disponibile a montarli, anche se la cosa non era prevista dal contratto. «Lambiase mi disse che non c’era necessità si montare croci di Sant’Andrea, strati e cavi». Della capacità del pavimento di sostenere quella struttura, però non hanno parlato. «Se avessi saputo che sotto quel parquet c’erano quaranta centimetri di vuoto, se avessi saputo che era solo.. avrei fatto qualcosa di più», dice lasciandosi scappare che dopo la tragedia, per un anno non è riuscito a lavorare. Perché Matteo era un amico. Un amico che non c’è più.

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

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