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Se le regole della Costituzione non valgono in Calabria

I dati di ieri: un consistente numero di famiglie in fuga dalla ‘ndrangheta egemone, all’epoca soprattutto nell’area reggina, e dal disinteresse della politica e delle istituzioni a fronteggiarla.&…

Pubblicato il: 05/03/2016 – 10:20
Se le regole della Costituzione non valgono in Calabria

I dati di ieri: un consistente numero di famiglie in fuga dalla ‘ndrangheta egemone, all’epoca soprattutto nell’area reggina, e dal disinteresse della politica e delle istituzioni a fronteggiarla. 
Gli ultimi dati: 100.000 giovani lasciano il sud per l’estero. In Calabria, c’è un esercito di giovani intellettuali pronti ad emigrare. 
Lo scenario prossimo: ci sarà l’esodo di calabresi per tutelare la salute propria e dei loro figli, qui compromessa e data in peggioramento. Un buon motivo per stabilirsi anche altrove.
Il risultato: una regione che si asciuga sempre di più demograficamente, privandosi progressivamente delle sue intelligenze.
Non si è fatto e non si fa nulla per arginare siffatto fenomeno. Tutt’altro, lo si incentiva con decisioni che rasentano non solo l’inimmaginabile, ma finanche l’assurdo. 
Il recente decreto assunto dal commissario Scura (30/2016) è un triste esempio di violazione delle regole, quelle più elementari. Non solo. Di oltraggio alle istituzioni democratiche. E ancora. Di pessimo gusto, specie nelle “giustificazioni” successive.
Le regole elementari sono quelle che la Costituzione imporrebbe, ma anche quelle che vorrebbero la programmazione fondata su dati attuali, correttamente rilevati e corrispondenti ai bisogni da soddisfare. Di tutto questo: nulla. Quindi la Calabria degli imbrogli prevale anche nella falsità dei presupposti sui quali si fondano gli atti di programmazione fondanti per l’esigibilità del più importante diritto sociale. (Un errore ricorrente e non solo nella sanità, basti pensare ad alcuni recenti tentativi di “riforme”!).
Quanto alle regole: si usurpa una competenza, riassumendo nella più assurda monocrazia una funzione che la Costituzione assegna al più ampio strumento di democrazia: il consiglio regionale. In relazione al resto: si programma con i dati dell’altro ieri, senza aver rilevato alcunché e senza progetto, fatta salva la propaganda di qualche posto letto in più e di qualche appetito potente da saziare.
A ben vedere, continua indisturbata una gestione caratterizzata dalla più becera filiazione clientelare, persino in epoca commissariale (un record!). Dal sopruso dei diritti di chi costituzionalmente li possedeva, sottratti ai legittimi titolari dal primo impiegato arrogante. Da un livello di assistenza progressivamente digradato e garantito, a livello ospedaliero, spesso attraverso penose intercessioni, altrove inconcepibili. Da un ceto medico esageratamente in corsa verso l’elettorato passivo ovvero in fila per assumere cariche di sottogoverno, piuttosto che stare attento ai problemi dei cittadini che soffrono, tradotti così da pazienti in clientes. 
Oggi ci si mette l’attuale governo romano, invero non ben rappresentato in materia, sia nelle posizioni di primo piano che nelle comparse fin troppo imperanti. Il tutto produttivo di una sequela di atti che sono esempio di indecisioni, di pericolose contraddittorietà, di una lampante incapacità nel comprendere le necessità dei cittadini, di privilegiare l’esercizio muscolare delle proprie competenze, confondendo spesso i ruoli che la Costituzione assegna ai diversi poteri, dai quali ci si sente rappresentati ad errato titolo.
L’ultima è più «particolare» del solito. 
Dopo un programma ospedaliero, tirato fuori dal cappello dell’allora commissario nelle more della pubblicazione del DM 70/2015, che disegnava – mi riferisco all’analogo provvedimento commissariale sul quale scrivevo negativamente l’8 giugno 2015 “Il grande bluff sulla rete ospedaliera” – con le vecchie regole i requisiti per le strutture erogative del livello assistenziale ospedaliero, ecco il provvedimento novellato.
Sul tema, gli errori perseverano.
Riguardo alla competenza: continua l’atto di prepotenza di decidere monocraticamente, esercitando poteri che non competono affatto a chi è tenuto, a mente dell’articolo 120, comma 2, della Carta, a surrogare gli organi costituzionalmente dediti alla gestione e non già alla programmazione e all’esercizio legislativo. Un compito, quest’ultimo, che spetta al Consiglio, cui risale la ovvia paternità della più recedente programmazione regionale approvata con la legge n.11/2004. Una legge scritta con i piedi ma pur sempre di una legge trattasi.
Relativamente al merito si decide ancora incoscientemente. Lo si fa senza rilevazioni certificate del fabbisogno epidemiologico. Senza sapere cosa si intende fare per riparare all’assistenza territoriale pressoché inesistente. Senza ancora sapere cosa fare dei quattro nuovi ospedali e di quelli vecchi da ristrutturare ovvero da ricostruire nonché di quelli da sopprimere, perché pericolosi per la salute dei cittadini. Lo si fa supponendo di soddisfare bisogni impropri funzionali a registrare consensi estemporanei, spesso pregiudizievoli per il futuro della salute dei cittadini (la storia dei calabresi maltrattati in tal senso, con  tante colpevoli morti al seguito, docet). 
Peggio del peggio lo si fa trascurando l’assenza dei requisiti in gran parte del patrimonio strutturale pubblico destinato all’assistenza. 
Per fare tutto questo “casino” era proprio necessario scomodare la Costituzione nella sua previsione di pretendere la riassunzione in capo al governo delle competenze regionali? Per come sono andate e vanno le cose, non mi pare proprio.

*Docente Unical

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