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Il «patto elettorale» tra i Grande Aracri e Forza Italia

CROTONE C’era un accordo, un vero proprio «patto elettorale» fra il clan Grande Aracri e il consigliere comunale reggiano di Forza Italia, Giuseppe Pagliani. In cambio di voti, il politico si sareb…

Pubblicato il: 24/03/2016 – 15:20
Il «patto elettorale» tra i Grande Aracri e Forza Italia

CROTONE C’era un accordo, un vero proprio «patto elettorale» fra il clan Grande Aracri e il consigliere comunale reggiano di Forza Italia, Giuseppe Pagliani. In cambio di voti, il politico si sarebbe adoperato per «fermare il prefetto» e per far ripartire gli affari delle aziende vicine al clan Grande Aracri, impegnate sui cantieri di mezza Emilia Romagna. A rivelarlo ai magistrati – scrive oggi Repubblica – è stato il pentito Giuseppe Giglio, l’imprenditore crotonese trapiantato in Emilia che per anni ha fatto i soldi con i clan, ma quando è stato portato in giudizio dai magistrati della Dda di Bologna ha deciso di scaricare i Grande Aracri e gli Arena, rivelando tutto quel che sa. A partire dagli incontri di capi e gregari con la politica. Le prime trecento pagine dei suoi verbali sono state già acquisite agli atti del processo con rito abbreviato che si sta svolgendo a Bologna. Nonostante i pesanti omissis, appare chiaro che Giglio ha molto di cui parlare. Non era un personaggio di fila all’interno del clan. Il ruolo di braccio strategico-imprenditoriale era così unanimemente riconosciuto da aver ricevuto l’invito a partecipare all’incontro del clan con i politici, ma soprattutto da poterlo rifiutare. «Io – dice di sé – non sono una persona che sono stata battezzata, come devo dire, però per loro ero un punto grosso di riferimento», soprattutto «nel circuito di fatture, nelle mie conoscenze dei lavori».
Un uomo d’affari, che quando entrò in società per una grande speculazione immobiliare con il boss dei Grande Aracri ricevette dalla Calabria 500mila euro in contanti in un sacco di plastica e altrettanti da un conto corrente coperto che la “famiglia” aveva all’estero. A invitarlo era stato Alfonso Diletto, uno dei vertici del clan in Emilia, che in quella occasione a Giglio aveva anticipato: «C’è stato un patto politico, da una parte promessi voti e finanziamenti, dall’altra promesse di lavori in Regione, Provincia e Comune e in più diciamo un quieto vivere per il prefetto, perché il prefetto aveva alzato un po’ di polverone e quindi l’impegno della politica, diciamo che era questo il patto». Anzi, per la precisione, l’impegno di un politico: «Mi disse Diletto “per l’interdittiva che ci hanno dato, ma abbiamo la possibilità perché abbiamo fatto un patto con il politico Pagliani che ci darà del lavoro. In cambio noi gli dobbiamo trovare dei voti e lo finanziamo… l’accordo e il patto politico diciamo che c’è stato». 
Ma contro i provvedimenti interdittivi del prefetto, neanche un peso massimo della politica reggiana come Pagliani ha potuto fare qualcosa. Ma fra i contatti fra il consigliere comunale e i clan sono andati avanti per lungo tempo. E la strategia era condivisa. Il clan si era impegnato a portare «imprenditori, professionisti all’incontro con il politico, sennò non aveva senso la riunione che avevamo, gli accordi che avevano preso tra Diletto, Sarcone, Paolini e c’era anche Iaquinta in tutto questo, perché questo mi fu detto da Diletto».
Con ruoli e compiti diversi, Diletto, Sarcone, ma anche Francesco Lamanna, Antonio Gualtieri, Gaetano Blasco e Antonio Valerio – oggi imputati – sono affiliati della costola bolognese del clan Grande Aracri. Ma alla casa madre calabrese facevano comunque arrivare un flusso continuo di soldi. «Soldi a Nicolino arrivano tutti i mesi o ogni volta che ce n’è bisogno per gli avvocati e per quant’altro, arrivano i soldi giù. Questo glielo posso dire con certezza perché ne abbiamo discusso sia con Sarcone, sia con Diletto». Denaro che arrivava in contanti, tramite corrieri, e di cui Giglio era a conoscenza perché toccava a lui dare una veste plausibile alla contabilità delle imprese del clan. In questo modo, l’imprenditore crotonese è riuscito a raccogliere molte informazioni anche sulla rete di imprese complici con il clan, come quella dell’imprenditore edile Augusto Bianchini, considerato “testa di legno” della cosca per la ricostruzione post terremoto.

a. c.

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