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DOOMSDAY 2 | Le mani dei clan su case popolari e discoteche

COSENZA Gli esponenti del clan Rango-Zingari volevano avere il controllo totale del territorio. Non solo imporre il racket ai commercianti, imporre la security nei locali, gestire lo spaccio di dro…

Pubblicato il: 11/11/2016 – 7:17
DOOMSDAY 2 | Le mani dei clan su case popolari e discoteche

COSENZA Gli esponenti del clan Rango-Zingari volevano avere il controllo totale del territorio. Non solo imporre il racket ai commercianti, imporre la security nei locali, gestire lo spaccio di droga, ma in alcuni casi volevano anche impossessarsi direttamente di alcune attività commerciali. Interessi e mire espansionistiche della cosca vengono ulteriormente ribadite – anche grazie al supporto delle dichiarazioni dei pentiti – nell’ordinanza di custodia cautelare di “Doomsday 2”, che ha portato all’esecuzione di 18 ordinanze di custodia cautelare emesse su richiesta della Dda di Catanzaro. Il gip Tiziana Macrì ha firmato 18 provvedimenti: sette notificati a persone già in carcere; otto a indagati che erano ai domiciliari e tre a persone che erano a piede libero. Oltre alle rivelazioni del pentito Adolfo Foggetti, anche i verbali del collaboratore Giuseppe Montemurro hanno corroborato l’impianto accusatorio. È lo stesso Montemurro a spiegare ai magistrati che Maurizio Rango, assieme a un altro sodale, volevano impadronirsi di una discoteca della città dei Bruzi. I due contattano il proprietario del locale al quale comunicano di voler gestire la discoteca, ma il proprietario cerca di dissuaderli spiegando loro che il locale è spesso attenzionato dalle forze dell’ordine. Rango comprende la situazione e si dissuade dall’idea di “acquistare” il locale, ma non accetta che i servizi di sicurezza siano affidati a persone “imposte” da Rinaldo Gentile. È il mese di novembre 2013 quando Rango con Tonino Banana, lo stesso Montemurro e altri due presunti esponenti del sodalizio decidono che «bisognava togliere la vigilanza in quel locale» a quella società.

GLI UOMINI DEL CLAN IN DISCOTECA «Ormai l’ultima parola – racconta il pentito – anche sulle estorsioni derivanti dalla security spettavano a Maurizio Rango». Così la sicurezza di quella discoteca e di un’altra dello stesso proprietario passarono alla società intestata alla moglie di Giuseppe Montemurro che avrebbe dovuto gestire «le estorsioni-vigilanza» nei locali notturni di Cosenza. Sono sempre gli stessi uomini, che facevano capo a Rango, assieme a lui a ritrovarsi in un bar della città per «pianificare un incontro con l’amico della discoteca» in cui si discute dell’estorsione ai danni «dell’amico della discoteca». Siamo agli inizi del 2014. E «all’amico della discoteca» viene imposto «sia il numero delle persone da far lavorare che il prezzo». Sia Rango che “Banana” – è sempre la versione del collaboratore di giustizia – imposero la decisione al proprietario che «non doveva aprire bocca». Così, subito dopo, gli uomini del clan cominciarono a lavorare nella discoteca. Dall’importo pagato dal proprietario, veniva «scorporato l’emolumento per i ragazzi che avevano lavorato, l’Iva e il resto veniva diviso tra i componenti della cosca. Tale ripartizione degli “utili” avveniva a fine mese». A riscontro delle dichiarazioni di Montemurro, ci sono sia alcune immagini delle telecamere di videosorveglianza ma anche i verbali di Adolfo Foggetti, in particolare l’8 gennaio del 2015.

UNA CASA POPOLARE AL “PREZZO” DI 25-30 MILA EURO La cosca gestiva tutto. Anche gli alloggi popolari. È Edyta Alexandra Kopaczynska (la compagna del defunto Michele Bruni), diventata collaboratrice di giustizia, a raccontare ai magistrati quando ha conosciuto Maurizio Rango nel 2009. Lei e Michele Bruni avevano occupato una casa popolare di via Temesa nello stabile in cui abitava anche Rango. E proprio il loro appartamento interessava pure a Maurizio Rango che in un primo momento voleva acquistarlo. Ma venne poi dissuaso da Fiore Abbruzzese, detto Tonino: «Così Rango ci ha lasciato campo libero». Successivamente Edyta è costretta – su consiglio di Rango – a lasciare quella casa, di proprietà dell’Aterp, per evitare controlli delle forze dell’ordine. Quando lei va via, poi quell’appartamento viene occupato abusivamente da una cugina della moglie di Maurizio Rango. «Il che faceva intendere – racconta Kopaczynska – che sono stata cacciata dall’appartamento per favorire questa nuova occupazione e non per i motivi sostenuti da Rango».  A lei risultava che Rango aveva permesso l’occupazione abusiva di quella casa dietro il pagamento di un corrispettivo in denaro che ammontava a 25mila euro. «Sono altresì a conoscenza – spiega agli inquirenti la collaboratrice di giustizia – che Maurizio Rango ha acconsentito a un uomo di cui non conosco il nome, ma che era conosciuto con il soprannome di “Berlusconi”, di occupare un appartamento posto al terzo piano della palazzina popolare attigua a quella in cui abitavo io, ancora una volta dietro compenso, che in questo caso ammonta a 30 mila euro».

Mirella Molinaro
m.molinaro@corrierecal.it

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