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Rapine a Cosenza, i due fratelli incastrati dal dna

COSENZA «È semplice operare nell’emergenza e fermarsi al primo tassello. Qui invece i nostri investigatori hanno usato un metodo diverso e sono stati estremamente precisi, professionali. Ora abbiam…

Pubblicato il: 02/03/2017 – 10:53
Rapine a Cosenza, i due fratelli incastrati dal dna

COSENZA «È semplice operare nell’emergenza e fermarsi al primo tassello. Qui invece i nostri investigatori hanno usato un metodo diverso e sono stati estremamente precisi, professionali. Ora abbiamo un quadro granitico che si è arricchito di altre ipotesi di reato». È molto soddisfatto il procuratore capo di Cosenza Mario Spagnuolo per l’operazione che ha portato all’arresto di due fratelli di 29 e 25 anni, Senibaldo Vincenzo e Francesco De Grandis, già noti alle forze dell’ordine, mentre ad essere colpiti da obbligo di dimora sono la sorella dei due, di 27 anni, e anche un cosentino, di origini magrebine, di 24 anni.
Le indagini, condotte dai militari sono partite da una violenta rapina avvenuta il 3 gennaio scorso ai danni di una gioielleria di corso Mazzini, in pieno centro città. A compierla i due fratelli, incastrati dal dna del sangue lasciato su una delle vetrine e dalle impronte digitali rilevate a seguito di un accurato sopralluogo effettuato subito dopo i fatti. I due fratelli erano stati subito fermati nell’immediatezza dei fatti e poi rilasciati per mancanza di prove.
Ma l’attività di indagine serrata – ha sottolineato più volte Spagnuolo – ha permesso di fare luce anche su altri furti, commessi ai danni di distributori automatici di sigarette, con l’utilizzo di esplosivo. E inoltre su un furto compiuto ai danni di un negozio di telefonia di Rende, commesso il 15 gennaio scorso, dove furono rubati numerosi smartphone e materiale informatico di vario genere, e sul furto di un’autovettura Audi A4 commesso a Cosenza il 20 gennaio scorso.
Il procuratore Spagnuolo conosce bene il contesto cosentino: «Non abbiamo un sistema videosorveglianza ma ne faremo a meno. Siamo al 50 per cento dell’organico però le cose le facciamo lo stesso. Noi continuiamo nel nostro lavoro. Ci tengo a precisare che il problema criminalità a Cosenza non può essere sganciato da quello sociale. Questo ci preoccupa ancora di più perché qui si tratta di gente che commette furti per cento euro e a volte mettono a repentaglio la vita delle persone».
«Mi vorrei soffermare su un dato – ha detto il procuratore aggiunto Marisa Manzini -: le persone colpite da misura cautelare sono molto giovani. Hanno messo in atto un’azione violenta senza far parte di un’organizzazione. È una criminalità predatoria che pone in essere come tutto gira nel mondo della droga. È fondamentale l’attività preventiva e quindi diventa importante fare in modo che ci siano molti controlli. Per questo il sistema della videosorveglianza è necessario. Ma ciò che è importante è una maggiore attenzione da parte delle famiglie». Il sostituto procuratore Bruno Antonio Tridico ha illustrato alcuni dettagli: «Tale operazione nasce dalla necessità di costruire un quadro probatorio serio e incontrovertibile, realizzato grazie al lavoro sinergico con i carabinieri. Abbiamo messo una microspia nell’automobile dei due fratelli De Grandis attraverso la quale abbiamo ascoltato una vera e propria lezione di criminalità. Gli indagati avevano un forte senso di impunità».
Il colonnello Fabio Ottaviani, comandante provinciale dei carabinieri, ha sottolineato come si tratta «non di professionisti e questo li rende ancora più pericolosi. Infatti nella rapina alla gioielleria hanno ferito la commessa e si sono feriti rompendo la vetrina».
Il capitano Jacopo Passaquieti ha spiegato il modus operandi: «Facevano saltare in aria le vetrine con esplosivo per poi entrare. Sceglievano attività commerciali gestite da anziani che erano obiettivi più facili. Gli indagati hanno commesso numerosi furti e altri reati».

Mirella Molinaro
m.molinaro@corrierecal.it

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