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Cinque anni senza Matteo. Ma il processo zoppica

REGGIO CALABRIA Sono passati esattamente cinque anni da quando Matteo Armellini, giovane rigger romano, è stato travolto e ucciso dal palco che stava montando al PalaCalafiore di Reggio Calabria pe…

Pubblicato il: 05/03/2017 – 18:13
Cinque anni senza Matteo. Ma il processo zoppica

REGGIO CALABRIA Sono passati esattamente cinque anni da quando Matteo Armellini, giovane rigger romano, è stato travolto e ucciso dal palco che stava montando al PalaCalafiore di Reggio Calabria per il concerto di Laura Pausini. Lavorava in altezza Matteo. «Ed era uno sveglio» dice chi lo conosceva «aveva esperienza e nel settore lavorava da anni». Ma quando l’enorme struttura  è crollata sulle gradinate, le pesanti colonne metalliche cui era agganciato lo hanno travolto e per lui non c’è stato nulla da fare.

GLI IMPUTATI L’inchiesta aperta dalla procura di Reggio Calabria ha portato al rinvio a giudizio di sette persone  fra organizzatori, progettisti e i responsabili della sicurezza per l’allestimento del palco – Sandro Scalise, Franco Faggiotto, Pasquale Aumenta, Ferdinando Salzano, Maurizio Senese, Gianfranco Perri- tutti accusati di omicidio colposo, disastro colposo e mancato rispetto della normativa sulla sicurezza. Insieme a loro c’è anche il dirigente del Comune di Reggio Calabria Marcello Cammera, oggi in carcere per i rapporti pericolosi con Paolo Romeo e la cupola mafiosa di Reggio Calabria.

IL TEMPO STA SCADENDO dice Paola Armellini, madre di Matteo, che spiega «il mio grande timore è che, dovendo affrontare tre gradi di giudizio, questo processo non vada in porto a causa della prescrizione. Siamo ancora agli interrogatori ai testimoni, la parte tecnica ancora non è stata toccata».

PROCESSO ACCIDENTATO Quasi due anni fa, indignata, ha rifiutato il sontuoso risarcimento offerto dagli imputati, arrivati alla prima udienza sventolando un assegno da 350mila euro, e il processo è stancamente iniziato. Ma complice l’enorme mole di procedimenti incardinati al monocratico, il trasferimento prima del pm che ha condotto l’indagine, Rosario Ferracane, poi del giudice cui era stato affidato il procedimento, il processo è stato di fatto azzerato.

ALLA CASELLA DI PARTENZA Su richiesta degli avvocati, di fronte al nuovo togato dovranno tornare a sfilare i testimoni che hanno già deposto, ma per una serie di difetti di notifica ben due udienze si sono concluse con un nulla di fatto o quasi. «Una è andata a vuoto – racconta con amarezza Paola Armellini – in una è stato ascoltato un solo testimone. Ci saranno ancora ritardi. La prossima udienza sarà il 10 aprile, si spera che per allora le notifiche arrivino».

LA BATTAGLIA DI PAOLA Si sente impotente Paola Armellini, sola e impossibilitata a capire chi le ha portato via il suo Matteo. Ha scritto lettere al presidente della Repubblica, ha promosso una petizione per la sicurezza sul lavoro che ha raccolto oltre 133mila firme ed è stata consegnata al ministro, «ma è stata consegnata e- dice la madre di Matteo – non so cosa è successo o cosa succederà, per ora nulla», ha scritto alla Procura. Nessuno ha risposto. Ma lei testardamente continua a chiedere giustizia. E ad attendere la prossima udienza.

L’INCHIESTA Per chi ha condotto l’inchiesta, il quadro è chiaro. “L’omicidio bianco” di Matteo Armellini sarebbe dovuto a omissioni, imperizie e mancati controlli. Mancanze contestate in primo luogo alla F&P group srl, committente esclusiva dei lavori di allestimento del palco, poi materialmente affidati alla Italstage, uscita dal processo grazie al patteggiamento di una sanzione amministrativa di settamila euro. Discorso diverso per il suo patron, Pasquale Aumenta, alla sbarra perché la sua società avrebbe proceduto con «negligenza, imprudenza, e imperizia» alla costruzione del palco, ma soprattutto in violazione delle norme sulla prevenzione degli infortuni.

LE ACCUSE Insieme a lui, rispondono in sede penale delle mancanze loro attribuite, sia la F&P group, sia il suo legale rappresentante, Ferdinando Salzano, accusato di aver proceduto alla nomina di un direttore dei lavori che non «da un lato rilevato i gravi errori e le evidenti omissioni presenti nell’elaborato redatto dall’ingegnere Franco Faggiotto, dall’altro lato vigilato sulla corretta esecuzione dell’opera». Anche Faggiotto sarebbe secondo l’accusa autore di una progettazione errata e carente, perché «non teneva in considerazione la possibile presenza di forze orizzontali accidentali, l’eccessiva deformabilità della struttura metallica, non prevedeva che i piedi della struttura fossero zavorrati con blocchi di calcestruzzo, non teneva in considerazione la forte deformabilità elastica del piano di posa». In varia misura responsabili della morte di Matteo, dice la procura, sono anche il patron della Esse Emme Musica che aveva organizzato il concerto, Maurizio Senese, e il coordinatore della sicurezza per l’esecuzione dei lavori di costruzione della struttura che la società, come committente dell’intero evento, aveva nominato Sandro Scalise.

NEI GUAI ANCHE CAMMERA Alla sbarra c’è anche il dirigente Marcello Cammera, all’epoca responsabile del settore progettazione ed esecuzione dei Lavori pubblici, che per la Procura avrebbe omesso di «adottare un provvedimento di inibizione all’inizio dei lavori di costruzione della struttura metallica all’interno del palazzetto, dopo la consegna dell’impianto, di immediata sospensione dei medesimi lavori, non segnalando inoltre il pericolo grave e imminente di un crollo (poi avvenuto) della costruenda struttura metallica ai soggetti a vario titolo nell’organizzazione e realizzazione dell’evento musicale e/o alle autorità amministrative competenti». Forse l’accusa che lo preoccupa meno fra quelle che oggi gli vengono contestate in diversi procedimenti penali. Ma non manca mai di presentarsi all’udienza. «Eppure all’inizio – nota più di uno – non si è mai fatto vedere». 

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

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