A Palazzo dei Bruzi il sequel di House of cards
COSENZA Il giorno del suo matrimonio prese l’autobus scoperto che l’amministrazione comunale usa per portare i turisti stranieri in giro per la città e lo caricò di palloncini e invitati. Giuseppe Ci…

COSENZA Il giorno del suo matrimonio prese l’autobus scoperto che l’amministrazione comunale usa per portare i turisti stranieri in giro per la città e lo caricò di palloncini e invitati. Giuseppe Cirò giura di avere pagato il fitto del mezzo, e nessuno ne dubita, ma quella ostentazione era il segno di una appartenenza, dell’essere parte importante della squadra che comanda in città perché ha vinto le elezioni.
Oggi Cirò è passato dall’essere l’uomo ombra del sindaco, sempre un passo indietro al primo cittadino, capo della segretaria politica di Occhiuto, il suo braccio destro, al diventare il reietto dell’amministrazione. Denunciato e licenziato dal sindaco per ancora imprecise irregolarità commesse nello svolgimento delle sue funzioni.
Ma per avere la misura di quanto sia forte il terremoto che scuote palazzo dei Bruzi occorre capire il ruolo che Giuseppe Cirò ha avuto per ben sei lunghi anni. E per avere una idea della sua fedeltà al capo è necessario fare una incursione nella fiction cinematografica, perché Cirò sta ad Occhiuto come Doug Stamper sta a Frank Underwood. Il braccio destro del protagonista di House of cards è pronto a tutto per il suo capo, nessuna remora, nessun timore, fedeltà a prova di tortura. Esattamente com’era quella del defenestrato Cirò verso Occhiuto.
Tra l’altro, a ben guardare, Giuseppe Cirò somiglia pure un poco al braccio destro del temibile Underwood. L’ormai ex capo della segreteria politica del sindaco era parte del ristretto gruppo di collaboratori che conosceva ogni passaggio delle strategie politiche di Occhiuto, l’uomo che probabilmente più degli altri pretoriani condivideva perfino il respiro del capo, sempre pronto a mettersi in mezzo tra lui e le grane, anche quando quest’ultime si materializzarono negli schiaffoni presi da Trinni. Non solo: Cirò era anche uno dei vigilantes sul fronte dei social. Sempre presente su Fb ad attaccare «gli invidiosi», «i mistificatori seriali», e di recente «gli odiatori», oltre che a raccontare le magnificenze dell’amministrazione, al punto da domandarsi se il suo lavoro non fosse proprio quello di rintuzzare su Fb gli attacchi al capo e magnificarne le gesta. Un lavoro comunque ben pagato, visti i 43 mila euro che il sito del Comune dichiara come stipendio dell’ex braccio destro del sindaco.
Eppure nessuna di queste cose è bastata. Il capovolgimento della sorte è arrivato come l’agnizione nella trama di una tragedia greca. In pochi giorni Cirò si è trasformato da fedele scudiero di un cavaliere a maggiordomo che ruba l’argenteria e dunque viene denunciato dal suo padrone.
Ma la cosa che maggiormente richiama l’attenzione è il silenzio che ha avvolto la vicenda, in una città sempre pronta ad essere ciarliera. Il fronte di Fb tace, silenti sono i fan del sindaco e lui stesso sulla sua bacheca non affronta la questione. Pare il silenzio di chi resta stupito davanti all’inimmaginabile, oppure aspetta indicazioni su come commentare il fatto.
Così, mentre sul ponte del transatlantico dell’amministrazione tutto sembra andare per il meglio, c’è un uomo che annaspa tra il flutti del mare senza salvagente. E non è detto che sia scivolato accidentalmente.
Michele Giancomantonio
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