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GOTHA | De Stefano: «Contro di me un complotto dei pentiti»

REGGIO CALABRIA Vittima di un complotto. Ordito dai pentiti, che a suo dire si sono messi tutti d’accordo per incastrarlo o sono stati indotti a ripetere quella che per lui è una falsa storia da un…

Pubblicato il: 11/04/2017 – 10:37
GOTHA | De Stefano: «Contro di me un complotto dei pentiti»

REGGIO CALABRIA Vittima di un complotto. Ordito dai pentiti, che a suo dire si sono messi tutti d’accordo per incastrarlo o sono stati indotti a ripetere quella che per lui è una falsa storia da una «voce circolante che vedeva questo avvocato magari troppo vicino, troppo parente, troppo omonimo di questi De Stefano». E agevolato dai magistrati che – oggi come ieri, lascia intendere – non avrebbero approfondito tali dichiarazioni. Ma soprattutto vittima del suo cognome. Così si definisce l’avvocato Giorgio De Stefano nel corso dell’interrogatorio fiume cui ha chiesto di essere sottoposto nel corso dell’udienza preliminare del processo Gotha.

UN INCIDENTE Il perché di tale presunta persecuzione nei suoi confronti, De Stefano non lo sa dire, così come afferma di non saper spiegare il motivo della condanna definitiva rimediata per concorso esterno. O meglio non vuole. «Vorrei – dice al pm Giuseppe Lombardo che lo interroga – diciamo non discutere quel giudicato, nel senso che io lo accetto, è andata così, io sono convinto che sia come dire un fatto ingiusto che mi è successo, ma nella vita ne succedono tanti». Pacato, preciso De Stefano riduce una battaglia giudiziaria durata anni e che lo ha visto perdente, a mero incidente di percorso.

EREDITÀ DI PESO «Succede pure che uno ha un incidente stradale e non ne ha colpa e gli succede. A me è successo questo incidente, mi è successo perché mi chiamavo De Stefano, mi è successo perché facevo l’avvocato, io dato che torno alla domanda del pubblico ministero non lo so perché mi è successo questa cosa. Probabilmente perché mi chiamavo così, perché facevo l’avvocato, perché avrò fatto degli errori probabilmente di cui io non mi rendo conto». Eppure – ammette lui stesso nel corso dell’interrogatorio – il suddetto “incidente” avrebbe pregiudicato non poco gli anni successivi. «Con quell’esperienza mi solo un po’ ritratto nel mio», dice riferendosi ai rapporti con la famiglia dei cugini, Paolo e Orazio De Stefano.

QUESTIONE DI MESTIERE Tutte argomentazioni che De Stefano espone in modo composto, ma senza perdere l’arguzia da avvocato. «Non voglio addentrarmi troppo in argomenti tecnici, perché ruberei il mestiere ai miei difensori» proclama all’inizio del suo esame, ma è con il mestiere di un legale consumato che cerca di disinnescare le dichiarazioni dei collaboratori richiamando pronunce, chiede conto di intercettazioni e informative, introduce, con garbo estremo e precisione chirurgica, frecciate velenose all’indirizzo dei magistrati della prima Dda, si proclama al fianco di giudici e pm «perché sono sicuro che tutti i noi qui vogliamo l’accertamento della verità».

QUESTIONE DI IDENTIFICAZIONE De Stefano non si scompone neanche quando il pm gli chiede cos’abbia da dire sulle – involontarie – dichiarazioni di Filippo Chirico, genero del boss Pasquale Libri, che intercettato rivela «i segreti Giorgio De Stefano, il coso è di sette». Si limita a rispondere che «potrebbe esserci un’omonimia e che non ci sono elementi per una identificazione univoca», citando a sostegno della propria tesi persino una premessa giuridica riportata nella richiesta di custodia cautelare.

TALLONE D’ACHILLE C’è un momento però in cui l’avvocato Giorgio De Stefano perde le staffe. Letteralmente, tanto da dover chiedere dopo un bicchiere d’acqua e un momento per rifiatare. Succede quando il pm Lombardo tira in ballo un’ambientale del 19 agosto del 2009. A parlare sono l’avvocato Giorgio, la moglie e uno dei figli, Carmelo. E per gli inquirenti quello che dicono è estremamente interessante, perché si parla di cariche, rituali e soprattutto di Giovanni De Stefano, padre di Giorgio. «Il re dei re» per l’odierno imputato, che – dice nel corso di quella conversazione intercettata nella sua casa di Gambarie – «di queste cose non ne ha voluto mai sapere» perché – spiega De Stefano al figlio curioso – erano buffonate». E «queste cose» sono santini, effigi e immaginette generalmente usati nei rituali di affiliazione.

LO DICONO I GIORNALI Una conversazione legata alla normale curiosità di un ragazzo che chiede al padre penalista di cose di cui «si dà notizia sui giornali tutti i giorni – sostiene l’avvocato – Cioè non si parla altro che di pungiutine di Andreotti, di bacio nella bocca, di immaginette che si fanno bruciare». Poi – dice – non sa, non ricorda. Ma le sue giustificazioni non tengono. E non solo alla luce del prosieguo della conversazione intercettata, durante la quale lo si sente distintamente raccontare che «mi ha detto… siamo impegnati là dentro non entrare proprio…non ha detto vattene… abbiamo aspettato che si sbrigassero». Un passaggio su cui De Stefano si limita a rispondere – inferocito, tanto da finire per battibeccare con il pm – che la trascrizione probabilmente non è corretta.

«NON SPORCATE IL NOME DI MIO PADRE» Quello che ha indotto i pm a capire di aver toccato un nodo cruciale è la veemenza con cui Giorgio De Stefano difende il padre e la sua famiglia d’origine. «Assolutamente» – sostiene – non è una famiglia di ‘ndrangheta. «Mio padre non c’entra niente in questa situazione. (…) Mio padre è morto da trent’anni, ma io qui non voglio che si sporchi, in questo c’è la mia reazione, il nome di mio padre perché mio padre non è responsabile». In realtà, vero fino a un certo punto. Perché il ritratto che De Stefano dà del genitore, alla luce di due processi degli anni Venti appare quanto meno edulcorato.

IL COMMERCIANTE MODELLO «Mio padre era un commerciante stimatissimo e per me era a livello di una divinità per come io lo vedevo – si infervora De Stefano – Mio padre era del 1905 e io sono nato quando mio padre aveva 43 anni. La mia famiglia era composta da mia madre che era una persona dolcissima e religiosissima e che teneva i figli nella più perfetta armonia e perseveranza nella fede e nella chiesa e nella religione, e di una onestà a tutta prova. Siamo cresciuti con l’idea che se trovavamo un portafogli dovevamo andare a consegnarlo». L’avvocato inizia a parlare delle sorelle, a raccontare cosa facciano, chi abbiano sposato, poi torna a ricordare il padre, che – afferma – «aveva una firma, era un commerciante facoltoso; mi ricordo che aveva dei conti alla banca di Roma, mi ricordo che quando andavamo, c’erano le carte di dieci mila lire grandi così, quando entrava in banca il suo credito era pressoché illimitato, ma non perché era un capo mafia o perché lo ritenessero tale, perché era una persona che onorava la firma».

E LE SENTENZE CHE LO BOLLANO COME ASSASSINO In realtà, qualcuno che negli anni Venti considerasse Giovanni De Stefano un criminale c’era. E sono gli investigatori e i giudici che prima nel ’23 e poi nel ’30 lo hanno processato per due diversi omicidi. Il primo è stato confessato dallo stesso Giovanni De Stefano, presentatosi dai carabinieri poco più di 16 ore dopo aver ucciso il cugino, con tanto di dichiarazione scritta, presumibilmente preparata da un avvocato, che fa passare il tutto per una storia di gelosie e lenzuola. La vittima era per di più un cugino del padre dell’avvocato Giorgio, Carmelo De Stefano, ammazzato con cinque colpi di rivoltella nei pressi del Calopinace. Sette anni dopo, Giovanni De Stefano ci ricasca e nuovamente finisce davanti ai giudici per omicidio. Una «divinità» – per dirla con le parole del figlio – quanto meno sanguinaria.

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

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