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«L'acqua non è una "merce" qualsiasi»

Quello dell’acqua è un argomento che incide sulla pelle viva di tutti noi cittadini. Se l’acqua non esce dai rubinetti, o se esce salata come avviene a Reggio Calabria, non possiamo permetterci di …

Pubblicato il: 21/07/2017 – 21:36
«L'acqua non è una "merce" qualsiasi»
Quello dell’acqua è un argomento che incide sulla pelle viva di tutti noi cittadini. Se l’acqua non esce dai rubinetti, o se esce salata come avviene a Reggio Calabria, non possiamo permetterci di fregarcene. Se la tariffa del servizio idrico è elevatissima, non possiamo ignorare la bolletta che arriva nella cassetta delle lettere. Se la Sorical diminuisce la pressione dentro i tubi nel mio comune perché sostiene che non gli sono state pagate le tariffe illegittime che ha cercato di riscuotete, non posso più sostenere che non sia un mio problema. In questi casi fino a un certo punto si può anche limitarsi a protestare, a tirare la giacchetta al consigliere comunale, al consigliere regionale, al sindaco e forse pure al parlamentare. Poi, però, quando questi problemi diventano quotidiani, strutturali, quando diventa impossibile farsi la doccia o anche solo cucinarsi la pasta, allora uno inevitabilmente deve cominciare a interessarsi della questione.
Per questo non ci possiamo consentire la pigrizia di lasciare fare ad altri, di non studiare, non occuparcene. Io stessa, lo confesso, ho impiegato tempo per cercare di approfondire, di capire un po’ meglio la questione. E certamente ciò che ho compreso non sarà mai allo stesso livello di approfondimento di chi si occupa esclusivamente di questi temi o di chi li mastica da anni. Ma qualcosa credo di averlo compreso e mi piacerebbe sintetizzarlo all’inizio con tre affermazioni che poi cercherò di sviluppare.
1. L’acqua deve essere pubblica, distribuita dal pubblico e garantita a tutti indipendentemente dalle condizioni di reddito o dalla zona in cui si vive;
2. Sorical, la Regione, le istituzioni attualmente non garantiscono questo diritto fondamentale;
3. la qualità attuale del servizio idrico calabrese non giustifica la spesa che noi sosteniamo per mantenerlo né tanto meno i rialzi di tariffa che sono stati pretesi illegittimamente nel corso degli anni.
Non vorrei peccare d’ingenuità, ma se noi diamo per assodati questi punti di partenza bisognerebbe avere l’onestà intellettuale per riconoscere che il sistema idrico calabrese non funziona e che la politica regionale ha fallito. Poi porterò argomentazioni giuridiche, economiche e qualitative per parlare di tariffe e manutenzione. Ma su questo punto almeno tutti dobbiamo essere d’accordo. Oppure chi lo nega mi deve dare delle motivazioni per cui non è così. Ma è ben difficile che, se abita dove abito io o nel raggio di 200 km, possa dire di avere un servizio eccellente o di pagare il giusto… A meno che non si chiami Mario Oliverio, ovviamente.
Partiamo dal primo punto, il più semplice da dimostrare. L’acqua è un bene pubblico. Potrà piacere o meno, e a molti questo senz’altro non piace, ma questo principio, seppure mediato dalla forma che deve assumere un quesito referendario, è stato ribadito nella consultazione del 2011. A fianco di quello che riguardava i servizi pubblici sociali, per i quali è stato impedito che essi venissero gestiti solo da società in cui vi fossero anche soggetti privati, ce n’era uno specifico sull’acqua. E quel quesito proponeva l’abrogazione parziale della norma che stabiliva la determinazione della tariffa per l’erogazione dell’acqua, nella parte in cui prevedeva che tale importo includesse anche la remunerazione del capitale investito dal gestore. Ora, c’è chi vorrebbe ribaltare quella pronuncia del popolo italiano, ma il principio rimane. Semmai il problema è come esso viene declinato. Purtroppo in questa sede devo segnalare uno smottamento di questo principio, che spero non dia un ulteriore stimolo a Sorical per perseguire inique politiche di costo.
Qualche settimana fa il Consiglio di Stato ha respinto, in via definitiva, i ricorsi presentati dal Codacons, da Federconsumatori e dall’Associazione Acqua Bene Comune Onlus contro il metodo tariffario approvato nel 2012 dall’Autorità per l’energia elettrica, il gas e il sistema idrico (Aeegsi) per calcolare la tariffa che gli utenti devono pagare ai loro gestori per la fornitura e il trattamento delle acque. Le associazioni dei consumatori e i proponenti dei referendum per l’acqua pubblica del 2011 lamentavano il fatto che l’Aeegsi non avesse rispettato, nell’elaborazione dei metodi di calcolo, gli esiti del secondo referendum che aveva abolito dal calcolo delle tariffe idriche l’«adeguatezza della remunerazione del capitale investito» con il voto di oltre 26 milioni di italiani.
Volendo riassumere brevemente le motivazioni del Consiglio di Stato, si potrebbe dire che, secondo il supremo giudice amministrativo, ai sensi della normativa italiana ed europea attualmente in vigore il servizio idrico è un servizio “a rilevanza economica” e, dunque, anche per tale servizio vale la regola per cui tutti i costi devono essere coperti dalla tariffa secondo il principio del “full cost recovery”. Insomma, gli interessi sul capitale proprio investito si devono pagare in ogni caso perché rientrano nel principio di totale copertura dei costi come ci insegna la scienza “esatta” dell’economia industriale. Non vi può essere, dunque, alcuna attività a rilevanza economica che escluda dai propri conti il costo del capitale proprio investito e nessun referendum popolare potrebbe stabilire il contrario.
Del resto, il quesito referendario del 2011, secondo l’interpretazione del Consiglio di Stato, è stato pienamente rispettato, dal momento che la remunerazione del capitale investito non deve essere più «adeguata» e, dunque, non assicura una posizione di “rendita” prefissata una volta per tutte dal legislatore, ma è stabilita direttamente dai mercati finanziari e trasferita poi nella tariffa idrica attraverso la complicata formula matematica elaborata dall’Aeegsi che garantisce agli utenti finali l’assenza di aggravi o duplicazioni e cioè la piena economicità del servizio.
Secondo alcuni, il referendum verrebbe in tal modo vanificato. E in parte è così. Purtroppo c’è anche la Legge Madia  e i decreti attuativi che si prefiggono gli obiettivi di «ridurre la gestione pubblica dei servizi ai soli casi di stretta necessità” e di “garantire la razionalizzazione delle modalità di gestione dei servizi pubblici locali, in un’ottica di rafforzamento del ruolo dei soggetti privati», resuscitando addirittura il concetto di «adeguatezza della remunerazione del capitale investito» nella composizione della tariffa, nell’esatta dicitura che 26 milioni di cittadini avevano democraticamente abrogato con i referendum del 2011.
Tuttavia, a fianco della lotta che dobbiamo compiere a livello nazionale, specialmente in Parlamento, per ribadire il concetto della pubblicità dell’acqua, uno dei principi su cui è sorto il Movimento 5 stelle, tanto da rappresentare proprio una delle stelle del simbolo, dobbiamo ricordare che la vicenda di Sorical e delle sue tariffe illegittime parte ben da prima. Il metodo tariffario in vigore in Calabria è il cosiddetto “metodo Cipe” così come è stato ribadito nella relazione della Corte dei Conti-sezione di controllo per la Calabria nell’adunanza pubblica in data 5 dicembre 2011. «La gestione delle risorse idriche e dei relativi impianti in Calabria anche con riferimento alla costituzione ed alle attività delle società miste». La stessa, circa la gestione delle risorse idriche e dei relativi impianti in Calabria, anche con riferimento alla costituzione e alle attività delle società miste, ha mosso alcuni rilievi riguardanti il metodo tariffario, i valori di tariffa del prezzo iniziale dell’acqua e l’errore di conversione lire/euro, stabilendo che «la esatta conversione del primo valore di tariffa stabilito in lire 286,04 risulta pari a euro 0,147727 e non pari a euro 0,15, la conversione del secondo valore di tariffa stabilito in lire 468,75 risulta pari a euro 0,242089 e non pari a euro 0,25». Ha inoltre rilevato che la tariffa ha registrato, pertanto, un aumento immediato per l’acqua fornita a gravità dell’1,5386 per cento e per quella fornita per s
ollevamento del 3,2678 per cento.
La Sorical spa ha applicato adeguamenti tariffari a partire dall’anno 2002. La Regione Calabria, per giunta, con delibera di giunta regionale n. 91 del 2 febbraio 2005, ha stabilito una «procedura di adeguamento della tariffa» in base alla quale l’adeguamento della tariffa, per gli anni dal 2004 al 2009, è stato determinato dalla regione su proposta della società Sorical spa. A spazzare la via a ogni dubbio sull’illegittimità delle tariffe precedenti al 2009, arriva la Consulta. Infatti il 16 luglio 2009 la Corte costituzionale ha emesso la sentenza numero 246 con la quale ha ribadito che la disciplina della tariffa del servizio idrico integrato è competenza legislativa esclusiva dello Stato e, dunque, gli adeguamenti tariffari, determinati dalla Regione Calabria su proposta della Sorical, applicati ai comuni calabresi sono, contrari alla legge. L’unica direttiva “Cipe” che poteva essere applicata dalla Sorical era la numero 117 del 2008 che prevedeva adeguamenti tariffari a partire dal 26 marzo 2009 e, pertanto, in data antecedente, nessun adeguamento tariffario poteva essere applicato ai comuni calabresi.
Ma quando parliamo di rialzi a che cifre ci riferiamo? Il collega Parentela in un’interrogazione parlamentare ha calcolato che a tutto il 31 dicembre 2008, la tariffa idrica applicata ai comuni calabresi ha subito un incremento del 21,8 per cento per l’acqua fornita a gravità e del 26,08 per cento per quella fornita a sollevamento. Tali incrementi della tariffa idrica hanno causato un esborso talvolta insostenibile da parte dei comuni calabresi, e quindi dei cittadini, valutabile in circa 37 milioni di euro.
Riguardo a questo, il MoVimento 5 selle ha presentato sia interrogazioni parlamentari che un esposto in procura, sottoscritto dai colleghi Nesci e Parentela.
Ma c’è di più. Il Comune di Borgia che ha avuto il coraggio di combattere questo abuso della Sorical ha avuto ragione dal Tar. Nella sentenza infatti si dichiara «alla stregua della disciplina esposta, va dunque tratto il convincimento secondo cui il vacuum relativo alle tariffe per le annualità 2010 e 2011 dev’essere colmato dall’Autorità ora attributaria in via ordinaria ed istituzionale dei poteri regolatori – ossia l’Autorità per l’energia elettrica e il gas – che, per le annualità 2012 e 2013, ha già provveduto con deliberazione 28 dicembre 2012 n. 585/2012/R/IDR, avviando altresì il procedimento di restituzione agli utenti della componente tariffaria corrispondente alla remunerazione del capitale per il periodo 21 luglio-31 dicembre 2011, cioè dalla data dall’effetto abrogativo del referendum indetto con il Dpr 23 marzo 2011, per come stabilita dall’articolo 1, comma 1, del Dpr 18 luglio 2011, n. 116.2. La Sorical, per bocca dei due commissari liquidatori, si è già affrettata ad aggirare il problema, arrampicandosi sugli specchi e interpretando la normativa a loro uso e consumo, ma la realtà è che le sentenze parlano chiaro e ci danno ragione.
A fronte di questi problemi, delle tariffe altissime pretese da Sorical, si è andato negli anni a un’esplosione del contenzioso coi comuni. In una recente audizione in Consiglio regionale i commissari liquidatori Luigi Incarnato e Baldassarre Quartararo hanno richiamato in particolare «i problemi strutturali e gestionali derivanti soprattutto dalle difficoltà di riscossione nei confronti dei Comuni che hanno generato lo squilibrio finanziario dell’ente e dal tasso del 70% di evasione nel pagamento delle tariffe da parte dei cittadini». Non hanno però detto che quest’evasione è a fronte di tariffe altissime e illegittime. Né hanno ricordato che fino a un paio di anni fa c’era la minaccia di Sorical (Società risorse idriche calabresi) di procedere alla riduzione della portata nell’erogazione del servizio idrico per l’insolvenza di una quarantina di comuni calabresi. Ovviamente un’azione illegittima.
Se però c’è la questione giuridica della legittimità delle tariffe, occorre a questo punto parlare della qualità del servizio, che è il terzo punto che mi ero proposta all’inizio di toccare.
In base ai dati più recenti pubblicati dal “Portale dell’Acqua” di “Italia Sicura” l’acqua immessa nelle reti dei 409 comuni della regione, nel 2012 è stata di 448,166 milioni di metri cubi all’anno, mentre quella erogata di circa 293 milioni di mc. La dispersione complessiva dei 409 comuni è pari al 34,6% di quella immessa, in pratica più di 155 milioni di metri cubi d’acqua all’anno.
Va ricordato che l’abbondante disponibilità d’acqua è documentata nello “Studio organico risorse idriche della Calabria” che ha confermato la presenza di 30mila sorgenti. In particolare si tratta di ben 4.598 sorgenti con portate superiore ad un litro al secondo e 14.744 sorgenti con portata superiore a 60 litri al minuto. E una disponibilità complessiva di 43.243 litri al secondo. A queste se ne aggiungono altre 10.442 con portata inferiore. Oltre a essere abbondanti, le acque potabili della Calabria sono d’ottima qualità e tra le migliori d’Italia e d’Europa. Per le caratteristiche delle rocce serbatoio e per la composizione dell’aria attraversata dalla pioggia prima d’infiltrarsi nel sottosuolo, l’acqua delle sorgenti calabresi presenta composizione chimica, biologica e temperatura ottimali dal punto di vista della potabilità.
Questo dono della natura dovrebbe portare la Calabria a non avere alcun problema sulla gestione e l’approvvigionamento del patrimonio idrico. Invece no. La mancata raccolta e l’irrazionale utilizzazione delle acque delle preziose sorgenti e dei torrenti, oltre a limitare lo sviluppo e a creare disagi nelle popolazioni, accentuano i ben noti processi di degrado e dissesto idrogeologico del territorio collinare e montano. Inoltre secondo i gestori idrici oltre un terzo dell’acqua erogata si perde nel sottosuolo perché i condotti sono ormai vecchi e fatiscenti: ogni 100 litri se ne perdono circa 40; ma il livello di efficienza della rete cambia in base all’area geografica. Ed infatti, secondo un recente report di “Cittadinanzattiva” la dispersione di rete più alta che arriva fino al 60% si ha in Calabria e nel Lazio; le migliori sono Valle d’Aosta (20%) e Trentino Alto Adige (26%).  Gli effetti li vediamo nella vita di tutti i giorni, nell’acqua che in alcune zone della Calabria – Reggio per esempio – arriva con discontinuità e quando arriva è di pessima qualità.
Di fronte a tutto questo, e tornando all’estrema sintesi che ho cercato di fare all’inizio credo di aver dato qualche elemento in più per comprendere come anche la gestione dell’acqua in Calabria sia un colabrodo. Sorical tenta di rovesciare il rapporto causa ed effetti spiegando che il problema sono i cittadini che non pagano. La realtà è che abbiamo un servizio troppo costoso – e in modo illegittimo – oltreché di bassissima qualità. L’acqua non è un lusso per chi se la può permettere. L’acqua è un bene comune tant’è vero che in alcuni enti locali siamo (per esempio Pontedera, Suzzara, Gussaga…) riusciti ad affermare l’idea che i primi 50 litri d’acqua che si consumano ogni giorno debbano essere gratuiti per ciascuna persona.
Prima di concludere vorrei ricordare questa battaglia di civiltà. Una battaglia che non nasce dai “soliti grillini”, ma dalla risoluzione approvata il 28 luglio 2010 a New York dall’Assemblea generale delle Nazioni unite, che riconosce l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari tra i Diritti Fondamentali dell’Essere Umano e per questo considerati Universali.
Il Contratto mondiale per l’acqua indica in circa 50 litri la quantità minima giornaliera per soddisfare i bisogni essenziali di un essere umano, necessari per favorire i servizi igienico-sanitari di base, ancora preclusi ad oltre 2,5 miliardi di persone nel mondo.
L’acqua potabile non può essere considerata una merce assoggettabile a logiche di libero mercato, come una qualsiasi altra merce, e pertanto deve e
ssere necessariamente gestita fuori dalle regole di profitto. E questo deve valere anche per la Calabria.
 
*deputata Movimento Cinquestelle
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