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«Crati trasformato in una cloaca a cielo aperto» – VIDEO

COSENZA «Se non sbaglio è la prima volta che vengono disposte misure cautelari e sequestri per il reato di inquinamento ambientale». Con queste parole il procuratore capo della Repubblica di Cosenza…

Pubblicato il: 02/02/2018 – 14:02
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«Crati trasformato in una cloaca a cielo aperto» – VIDEO

COSENZA «Se non sbaglio è la prima volta che vengono disposte misure cautelari e sequestri per il reato di inquinamento ambientale». Con queste parole il procuratore capo della Repubblica di Cosenza Mario Spagnuolo commenta l’esito dell’operazione eseguita stamattina all’alba dai carabinieri del nucleo forestale. Sotto sequestro l’impianto di depurazione situato nella contrada di Coda di Volpe, nella città di Rende, mentre per Vincenzo Cerrone, Dionigi Fiorita, Giovanni Provenzano, Annunziato Volpentesta e Eugenio Rosario Valentini viene disposta l’interdizione dai pubblici uffici. Sono loro che, in base a quanto esposto dalla Procura nel corso della conferenza stampa, avevano la responsabilità di gestire l’impianto di depurazione e gestirlo affinché fosse funzionale allo scopo per il quale venne installato.

IL PARADOSSO L’impianto per la depurazione veniva usato per inquinare. La sintesi dell’operazione “Cloaca Maxima” è proprio questa. Nel fiume Crati venivano sversate delle sostanze altamente inquinanti senza passare dai filtri che ne avrebbero dovuto garantire la depurazione. Una schiuma bianca invadeva le sponde e il letto del fiume e dal corso d’acqua si levava un odore nauseabondo che più volte ha spinto gli abitanti a contattare le forze dell’ordine.
Dalle segnalazioni dei rendesi è partita l’attività d’indagine dei militari dell’arma che solo negli ultimi due mesi hanno accertato come ci fossero stati 141 sversamenti inquinanti. Non solo, la complessa attività di indagine è stata condotta con dei meccanismi di intercettazione ambientale e telefonica. «Abbiamo analizzato 5.873 ore di filmati e ascoltato più di 10mila telefonate». Spiega il colonnello Borrelli comandante regionale del nucleo forestale dei carabinieri.
Le prove raccolte permettono agli inquirenti la richiesta di misure cautelari. «Abbiamo ascoltato diversi cittadini – dice il sostituto procuratore Marisa Manzini –. Non ci fermeremo solo a questo, continueremo ad indagare». La condotta criminosa a danno della salute dei cittadini ha spinto il procuratore capo a non aspettare ancora. «Visto il materiale che abbiamo esaminato in soli due mesi – dice – ci siamo convinti che fosse necessario intervenire per interrompere l’attività illecita ed evitare che tutto si trasformasse in un disastro irreparabile».

LA CLOACA Il richiamo all’antica condotta fognaria romana non è esagerato. Dalle informazioni fornite in conferenza dal sostituto procuratore Giuseppe Cozzolino emerge come gli indagati agissero consapevoli del danno all’ambiente che stavano producendo. I bypass del depuratore venivano aperti e le acque contaminate si mescolavano a quelle del Crati. «Grazie ai campioni esaminati – dice Cozzolino – ci siamo resi conto come le particelle dell’acqua del Crati fossero completamente lontane dagli indici normali. In particolare avvenivano dei controlli anche da parte di enti pubblici e nei giorni di controllo stabilito il depuratore funzionava correttamente, il giorno precedente no. Abbiamo volutamente controllato il comportamento tenuto dagli indagati per avere un impianto accusatorio stabile».

 

Michele Presta
redazione@corrierecal.it

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