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MONOPOLI | L’imprenditore colluso e il «colpo di Stato» dei magistrati

Nelle conversazioni di Michele Surace la preoccupazione per l’azione contro la ‘ndrangheta. I dialoghi sull’ingordigia dell’ex re del videopoker Campolo. E sulla sua eredità

Pubblicato il: 09/04/2018 – 18:06
MONOPOLI | L’imprenditore colluso e il «colpo di Stato» dei magistrati

REGGIO CALABRIA «Un colpo di Stato». Nell’immaginario al rovescio della ‘ndrangheta, l’azione di contrasto ai clan portata avanti da magistratura e forze dell’ordine è un golpe, uno stravolgimento dell’ordine costituito di cui famiglie e casati mafiosi si sentono i tutori. O almeno così la vede Michele Surace, per anni impegnato a tentare di occultare – invano, alla luce dei sequestri di oggi – il suo immenso patrimonio grazie ad un’articolata rete di prestanome.
MAGISTRATURA EVERSIVA «Ascoltami! A Reggio non è che non ci sono soldi, c’è la magistratura che ha fatto il colpo di stato!» dice Surace, ascoltato negli uffici della “Costruction Italy S.r.l.”, una delle tante aziende della sua rete imprenditoriale. Ad ascoltarlo ci sono il figlio Giuseppe, che sarebbe pienamente coinvolto nelle attività del padre e per questo oggi insieme a lui è stato fermato, e Alessandro Corbetta, di professione tecnico della Sisal, ma – emerge dalle conversazioni – ben avvezzo al linguaggio di ‘ndrangheta. Non a caso, a Surace che lamenta arresti e sequestri che hanno colpito diversi imprenditori del settore gioco, dice senza scomporsi «è l’ingordigia o la scarsa capacità di mimetizzarsi». Quello che segue è un piccolo bignami dell’imprenditoria di ‘ndrangheta nel settore dei giochi.
RISERVATEZZA, MI RACCOMANDO Surace senior è teso. Vuole assolutamente aprire una seconda sala bingo a Reggio. «Allora – dice a Corbetta – noi la vorremmo fare in un posto, ascoltami, dove la gente è ammalata di gioco! E dove ci va la maggior parte di densità, un chilometro e mezzo per un chilometro e mezzo ci sono cinquantamila, persone vicine». L’offerta è golosa, ma priva di dettagli. Surace sa che deve parlare, ma non vuole svelare troppo. Sa che un imprenditore della Piana, Alberto Cedro, ha il medesimo obiettivo, per cui chiede a Corbetta massima discrezione con il diretto concorrente. Ed anche con Antonio Sapone – chiede Michele Surace – non deve far parola dell’affare in corso.
FUGA AL NORD Corbetta lo rassicura. Con Cedro – dice – ci ha quasi litigato. Sapone – spiega invece «non fa bingo, Sapone è … compra le sale al nord. Di fatti io dopo, pomeriggio lo devo vedere, perché sta comprando una sala VLT che era intere… dove aveva interesse anche lui in Veneto. Lui ha comprato in Lombardia, ha comprato in Piemonte, adesso ne compra una in Veneto!». Un’informazione che per Surace diventa lo spunto per lanciare anatemi contro la magistratura.
TUTTA COLPA DEI MAGISTRATI «Ascoltami – dice –. A Reggio non è che non ci sono soldi, c’è la magistratura che ha fatto il colpo di stato!». E una delle “vittime” – a suo dire – sarebbe proprio Sapone, impossibilitato a lavorare a Reggio perché considerato il vero erede del re dei videopoker, Gioacchino Campolo. Per questo dice non riesce ad ottenere le licenze necessarie. «Sai perché? – lo incalza Surace senior – Ti spiego subito, ti spiego subito! Qua c’era uno forte, che rimanga tra noi, c’era uno famoso Campolo, che aveva, ha fatto troppo l’ingordo!».
L’EREDE Per lui, l’unico errore commesso da Campolo – condannato in via definitiva per estorsione – sarebbe stato non avere freni nella sua bramosia di denaro e potere. «Aveva cinquecento milioni di euro dai!» commenta quasi indignato, «ovunque metteva le slot!». Un impero crollato sotto i colpi della magistratura, ma in breve – rivela intercettato Surace – il vuoto lasciato sarebbe stato riempito da Sapone. «Nel momento in cui, hanno arrestato Campolo – spiega – è uscito Sapone, che aveva cento, centocinquanta slot. Negli ultimi dieci anni ha fatto l’inferno», arrivando a controllare oltre mille slot disseminate in tutta Reggio.
SE LO ARRESTANO FANNO BENE Per questo avrebbe attirato le attenzioni investigative e per questo – dice l’imprenditore – da tempo lavora per allontanarsi dalla Calabria. O almeno lo faceva fino a qualche tempo fa. La magistratura – dice – è convinta che dietro di lui ci sia Campolo, per questo Sapone è “obbligato” ad andare via. «Se non se ne va – dice bellicoso Surace – domani mattina da Reggio, lo arrestano! E non sbagliano». Lui – afferma – «si è fatto notare troppo», così come troppo si sarebbe fatto  notare Campolo.
PECCATO DI INGORDIGIA «Lui ha sbagliato perché quindici anni fa doveva scomparire – aggiunge il figlio Giuseppe – perché negli ultimi quindici anni ha fatto la fame, ma quindici anni prima è stato bene». E il padre lo incalza «Case a Londra, a New York, a Taormina! … case, case, case!». E poi tanti quadri – sottolinea – da riempire una galleria, come quella che li ospita adesso che sono confiscati.
QUESTIONE DI REGOLE «Questo è stato, è stato uno stupido – dice con sdegno –. Io lo conosco da quando ero ragazzo … è stato uno stupido forte! Lui guadagnava un miliardo al mese, quando eravamo in lire» dice quasi con invidia. «Cioè, guadagni un miliardo al mese in una città come Reggio Calabria. Neanche a Roma guadagnavi un miliardo al mese, a Milano, sto parlando di fine anni 70 – inizio anni 80. Erano soldoni!». Corbetta ascolta, annuisce, concorda e riassume: «È l’ingordigia o la scarsa capacità di mimetizzarsi». Anche nelle democrazie a rovescio, regole e linguaggio si imparano in fretta.

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

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