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I legami pericolosi della Lega sull'asse Reggio-Rosarno-Lamezia

Repubblica dedica un’inchiesta all’exploit elettorale di Salvini in Calabria. Dall’entourage di Scopelliti al “curriculum” di Furgiuele, fino ai supporters della Piana

Pubblicato il: 08/06/2018 – 15:31
I legami pericolosi della Lega sull'asse Reggio-Rosarno-Lamezia

I legami pericolosi fra la Lega, l’entourage nero di Peppe Scopelliti e la ‘ndrangheta. Repubblica accende i riflettori sul successo elettorale del Carroccio che proprio in Calabria ha eletto senatore Matteo Salvini e – numeri alla mano – spiega quanto curioso (e sospetto) sia stato l’exploit della Lega nella Piana di Gioia Tauro e nel Reggino. «Nel 2013 – si legge nell’inchiesta a due puntate pubblicata giovedì e venerdì – a Rosarno votano la Lega in quattro, dicasi quattro. Lo 0,07 per cento. Cinque anni dopo, i folgorati dal verbo leghista diventano 864, il 13,82 per cento. Quasi il triplo di una media regionale – il 5,12 – già di per sé ragguardevole, se comparata con il misero dato del 2013. Forse è un “falso” statistico, Rosarno. E però la Lega vola proprio là dove è più forte il controllo del territorio della ‘ndrangheta. Per dire: a Gioia Tauro, nella parte della città destinata a diventare zona franca doganale, raccoglie il 7,26 per cento. A San Ferdinando l’11,74, a Lamezia l’8,41, a Palmi il 7,65, a Vibo Valentia il 6,54». Un exploit che potrebbe trovare ragione nella regola antica che regola il consenso in Calabria, individuata e fissata dall’inchiesta “Mammasantissima” del procuratore aggiunto antimafia di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo. «In questa regione, – scrive Repubblica – storicamente, il voto si divide in tre blocchi che valgono ciascuno il 30 per cento dell’elettorato. Un blocco si riconosce per appartenenza o per scelta politica nel centrodestra, un altro nel centrosinistra, e un terzo è manovrato dalle cosche. Vince, va da sé, quello dei due blocchi a cui i clan decidono di portare in dote, in tutto o in parte, il capitale di voti che controllano». E la Lega nella Piana ha fatto il botto.
Salvini si è sempre affrettato a dire che lui «‘ndrangheta fa schifo», ma diversi personaggi che lo circondano con i clan sembrano in rapporto di maggiore o minore prossimità.
È il caso di Domenico Furgiuele, coordinatore regionale della Lega in Calabria e primo eletto del Carroccio in regione, ormai noto alle cronache per i suoi precedenti di polizia per «reati contro la persona», il daspo rimediato da tifoso del Sambiase nel lontano 2007 e i “like” su Facebook a post contro i migranti e in memoria di Adolf Hitler. Furgiuele – ricorda il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari – è il genero di Salvatore Mazzei, condannato in via definitiva per estorsione con l’aggravante del metodo mafioso.
Ma anche l’avvocato Giacomo Saccomanno, che quasi chiede la tessera della Lega sul palco quando Matteo Salvini è a Rosarno, è – si legge su Repubblica – «a suo modo, lo specchio di come, in questa terra, i gradi di separazione tra ciò che è mafia, ciò che non lo è, e ciò che potrebbe esserlo, siano irrisori. Un figlio di Saccomanno ha infatti sposato una ragazza di Rosarno, il cui fratello è legato sentimentalmente a una delle figlie di Marcello Pesce. Uomo d’onore arrestato nel dicembre del 2016, e fino a quel momento tra i latitanti di ‘ndrangheta di maggior peso nella Piana. Perché reggente della ‘ndrina che controllava il Porto di Gioia Tauro. Perché ha fatto affari a Milano dove lo chiamavano “u ballerinu”. Perché «parlava con la politica» e, un tempo, vantava contatti con Licio Gelli e la sua P2. Perché è un boss che «in carcere chiede di leggere Sartre».
Ad ascoltare Salvini quel giorno a Rosarno – si legge ancora nell’inchiesta – c’erano anche uomini del clan Bellocco, ospiti del liceo guidato da Maria Rosaria Russo, ex esponente dell’antimafia dalla famiglia “complicata”: un fratello pentito, uno ritenuto vicino ai clan, un marito assolto dall’accusa di essere professionista di ‘ndrangheta.
Anche all’Odeon di Reggio, dove qualche mese prima Salvini presenta la propria lista, la situazione non è migliore. È il regno di Tilde Minasi, «che dell’eredità politica e delle clientele di Scopelliti è diventata “esecutrice testamentaria”. Parliamo di un Modello figlio del grumo di interessi saldati intorno alla sanità pubblica, agli appalti nel settore dei multiservizi e della raccolta dei rifiuti (dove la ‘ndrangheta era arrivata a sedere nelle partecipate)». Un mondo «cui apparteneva anche un tipo come Michele Marcianò, ex consigliere comunale forzista, finito nelle indagini dell’antimafia per l’amicizia col boss Cosimo Alvaro con il quale era solito discutere della «formazione di nuovi gruppi politici». Lo stesso Marcianò che, guarda un po’, riappare sulla scena da convinto leghista il 14 febbraio scorso, mentre, ai piedi del palco del teatro reggino, si spella le mani per Salvini e Minasi.
Infine nell’inchiesta del quotidiano ci sono anche le parole di una militante leghista calabrese della prima ora che ha chiesto di rimanere anonima: «A un certo punto, tre giorni prima del deposito delle liste elettorali, si presentarono loro. Non li avevamo mai visti, neanche ai gazebo. Noi, fino a quel momento, non avevamo neppure una sede qui a Reggio, e per organizzare le iniziative ci autotassavamo. E invece, quando arrivarono loro, arrivarono anche i soldi». Loro, ovviamente, sono i luogotenenti di Scopelliti.

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