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A Reggio il primo sbarco con Salvini al Viminale – VIDEO

La nave “Sea Watch” è arrivata nel porto della città dello Stretto. A bordo 232 migranti, ma in Calabria ne resteranno solo 25. «Le ong lucrano? le indagini hanno dimostrato che non facciamo nulla …

Pubblicato il: 09/06/2018 – 9:04
A Reggio il primo sbarco con Salvini al Viminale – VIDEO

REGGIO CALABRIA È arrivata sabato mattina alle 7,40 nel porto di Reggio Calabria la nave “Sea Watch 3” con a bordo 232 migranti soccorsi nel mar Mediterraneo. Le operazioni di sbarco sono coordinate dalla prefettura reggina. A bordo della “Sea Watch” ci sono 215 uomini e 17 donne, tra questi 29 sono minori non accompagnati, c’è anche una donna incinta e un ragazzo disabile. Sono stati tutti soccorsi quasi quattro giorni fa nel corso di due distinte operazioni. Il primo gruppo composto da 117 uomini, donne e bambini è stato intercettato direttamente dalla Seawatch mentre viaggiava su un malconcio barcone davanti alle coste libiche, mentre altri 115 uomini sono stati salvati da un mercantile mentre viaggiavano su un gommone sgonfio e stracarico e poi trasferiti sulla nave della ong.
QUATTRO GIORNI DI ATTESA Solo per 25 però il viaggio si conclude in Calabria. Tutti gli altri – spiega il prefetto Michele di Bari – saranno trasferiti in giornata, secondo il piano di riparto stabilito dal Viminale, in Puglia, Campania, Lazio, Emilia Romagna, Toscana, Piemonte, Lombardia e Veneto. Si tratta del primo sbarco di una nave ong da quando Matteo Salvini si è insediato come ministro dell’Interno. E non sono mancate le polemiche. Dopo il no di Malta ai soccorsi, è arrivato il via libera all’approdo in Italia, ma solo dopo molte ore è stato indicato il porto. «Siamo contenti di essere riusciti finalmente ad attraccare» dice il capo missione Johannes Bayer «prima che le condizioni dei passeggeri degenerassero tanto da obbligare a immediato soccorso medico».
L’OMBRA DELLE TORTURE E il rischio è stato serio e concreto. «Molti di loro viaggiano da più di 80 ore sulla nostra nave e chissà da quanto erano in mare. E le condizioni non sono buone. Sono stanchi, disidratati, provati», dice Giorgia Linardi, responsabile in Italia di Seawatch. «In più – aggiunge – il report del nostro personale medico racconta di abrasioni, contusioni, fratture, dovute a percosse, ferite da arma da taglio e torture. È il trattamento inflitto in Libia per estorcere denaro ai migranti o alle loro famiglie in cambio della libertà». A volte anche ai bambini. «Non è questo il caso, ma ci è capitato di raccogliere storie di inaudite violenze subite».
IL VIAGGIO DEI PIÙ PICCOLI Di minori ce ne sono anche sulla Seawatch 3. La più piccola si chiama Marian e viaggia con la mamma. Arrivano come tutti dalla Libia dove, insieme agli altri che hanno tentato la fortuna in mare, sono stati prigionieri per mesi nelle carceri divenute tristemente famose per le terribili condizioni in cui sopravvive chi vi è rinchiuso. Poi c’è Moussa, 12 anni, che da solo è partito dalla Libia alla ricerca di fortuna. Con addosso un giubbotto blu di diverse taglie più grande, è fra i primi a toccare terra. È stato affidato ad un’associazione di volontari, che da tempo si occupa dei minori che affrontano da soli la traversata in mare. Saranno loro ad occuparsi di lui, a meno che non si faccia avanti una famiglia che decida di adottarlo o prenderlo in affido.
«SOCCORSO IN MARE SIGNIFICA RISPETTARE LA LEGGE» «Sulle ong che lucrano, da oltre un anno tutte le indagini in corso non hanno dimostrato nessuna responsabilità a livello giuridico secondo la quale stiamo facendo qualcosa di male. Semplicemente – spiega Linardi– ottemperiamo a quello che è l’obbligo di soccorrere chiunque si trovi in difficoltà in mare stando alla normativa internazionale. Noi operiamo con un equipaggio europeo, con una nave europea battente bandiera olandese, abbiamo l’obbligo di rispettare la normativa che si applica allo Stato olandese, inclusa quella sui diritti umani e diritto dei rifugiati. Per noi non soccorrere queste persone in mare o stare a guardare mentre vengono intercettate e riportate in Libia significa renderci complici di un crimine».
NESSUN BUSINESS Altrettanto chiaro è il capomissione « non capisco come qualcuno possa dire che per noi salvare vite sia un business. Siamo un’organizzazione privata, ci sono solo tre membri dell’equipaggio che vengono retribuiti per il loro lavoro durante le missioni, mentre per il resto si tratta di gente che nella vita fa altro e magari usa le proprie vacanze per venire a dare una mano. Tutte le donazioni che riceviamo sono piccole, provenienti da privati e tutte controllate dall’agenzia delle entrate tedesca. Non abbiamo nulla da nascondere sotto questo aspetto. La nostra organizzazione non fa business su questa attività, né potrebbe, salva vite».

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

https://www.youtube.com/watch?v=eWGthHr0dvU

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