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La salma di Soumaila torna a casa

Il corpo del migrante maliano ucciso a San Calogero è partito dall’aeroporto di Lamezia. Una delegazione dell’Usb lo ha accompagnato in corteo

Pubblicato il: 25/06/2018 – 16:14
La salma di Soumaila torna a casa

LAMEZIA TERME È partita per il suo ultimo viaggio la salma di Soumaila Sacko, il sindacalista maliano ucciso il 2 giugno scorso alla Fornace, l’ex fabbrica di mattoni di San Calogero, nel Vibonese. Una delegazione del suo sindacato, l’Usb ha preso in consegna il feretro all’ospedale di Vibo Valentia, dove sono stati effettuati gli accertamenti autoptici, e in corteo lo hanno accompagnato all’aeroporto di Lamezia. Cinque auto hanno seguito il carro funebre fino allo scalo, dove prima dell’imbarco Soumaila è stato salutato con una breve, informale cerimonia. In cerchio, attorno alla salma su cui spiccava -rossa – una bandiera dell’Usb, il fratello di Soumaila, Mohamamadou Sacko, arrivato dalla Francia, il cugino del sindacalista, che continua a vivere nella tendopoli di San Ferdinando, i ragazzi che erano con lui il 2 giugno alla Fornace e non hanno potuto fare altro che assistere impotenti alla sua agonia. Insieme a loro, i sindacalisti dell’Usb, Majid, Aurelio Monte, Giuseppe Marra, che hanno accompagnato una delegazione dei braccianti della tendopoli, arrivati da San Ferdinando per dargli un ultimo saluto.
Quasi duemila persone invece hanno salutato il sindacalista sabato con un gigantesco corteo che ha attraversato il centro di Reggio Calabria per chiedere verità e giustizia per Soumaila, ma anche per dire basta alla quotidiana realtà di sfruttamento e ghettizzazione che vivono i braccianti nella Piana di Gioia Tauro. Ad accompagnare la salma del sindacalista in Mali, dove la attendono la compagna e una bimba di cinque anni, sarà il fratello, insieme ad alcuni dirigenti dell’Usb, fra cui Aboubakhar Soumahoro. «Soumaila – ha detto sabato Soumahoro – è stato costretto a partire dal suo Mali come in tanti oggi sono costretti a partire dal Sud Italia per le medesime politiche di spoliazione delle risorse. Lì si chiama colonialismo, qui austerità. Lui aveva scelto di non raggiungere i fratelli in Francia dove avrebbe potuto lavorare in fabbrica o nel settore delle pulizie. Era un contadino, voleva lavorare la terra, per questo è rimasto in Italia. Nel suo percorso, aveva scelto l’Usb per reagire al quotidiano sfruttamento cui era sottoposto. Soumaila ci ha mostrato che si entra nella filiera dello sfruttamento individualmente, ma che possiamo rompere le catene dello sfruttamento solo se siamo organizzati, a prescindere dal colore della pelle, dalla provenienza geografica. Uguale lavoro, uguale salario, uguali diritti». Una battaglia che in tanti si ripromettono di portare avanti. Anche nel nome di Soumaila.

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

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