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Il racket della salsiccia a Crotone: «Li faccio incendiare tutti»

La fiera per la festa della Madonna di Capocolonna e le minacce agli ambulanti da parte della cosca Vrenna-Corigliano-Bonaventura-Ciampà. Dall’inchiesta Hermes emerge il ruolo del commerciante che …

Pubblicato il: 28/06/2018 – 16:01
Il racket della salsiccia a Crotone: «Li faccio incendiare tutti»

CROTONE Dall’otto al 15 maggio a Crotone si celebra la festa della Madonna di Capocolonna. In città arriva la fiera e gli stand vanno dal molo del Porto vecchio fino a via Marcello Da Ripe, nonché in tutta la zona antistante lo stadio “E. Scida”. Gli ambulanti arrivano dal resto della Calabria e da altre regioni come Sicilia, Puglia, Basilicata e Campania. La consorteria Vrenna-Corigliano-Bonaventura-Ciampà, controllata da Gaetano Barilari, non solo imponeva sistematicamente il pizzo ai commercianti di Crotone, ma taglieggiava anche gli ambulanti. «Da un lato – scrivono i pm Guarascio e Rapino nel decreto di fermo Hermes che ha portato 17 persone della cosca in carcere – imponendo agli stand del cibo da sporto l’acquisto di materie prime, ad un prezzo stabilito dalla consorteria, dall’altro estorcendo somme di denaro agli altri stand». La festa della Madonna di Capocolonna è un affare grosso per la cosca che vedeva ogni componente impegnato nel controllo degli stand, nell’imposizione della carne da comprare, nel gestire le rivalità con la concorrente cosca Megna, dirimere le controversie.
E IO LI FACCIO INCENDIARE TUTTI In un conversazione intercettata il 7 maggio 2014, un giorno prima dell’inizio della fiera, Gaetano Barilari informava il titolare di uno stand di street food, Eugenio Carcea (anch’egli tratto in stato di fermo per concorso esterno) di volergli vendere le salsicce a 4,50 euro al chilo, prezzo che valeva anche per i wurstel. Un prezzo vantaggioso – «Io la salsiccia te la faccio quanto la pago io a quattro e cinquanta.. però ovviamente quattro e cinquanta a te» – che si giustificava col fatto che l’ambulante avrebbe dovuto «contattare tutti i venditori ambulanti di cibo da asporto, soprattutto quelli provenienti di fuori Crotone, per “consigliare” loro l’acquisto della carne presso la macelleria Barilari». Il compito di Carcea è chiaro: deve fare sapere agli latri ambulanti che devono comprare la carne da Barilari, in caso contrario sarebbe stato loro estorto il denaro. «Tu lo devi dire! tutta la fiera! ti devi contare cinque quintali di di salsiccia… come! se no mi dai i soldi».
Davanti alla titubanza di Carcea su quelle che potrebbero essere le reazioni di alcuni ambulanti, Barilari non accetta ragioni: «no… no… no… a me non me ne frega un cazzo… a me». L’obbiettivo di Barilari era ben preciso: «Devo consumare trenta quintali di salsiccia», che agli altri ambulanti avrebbe venduto a «sei… sei e cinque» euro al chilo. Eugenio Carcea, secondo gli inquirenti, non è nuovo al ruolo che gli viene assegnato: «si mostrava – è scritto nel fermo – ben inserito nel ruolo, avendo già collaudato la “campagna promozionale” per l’imposizione della carne del clan». Carcea, infatti, rassicura il suo interlocutore: «tutti quelli che sono venuti nuovi… io gliel’ho detto in faccia… ragazzi dovete prendere la salsiccia di qua!… a uno che io non so da dove veniva lui… eee… ha chiesto il permesso… gli ho dettosi compà! ma la salsiccia da dov’è che è? “ah l’ho presa a Napoli”… no! gli ho detto, vedi che ti stai sbagliando… guarda che qua… e io poi gli ho detto vai dallo zio… hai capito!… però vedi quello che ti dice la cosa com’è… statti tranquillo che è proprio quello che ti sta mandando Gaetà! stai tranquillo Gaetà».
Quando, però, Carcea spiega che gli ambulanti potrebbero prendere anche altre forniture di salsicce da un’altra parte, Gaetano Barilari non usa mezzi termini: «E io… io li faccio incendiare tutti!».
In alcuni casi era lo stesso Barilari ad avvicinare gli ambulanti. Lo confermano gli stessi ambulanti, che, interrogati dagli agenti della Squadra mobile di Crotone affermano di essere stati avvicinati, fin dal primo anno in cui avevano partecipato alla fiera di maggio, da un certo Barilari che gli aveva chiesto di comprare le salsicce da lui perché aveva necessità dovendo mantenere i familiari in carcere. Capita l’antifona, «per stare tranquilli», i commercianti si erano sottomessi alle richieste, pur sapendo di pagare la carne più del dovuto.
PRESIDIARE LA FIERA La fiera andava presidiata dagli uomini del clan. «Devono stare là dentro… gli ho detto che devono stare là dentro… fai come gli altri… pure Vittorio… lascia la fidanzata e pure l’altro giorno, mia moglie si voleva fare una passeggiata… stai a casa… che cosa facciamo», dice Salvatore Sarcone – membro della cosca che verrà trovato cadavere il 24 settembre 2014. La cosca Barilari doveva imporre la propria supremazia sul territorio distinguendosi dalla rivale famiglia Megna di Papanice. «Abbiamo preso questo impegno… almeno lo prendiamo come le persone… gli facciamo vedere che siamo diversi da loro».

LA CONTROVERSIA SUL PANE Il ruolo di capo e promotore della cosca di Gaetano Barilari emerge attraverso particolari episodi, in particolare quando viene chiamato a dirimere controversie tra clan. Per esempio, sempre riguardo al racket sulla festa della Madonna, nel 2014 Barilari viene raggiunto nella sua macelleria da Michele Mannarino, cognato del boss Domenico Megna. Il problema da risolvere riguarda la vendita dei panini nella zona dello stadio. Mannarino spiega che un suo nipote, Francesco Adamo, gestore di un forno, aveva rifornito i panini per tutto il fine settimana nella zona dello Scida, ma il martedì successivo gli era stato impedito da terze persone che indicavano una un’altra ditta per la fornitura del pane. Barilari si mostra disponibile a risolvere la questione che non è semplice, visto che aveva dato la parola a Salvatore Morrone, detto il biondo, affiliato di spicco della cosca Farao-Marincola di Cirò, di avere l’esclusiva per rifornire gli stand. In ogni caso, Barilari trova una soluzione di compromesso che avrebbe consentito alle due parti di dividere la spesa insieme. «Emerge ancora una volta – scrivono i magistrati della Dda di Catanzaro –, figura del capo, in una occasione come questa, in cui c’era da dirimere una controversi su chi avrebbe dovuto imporre il pane».
CON LE CONSEGNE IN TASCA Il 16 maggio 2014 un giovane partecipe della cosca, Andrea Villirillo, all’epoca 17 anni, viene “pizzicato” dal personale della Squadra mobile a fare gli interessi della cosca tra gli stand. Gli agenti lo portano in Questura e trovano che il ragazzo ha con sé i buoni di consegna con l’intestazione della “Macelleria Annibale di Barresi Patrizia” cioè la macelleria di Gaetano Barilari. Sui buoni erano indicati i vari ordini di carne e il prezzo di vendita. Quando Barilaro viene a sapere che Villirillo era stato fermato, non la prende bene: «Per i cazzi loro io non posso girare con questi qua io».

Alessia Truzzolillo
a.truzzolillo@corrierecal.it

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