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Un proiettile color argento per ammazzare “u biondo”

Il delitto Marincolo nelle parole dei pentiti. La sigaretta che la vittima non finì. E l’errore dei killer: dopo l’agguato sbagliarono strada e incrociarono il pm Facciolla

Pubblicato il: 14/07/2018 – 7:45
Un proiettile color argento per ammazzare “u biondo”

COSENZA Francesco Marincolo non immaginava che, dopo averla accesa, non avrebbe mai finito di fumare la sua ultima sigaretta. Eppure la mattina “ordinaria” del 28 luglio 2004 gli aveva offerto un avviso, un prologo anomalo rispetto alle sue abitudini. La solita colazione nel solito bar al centro di Cosenza era saltata. Troppi clienti, meglio spostarsi altrove, in un altro locale. Non sapeva, Marincolo, che la svolta a destra in via Panebianco avrebbe segnato la fine della sua storia, criminale e no. Il killer della cosca Lanzino, l’uomo sul quale Michele Bruni aveva deciso di far convergere il proprio odio dopo l’omicidio del padre Francesco, aveva i minuti contati.
IL FILM DELL’AGGUATO La sua auto, che trasporta anche Adriano Moretti, rallenta. Non c’è tempo per capire cosa stia accadendo: una pallottola color argento 9×21 lo colpisce da dietro, poi altri colpi arrivano sul costato: muore – il lessico del medico legale è tremendo – per la rottura del cuore. I killer esplodono dieci colpi in tutto, secondo quanto stabiliranno i rilievi della polizia scientifica. Bruni vorrebbe tornare indietro per dare a Marincolo, “u biondo”, il colpo di grazia. Ma Carlo Lamanna, che guida la moto – una Yamaha 600 rubata qualche giorno prima a Paola – non ha dubbi ed evita l’inversione di marcia. Ha visto, sa che la missione è compiuta. Commette, nell’enfasi della fuga, un errore che potrebbe essere fatale. Lamanna sbaglia strada: anziché dirigersi subito verso la sopraelevata che conduce alla statale per Camigliatello, l’abitudine lo porta a svoltare verso il tribunale di Cosenza. Su quel percorso – racconterà 12 anni dopo il delitto il fratello di Lamanna, Daniele – i due «erano stati notati dal dottore Eugenio Facciolla (all’epoca pm della Procura di Cosenza e oggi procuratore capo di Castrovillari, ndr)». E «Michele Bruni era convinto del fatto di essere stato riconosciuto per il particolare della sua bassa statura».
IL “PROIETTILE D’ARGENTO” Finisce così la storia dell’ultimo delitto (nella foto della Gazzetta del Sud i rilievi degli inquirenti il giorno dell’omicidio) della cruenta faida che porterà nel 2006 a una breve pax. È un omicidio in cui la vendetta procede spalla a spalla con la volontà di affermarsi. Bruni, boss dei “Bella Bella”, vuole sedersi al tavolo con le altre cosche del capoluogo bruzio. Vuole partecipare alla torta delle estorsioni, degli appalti, degli eterni cantieri dell’A3. È per questo che pianifica tutto, come raccontano in più fasi i pentiti della mala cosentina. Lamanna non lesina i particolari. Descrive, uno per uno, i ruoli del commando. Quando Marincolo sceglie il proprio percorso non sa di essere pedinato, non sa neppure che le sue abitudini sono oggetto di attenzioni quotidiane. «Umile Miceli (uno dei quattro uomini arrestati venerdì dalla Dia su disposizione del gip di Catanzaro, ndr) avrebbe dovuto svolgere il ruolo cosiddetto dello specchietto, pedinando, in auto, Marincolo, in modo tale da avvisare telefonicamente, utilizzando una scheda pulita, gli azionisti che avrebbero dovuto essere mio fratello Carlo Lamanna e Michele Bruni (nel frattempo defunto, ndr). Io mi sarei dovuto occupare del recupero».
La decisione è presa e le riunioni si susseguono una dopo l’altra. Nel giorno scelto per l’esecuzione, il gruppo attende soltanto una chiamata per muoversi: «Quando giunse la telefonata – racconta Lamanna agli inquirenti – mio fratello Carlo si mise alla guida, Michele Bruni salì sulla moto. Aveva una 9×21 marca Beretta. Mi sono personalmente occupato di verificare il buon funzionamento di quest’arma che sapevo essere stata rubata a Paola a un carabiniere. Ricordo il particolare che, unitamente all’arma, al carabiniere venne rubata anche la divisa; ricordo che caricai l’arma e misi come primo colpo un proiettile color argento». Quello che colpì Marincolo da dietro. Neanche il tempo di finire quell’ultima sigaretta. L’ultimo “diritto” negato a un condannato a morte. Per sete di vendetta, per sete di potere.

Pablo Petrasso
p.petrasso@corrierecal.it

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