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Processo Scajola, gli affari e i segreti della loggia coperta di Reggio

Parla il pentito Virgiglio. Che spiega il mondo delle logge e fa i nomi di molti “grembiuli”. E punta il dito contro uno degli avvocati in aula: «Mi ha detto di salvare i Nini e i confratelli». Il …

Pubblicato il: 19/02/2019 – 7:28
Processo Scajola, gli affari e i segreti della loggia coperta di Reggio

REGGIO CALABRIA A Reggio Calabria esistevano più logge coperte ed è in quella sede che la grande imprenditoria ha tessuto e coltivato i contatti con la ‘ndrangheta. E fra quegli imprenditori c’era anche l’ex deputato di Forza Italia, oggi latitante a Dubai, Amedeo Matacena.
REGOLE, CODICI E LEGGI A raccontarlo senza esitazione alcuna è il pentito Cosimo Virgiglio, imprenditore, per un lungo periodo braccio economico dei Molè, ma soprattutto alto massone, ordinato ai circuiti più riservati delle logge italiane e internazionali.
Ascoltato da testimone al processo che vede imputati l’ex ministro dell’Interno Claudio Scajola, l’ex moglie di Matacena, Chiara Rizzo, lo storico factotum dell’imprenditore, Martino Politi, e la segretaria dei coniugi, Maria Grazia Fiordelisi, parla, spiega, ricorda, mette in fila nomi, date, avvenimenti (qui altri dettagli della sua testimonianza). E scrive in modo diverso pagine e pagine della storia imprenditoriale di Reggio Calabria. Può perché di quella storia conosce codici, regole e prassi, dettate da un mondo in cui “la fratellanza” vale più della legge dello Stato.
AVVOCATO PER FORZA Insomma, Cosimo Virgiglio è uno che sa. E forse per questo quando decide di pentirsi che sembra esserci un intero sistema che si muove per evitarlo. «Io scelgo di collaborare subito. Vengo arresto il 29 dicembre e il primo verbale è del 30. Mia moglie non l’ha accettato e dopo un po’ ha preso le distanze da me. Ma per i primi mesi ha tentato di ostacolarmi, tant’è che mi impose la nomina di un avvocato, consigliato dalla sorella. che era penalista. Su suo suggerimento ho nominato Politi».
Si tratta di uno dei legali impegnati nel processo, Corrado Politi, difensore del cugino Martino Politi, il factotum di Matacena. È in aula quando Virgiglio inizia a parlare di lui. Alza improvvisamente la testa, guarda il pm, guarda il cugino. Non dice verbo e ascolta.
«SALVA I CONFRATELLI E I NINI» «Un giorno – continua a raccontare Virgiglio – è arrivato a sorpresa mentre avevo un interrogatorio con il procuratore aggiunto Prestipino e il pm Roberto Musarò. Quando ci vado a parlare mi dice di scaricare tutte le responsabilità sul morto, cioè Rocco Molè, di salvaguardare i Nini, e di tutelare tutti i fratelli. Poi dalla tasca tira fuori un foglio e mi disse “questa è la lettera di separazione di sua moglie, se lei non accetta, questa cosa andrà avanti”. Io ho fatto finta di accettare poi sono tornato nella stanza dell’interrogatorio e ho firmato la revoca di Politi». Come sia successo, chi fosse il reale mittente di quel messaggio e da quale ambiente provenisse – al momento – non è dato sapere. Di certo, Virgiglio era uomo inserito in vari contesti, tutti riservati, tutti messi a rischio dalla sua collaborazione.
«ERAVAMO GARIBALDINI» Iniziato al riservatissimo Ordine cavalleresco del Santo Sepolcro e autorizzato ad accedere alla sua parte più discreta, riservata «e pericolosa», Virgiglio – spiega – «per far parte di questo sistema bisognava avere il “libretto”, una specie di patentino di massone ed io vengo inserito nei Garibaldini d’Italia, guidati da Pino Francica, che era riconosciuto dalla Gran Loggia di Inghilterra». Una Gran Loggia con sede principale a Vibo, ma – racconta – «con “sedi” distaccate in varie zone, come Reggio Calabria dove c’era la Loggia dei due Mondi, di cui ero io a detenere il maglietto pulito». È la loggia ufficiale, regolarmente registrata negli elenchi della Prefettura. Ma aveva una “gemella” segreta, coperta.
LE DUE FACCE DELL’OBBEDIENZA «Per ogni loggia è così, per ogni obbedienza, altrimenti non sarebbero in grado di esprimere alcuna forma di potere», spiega. «Strutture del genere – aggiunge – esistevano a Cosenza, Soverato, Catanzaro, Vibo. Il senatore Speziali, insieme al magistrato Franco Trimboli, invece facevano parte della coperta di Crotone, la Pitagora. Anche loro erano Garibaldini». Dentro il “maglietto sporco” continua poi Virgiglio «c’erano tutti quelli che volevano o dovevano nascondere la propria appartenenza. Si dividono in “sussurrati all’orecchio” e “sacrati sulla spada”. Questi facevano parte di quella che viene volgarmente chiamata loggia coperta, e fanno capo al Gran Maestro Serenissimo, nella fattispecie Francica. È lui a dire se può o meno esistere ed è sua facoltà metterne a conoscenza i vertici del maglietto pulito».
LA FENICE OCCULTA DI REGGIO Con Virgiglio, Francica lo aveva fatto. Per questo oggi lui è in grado di fare un elenco, quasi completo. E il “quasi” non è dettato da scarsa memoria, ma da riservatezza su indagini evidentemente in corso. «Posso dire i nomi dottore?», chiede Virgiglio al procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo che lo interroga. Lombardo autorizza e il pentito inizia a parlare. Della Fenice, così si chiamava la loggia coperta che già altre indagini sulle frequentazioni massoniche dei clan reggini hanno lambito, facevano parte «Montesano, Matacena, Colella, il proprietario del circolo velico». Era lì, spiega, «che ci si riuniva, in occasioni particolari e per discutere delle cose. Bisognava avere posti così». Matacena, aggiunge, «era un sussurrato all’orecchio, cioè una di quelle persone che per il loro ruolo pubblico preferiscono non figurare negli elenchi. Insieme a lui c’erano politici, prima del ’93 anche magistrati, poi forze dell’ordine. C’era l’avvocato Romeo, tal Lombardo che era un medico chirurgo, l’allora comandante della municipale di Reggio, il proprietario di un ristorante, Baylik».
FRATELLANZA UNIVERSALE Erano questi i Garibaldini della Fenice. Ma i loro contatti non erano limitati ai “fratelli” della stessa obbedienza, «la loggia – spiega Virgiglio – era in ottimi rapporti con gli Alliata, che avevano il vero potere su Gioia Tauro. Agli Alliata erano affiliati diversi personaggi importanti della Piana». Tutti legami che si attivavano quando “un fratello” aveva bisogno di una mano. Come successo all’allora rampante politico Amedeo Matacena, all’epoca agli albori dell’avventura imprenditoriale, dopo il “divorzio” dall’impresa di famiglia. Una vicenda che Virgiglio ha seguito da vicino per i rapporti con «don Elio Matacena, l’anziano». A tessere il legame fra i due, un’altra appartenenza, più riservata ed elitaria. Entrambi infatti erano cavalieri del Santo Sepolcro.
IL GOTHA DEL POTERE Lì, nella sua parte  – dice Virgiglio – «ognuno era portatore e rappresentante di uno specifico potere». C’erano personaggi di peso «del mondo della politica, della finanza, dell’imprenditoria, come la vedova di Pippo Franza, don Elio Matacena, Franco Sensi, l’ex presidente della Roma, Dal Contras, all’epoca lettore dell’università di Messina, l’imprenditore Ligresti». Nel circuito romano – aggiunge – c’erano «Aponte, Ligresti, l’ambasciatore di San Marino Giacomo Maria Ugolini» che aveva tessuto il sistema e ne era il capo. Poi – aggiunge – «c’era il generale Pollari, Pappalardo, all’epoca colonnello, Luigi… altro colonnello di Bolzano, l’onorevole Pizza, suo fratello Massimo».
I FRATELLI PIZZA Il primo è Giuseppe “Pino” Pizza, sottosegretario all’Istruzione di uno dei governi Berlusconi, poi nell’ufficio stampa del ministro dell’Interno quando il Viminale era affidato ad Angelino Alfano, dal 2011 in poi presidente della Commissione interministeriale per la internazionalizzazione dell’università e quella per la ricerca applicata ai beni culturali e attualmente unico legale proprietario del simbolo della Dc. Massimo invece è il fratello. Con i  magistrati che lo hanno interrogato si è accreditato come uomo dei servizi sotto copertura, ma i riscontri pare non siano stati mai trovati.
«Massimo – dice Virgiglio – era un ragazzo un po’ sprovveduto, molto rampante, ma poca cosa. Era un informatore, un confidente, ma non partecipava alle attività di intelligence, ma il fratello era interno al sistema Ugolini, che era frequentato da uomini dei servizi. Se Massimo sa qualcosa è perché l’ha saputa dal fratello». Che per il pentito era di tutt’altra pasta. «Era un personaggi di tutto rispetto che faceva parte dell’organizzazione. Era in contatto con Nino Gangemi», il consigliori del boss Mommo Molè, «ma aveva anche contatti con Sisinio Zito, con Misasi, con l’avvocato Minasi».
L’OMBRA DEI SALOTTI ROMANI E il riferimento a Pizza non è di certo marginale in questa fase dell’inchiesta. Nell’enorme fascicolo sulla rete che ha supportato la latitanza di Matacena, il suo nome è già emerso come anfitrione e gran tessitore delle cene durante le quali quella fuga sarebbe stata discussa e organizzata. Al pari di quella dell’ex co-fondatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri. Un altro personaggio ben noto nel “sistema Ugolini”. «Era una persona di riferimento di Ugolini – racconta Virgiglio – ma in modo trasversale. Non faceva parte del sistema, ma era identificato come appartenente ad un circuito massonico deviato e come quello che poteva mettere il sistema in contatto con Cosa Nostra. Si gestivano i contatti tramite il nostro referente di zona, Di Bella di Catania». Poi – aggiunge il pentito – c’erano uomini che pur non essendo parte del settore occulto si mettevano a disposizione. «Pippo Marra, insieme al figlio di Cossiga, era a capo dell’Adn Kronos. Conoscevo personalmente Pippo Marra, sempre a livello di rapporti amichevoli. Marra aveva collegamenti con Cedro, con l’avvocato Veneto, con una serie di politici. Era legato anche lui al contesto cavalleresco, faceva parte dell’ordine equestre ma non del contesto riservato».
LA RICHIESTA DI DON ELIO Era questo il mondo in cui si muoveva Virgiglio, che “da fratello” ha avuto modo di essere coinvolto e di venire a conoscenza di molti segreti. «Con don Elio Matacena ho avuto un rapporto particolare, soprattutto nel 2000-2001 ed ho assistito personalmente alla scissione, societaria e non, all’interno della famiglia. Don Elio non l’ha mai presa bene», racconta il pentito. A suo dire, il patriarca era preoccupato. O meglio, stupito e preoccupato dalla rapida ascesa imprenditoriale del nipote, che sospettava legata all’intervento dei clan. Quelli con cui lui non aveva mai dovuto avere a che fare perché – dice Virgiglio – «come cavaliere faceva parte di un circuito superiore». Su suo incarico, il pentito, “scortato” dall’autista personale di Matacena senior, inizia ad indagare. «Voleva sapere come avesse fatto e chi lo avesse aiutato» sottolinea
LA MANINA DEI CLAN Tramite canali massonici, Virgiglio racconta che «al porto insieme a Stefano Malara e ad un viceprefetto e a un funzionario dell’autorità portuale ho scoperto che era entrato in porto tramite Rocco Gangeri, parente dei Piromalli». Poi ha cercato altre conferme, tramite canali puramente di ‘ndrangheta. Da imprenditore della logistica, da tempo infatti era andato a bussare alle porte dei Piromalli per chiedere protezione e in cambio era stato costretto più di una volta a dare una mano a Rocco Molè, che dallo scalo di Gioia doveva far passare container interi di merce contraffatta. E nel tempo, Virgiglio per Molè era diventato uomo di fiducia, tanto da metterlo a conoscenza anche di organigramma, funzioni e rapporti “di famiglia”.
«ME LO HA DETTO ROCCO» All’epoca, il rampante boss Molè è stato in grado di dare informazioni dettagliate. Con i Piromalli ancora erano tutti una cosa, nonostante le sue evidenti smanie di supremazia criminale, che dopo qualche anno gli sono costate la vita. «Molè mi disse che le navi di Matacena erano arrivate a Gioia Tauro grazie a suo cugino Pino Piromalli Facciazza». Il contatto però non era stato diretto, ma mediato dagli ambienti massonici occulti di Reggio. «Montesano chiamò i De Stefano, che a loro volta si misero in contatto con i Piromalli, che misero a disposizione Gangeri perché le navi attraccassero alla banchina del porto di Levante per i lavori di ammodernamento, che non è cosa da poco.  A quel punto chiamai Malara e gli dissi “Avevate ragione voi”. Quando Amedeo Matacena si mise in affari, don Elio era certo che si fosse messo in rapporti con la criminalità organizzata».
IL PENTITO LOMBARDO CONFERMA E a confermarlo ci sono anche le parole del pentito Giuseppe Lombardo, il “Cavallino”, uno dei killer più noti e pericolosi della seconda guerra di ‘ndrangheta, reo-confesso dell’omicidio Ligato ed ex braccio destro del superboss Pasquale Condello. «Matacena – ha detto rispondendo alle domande del procuratore aggiunto – era nelle mani di Nino Imerti. Se politicamente lui o lo schieramento che faceva capo a Pasquale Condello avevano bisogno di qualcosa parlavano con lui. Era il referente in politica. Anche i Rosmini (stesso schieramento) avevano un’amicizia con Matacena. Tutti noi lo appoggiavamo: e tra noi si diceva “cerchiamo di trovare voti per Matacena che se li merita”».

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

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