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Veleni interrati a 10 anni dall’inchiesta, lo scandalo della “fornace” vibonese

Nella fabbrica abbandonata di San Calogero in cui fu ucciso Soumaila Sacko sono state trasportate 134mila tonnellate di rifiuti industriali. Che nessuno, nonostante le indagini della magistratura, …

Pubblicato il: 07/04/2019 – 9:46
Veleni interrati a 10 anni dall’inchiesta, lo scandalo della “fornace” vibonese

di Sergio Pelaia
VIBO VALENTIA L’Italia si è accorta della sua esistenza il 2 giugno dell’anno scorso, mentre il sangue di un 29enne impastava il terreno polveroso del “Piano Tranquillo”. Soumaila Sacko era andato con due amici a prendere qualche lamiera dalla fabbrica abbandonata che sta a pochi passi dalla statale 18, la strada tirrenica che in quella zona attraversa il confine tra il Vibonese e la Piana di Gioia Tauro. La baraccopoli che poi sarebbe stata demolita era poco distante e proprio lì, a San Ferdinando, sarebbero andate a finire quelle lamiere destinate a dare riparo a qualche bracciante africano sfruttato dai caporali italiani. Ma qualcuno, che riteneva quell’ex sito industriale cosa sua, ha sparato una fucilata in testa a Sacko uccidendolo (il 19 febbraio scorso è iniziato il processo all’unico imputato per l’omicidio, qui i dettagli). Così quel terreno è finito in quei giorni negli obiettivi della stampa nazionale. I vibonesi però, in particolare gli abitanti di San Calogero, lo conoscono bene da molto prima di quella tragedia. Perché è un terreno maledetto, avvelenato.
SETTE ANNI DI VELENI La pancia della “Fornace Tranquilla”, un’ex fabbrica di laterizi, è stata imbottita con oltre 134mila tonnellate di rifiuti pericolosi, il 93% dei quali provenienti dalla “Federico II”, la centrale termoelettrica dell’Enel di Brindisi. Stando a quanto emerso dall’inchiesta “Poison”, condotta dalla Procura di Vibo nel 2009, in quella ex fabbrica in mezzo agli agrumeti per sette anni, tra il 2000 e il 2007, sono state portate grandi quantità di ceneri e fanghi industriali. Ma mentre il processo ancora arranca nelle aule del Tribunale vibonese, a dieci anni dall’inchiesta, quei veleni sono ancora lì, in un terrapieno alto 10 metri, a ridosso del crinale che fa da spartiacque fra due torrenti, il Cenerato e il Mammella.

NESSUNA BONIFICA Nessuno ha mai bonificato nulla e, proprio nei giorni scorsi, un primo passo concreto lo ha fatto il Wwf Italia, recapitando un’istanza via pec al Comune di San Calogero (che assieme al Wwf è parte civile nel processo) e alla Prefettura di Vibo. Avanzando una richiesta tanto semplice quanto ancorata a solidi presupposti di legge: emettere un’ordinanza di rimozione dei rifiuti e di avvio della bonifica dell’area dell’ex “fornace” avvelenata. L’ordinanza di rimozione dei rifiuti (ai sensi dell’art. 192 del d.lgs. 152/2006) deve essere emessa, secondo il Wwf, nei confronti del produttore dei rifiuti per il quale è emersa dall’incarto processuale una «chiara responsabilità», ma anche nei confronti del proprietario «o altro titolare di diritti reali o personali di godimenti sull’area ai quali tale violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa». E «non meno responsabili» secondo gli ambientalisti «appaiono i soggetti che gestivano a vario titolo il sito Fornace Tranquilla s.r.l. nonché i legali rappresentanti delle ditte trasportatrici».
NUMERI E MISTERI DELLA “FORNACE” Sessantamila chili di rifiuti pericolosi al giorno, ogni giorno per sette anni. È la media infernale che viene fuori facendo due conti su quanto sarebbe successo alla “fornace”. Veleni industriali interrati tra agrumeti e fiumi e rimasti lì per anni. Ma la storia dell’ex sito industriale, che sorgeva in un’area in cui è tuttora egemone il clan Mancuso, ha anche altri capitoli oscuri. Come quello della morte dell’ex titolare, Antonino Romeo, classe 1940, di Taurianova: il suo cadavere è stato ritrovato a bordo di un’auto che, secondo una delle ipotesi investigative mai confermata in via giudiziaria, sarebbe stata fatta precipitare dal costone della provinciale per Nicotera. In fondo alla scogliera, Romeo è stato trovato svestito e con una maglia sul capo. Secondo qualcuno un messaggio per chi aveva visto troppo.
IL PROCESSO E L’APPELLO ALLO STATO Intanto il processo sui veleni è, come non di rado accade a Vibo, a rischio prescrizione, circostanza evitata per ora da una diversa interpretazione del reato di disastro colposo (ne abbiamo scritto qui). Dall’inchiesta da cui è nato il processo è emerso che alla “Tranquilla” sono interrati metalli pesanti, solfuri, cloruri, fluoruri, nichel, selenio, stagno e vanadio. Secondo la perizia dell’Arpacal non era esclusa già all’epoca dell’operazione della Guardia di finanza «la concreta e reale possibilità che i componenti pericolosi presenti in abbondanza nel sito potessero essere diffusi nell’ambiente circostante». Cosa possa essere successo all’«ambiente circostante» e a chi lo abita nel decennio successivo è difficile stabilirlo. Di certo nulla di buono. Per questo l’istanza del Wwf – firmata dal vicepresidente nazionale Dante Caserta e datata 2 aprile 2019 – appare come un appello disperato ma concreto allo Stato, a cui lo Stato deve dare una risposta. I lettori del Corriere della Calabria possono sostenere la battaglia del Wwf inviando una mail di adesione agli indirizzi calabria@wwf.it e redazione@corrierecal.it oppure firmando qui la petizione. (s.pelaia@corrierecal.it)

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