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Il boss che voleva nascondersi in montagna e sparare fino alla morte

Il pentito Moscato rivela i propositi di Bruno Emanuele: se fosse sopravvissuto, dopo avere regolato i conti, avrebbe fatto portare il lutto ai suoi familiari fingendo di essere vittima di lupara b…

Pubblicato il: 27/04/2019 – 10:49
Il boss che voleva nascondersi in montagna e sparare fino alla morte

di Sergio Pelaia
VIBO VALENTIA Bruno Emanuele ha un carattere chiuso, a tratti scontroso. Per questo c’era da stupirsi a sentirlo parlare in quel modo. Ma quello che aveva subìto era un tradimento che non si aspettava, perché a commetterlo era stata una persona per cui avrebbe dato la vita. Lo ammetteva lui stesso, apertamente, e non era da lui. In carcere ne parlava con alcuni dei suoi alleati del clan di Piscopio. Dopo che aveva scalato col sangue la gerarchia del “locale” di Ariola (frazione di Gerocarne ed epicentro ‘ndranghetista del territorio delle Preserre) e aveva dominato per un decennio, era stato arrestato proprio quando sul territorio stava per riesplodere la faida. E presto sarebbero arrivate per lui le condanne, pesanti, basate anche sulle “cantate” di quello che considerava suo fratello. Antonio Forastefano, l’ex boss di Cassano noto come “Tonino il diavolo”, si era pentito e lo aveva inguaiato. Ma Emanuele diceva di sapere dove si nascondesse l’ex amico e, se fosse uscito di galera, l’avrebbe subito ucciso.
LA GUERRA E LA (FINTA) LUPARA BIANCA A rivelarlo è il pentito Raffaele Moscato, ex componente della “società maggiore” di Piscopio, che sostiene di aver appreso di questi propositi di vendetta dal diretto interessato. Ma il nome di Forastefano era il secondo nella lista di morte di Emanuele. Il primo era quello di Pantaleone Mancuso, “Scarpuni”, il regista che da Nicotera muoveva le fila della faida che contrapponeva i Loielo agli Emanuele nelle Preserre e i Patania ai Piscopisani alle porte di Vibo. Dopo “Scarpuni” e Forastefano sarebbe stato il turno anche degli altri avversari dell’alleanza che tra il capoluogo, Sant’Onofrio e le Serre non sottostava al predominio dei Mancuso. A Moscato lo avrebbe detto chiaro e tondo lo stesso Emanuele mentre erano in cella in attesa di essere tradotti in Tribunale a Catanzaro per un processo. Se fosse uscito, il boss delle Preserre avrebbe “risolto” a suo modo tutti i problemi. Dopodiché non si sarebbe fatto più prendere: si sarebbe ritirato nelle sue montagne e avrebbe sparato fino a che non lo avrebbero ucciso. E se invece fosse sopravvissuto, dopo avere regolato i conti, avrebbe fatto portare il lutto ai suoi familiari, fingendo così di essere morto per lupara bianca.
UN OMICIDIO “A TEMPO LIBERO” Tra le altre cose, in quell’occasione Emanuele avrebbe detto ai Piscopisani che aveva un conto in sospeso anche con un esponente di una famiglia di ‘ndrangheta di Vibo ritenuto vicino al gruppo di Andrea Mantella (ex boss emergente del capoluogo, oggi pentito), perché aveva saputo che questa persona aveva mandato una lettera a Pantaleone “Scarpuni” spiegando che non c’entrava niente con la faida e che si tirava fuori. Un segno di grande debolezza in ambienti di ‘ndrangheta. Bruno Emanuele lo aveva saputo e aveva affrontato l’autore della lettera in carcere. Lo aveva trattato male, i due non si salutavano più, e il boss disse ai suoi alleati che lo avrebbe ammazzato “a tempo libero”.
CENTOMILA EURO PER UCCIDERE I NEMICI Ma Pantaleone Mancuso, forte della sua caratura mafiosa e dell’appartenenza al “casato” di Limbadi, non stava certo a guardare. Il boss non si limitava solo a dispensare consigli a chi andava a trovarlo in un bar di Nicotera. Alcune estorsioni che i Piscopisani avevano fatto a imprenditori che erano “sotto” di lui, e poi l’omicidio di quello che era ritenuto il suo uomo a Vibo Marina, secondo gli inquirenti avevano scatenato la reazione del boss. E lui, stando a quanto rivela Moscato, aveva messo a disposizione 100mila euro per supportare le famiglie che gli erano fedeli a Stefanaconi e a Gerocarne. Soldi che erano destinati a comprare armi e a fornire tutto il supporto possibile per uccidere i capi dei Piscopisani, degli Emanuele e dei Bonavota. (s.pelaia@corrierecal.it)

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